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Dovessi ritrovarmi in una selva oscura | Roan Johnson

Dovessi ritrovarm in una selva oscuraTra le scelte più coraggiose che uno scrittore può prendere durante l’arco della propria carriera, quella di fissare su carta stampata le proprie esperienze di vita o parti di essa rientra certamente tra queste.
Per quanto ridicole o vergognose, associarle a una copertina realizzata da qualche grafico professionista, per poi piazzarle in una libreria dove chiunque può comprarle e riconoscerle, richiede di certo un’elevata dose di audacia.

Roan Johnson, sceneggiatore e regista italiano abbastanza noto al pubblico per aver sceneggiato e diretto per il cinema, tra gli altri,  “I Primi della Lista” e “Piuma”,  con all’attivo la sceneggiatura di alcune serie TV, dopo il primo libro “Prove di felicità a Roma Est”, pubblica con Mondadori la sua seconda fatica letteraria “Dovessi ritrovarmi in una selva oscura”.

In questo romanzo in parte autobiografico racconta come sia riuscito ad affrontare e a sconfiggere quello che siamo soliti chiamare “lo spettro della depressione”.

Il protagonista del libro è lo stesso autore che espone i propri disagi psicologici e le origini degli stessi, una concatenazione sfortunata di esperienze che hanno generato crepe interiori difficilmente sanabili, tra cui spicca una pesante delusione d’amore nella giovinezza.

Un romanzo che vede Roan Johnson impegnato in una sorta di psicoanalisi che, alternando passato e presente, racconta in maniera libera e senza timore episodi di vita vissuta, anche umilianti.

Il libro si apre con un episodio che per quanto possa strappare un sorriso, in realtà nasconde le origini drammatiche di un malessere sopito e che, pagina dopo pagina, si manifesta nella sua gravità.
Durante un rapporto sessuale con la propria compagna Ottavia, improvvisamente egli viene colpito da un dolore lancinante alla testa, da lui definito in maniera ironica “un alien” , pronto a scatenarsi nei suoi momenti più intimi. Questo episodio, che chiama Terribilità, sarà il primo di una serie di eventi di carattere psicologico traumatico (come l’aver ritardato il decollo di un aereo a causa di un attacco di panico) che lo porteranno a farsi visitare da diversi medici e psicologici, fino a quando lui prenderà coscienza del vero male che l’ha colpito.

La prima cosa da dire su questo racconto è che esso non è una vera e propria autobiografia, anche se l’autore scrive in prima persona.
Il suo obiettivo è quello di far conoscere al proprio lettore la complessità che si nasconde dietro sintomi come ansia, attacchi di panico, paura e altri fenomeni tipici di un disagio psicologico.
Volendo però allargare lo spettro d’azione del libro, uscendo fuori dal concetto di autobiografia, Roan Johnson è riuscito in sole 200 pagine, a descrivere in maniera leggera e ironica, quei meccanismi che spingono all’auto-analisi e a fare i conti con il proprio passato, per poi proiettare al presente e al futuro quelle che possono essere le soddisfazioni ma anche i propri fallimenti.

Nell’incipit del libro l’autore cita alcune statistiche secondo cui, in Italia, l’aspettativa di vita di un uomo è pari a 76 anni. Nel libro l’autore ha ben 38 anni, esattamente a metà del percorso… Il titolo, dal voluto rimando dantesco identifica la selva oscura con quel labirinto fitto e impenetrabile dei meccanismi mentali, fatti di ansie e paure, che l’autore ha dovuto affrontare per poter di tornare a vivere e avere una prospettiva serena con la sua compagna.

Da un punto di visto narrativo, il libro è un continuo alternarsi di momenti di grande comicità che ricordano moltissimo le stand-up comedy, a momenti in cui l’autore mette nero su bianco pensieri molto complessi e a tratti deliranti, ma perfettamente coerenti con lo scopo del suo racconto, ossia far conoscere a chi legge quanto può essere devastante e debilitante una patologia psicologica grave come la depressione.

Nonostante l’enorme semplicità e l’ironia con cui Roan Johnson parafrasa la propria vita, l’intero romanzo nasconde una complessità che può essere percepita solo dopo aver completato la lettura del romanzo. Gli eventi presi singolarmente, infatti, possono generare amara ilarità, ma solo dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro si è in grado di fare il punto della situazione, per poter davvero elaborare quanto si è letto.

Si scopre che dietro tanta comicità e ilarità, chi ha scritto vuole rappresentare l’enorme coraggio di cui bisogna armarsi per affrontare se stessi e i propri fantasmi. Scoprire e affrontare le proprie paure, le delusioni e gli eventi segnanti della nostra esistenza non è un gioco da ragazzi.

L’autore gioca con la sua presunta malattia e la descrive in maniera fantasiosa, mettendo a nudo la propria apatia; più volte si mostra come un uomo senza alcuna voglia di vivere, con la perenne sensazione di aver fallito tutto, nonostante al suo fianco abbia una famiglia e una compagna che lo amano e sia riuscito a ottenere più di una semplice soddisfazione in campo lavorativo. Sembra quasi che si tratti di un uomo vincolato all’infelicità, ostacolato da queste “terribilità” che lo portano a vivere con ansia e paura ogni singolo momento della propria vita.

Un libro, questo, che dovrebbe dare manforte a tutti coloro che, chiusi nelle loro case e oppressi dai problemi di tutti giorni legati alla famiglia, al lavoro e ai propri rapporti sociali, lottano silenziosamente per rialzare la china e trovare il coraggio di poter tornare a vivere ed essere felici.

“Dovessi ritrovarmi in una selva oscura” di Roan Johnson non è solo un libro, ma la prova scritta e tangibile che la depressione non è solo uno stato dell’animo, ma una vera e propria malattia che merita di essere trattata come tale: chiunque ne è affetto non deve vergognarsi e far finta di nulla, ma trovare la forza di parlarne e affrontarla.

Non che tutti debbano scrivere un libro dal sapore “terapeutico” come ha fatto Roan Jonhson, ma prendere esempio da lui per il coraggio che ha avuto nell’affrontare questa sfida.

Fonte: www.recensionilibri.org

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