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A Roma con Alberto Sordi, nel centenario della nascita

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Un mio amico mi ha suggerito, quando il mio libro su Alberto Sordi era ormai terminato, che ciò che avevo scritto, in realtà, era un libro sulla gavetta, sulla fatica di arrivare e sul desiderio di inseguire un sogno. Tutto questo si era intrecciato con la biografia di Sordi e con quella città adatta ai sogni (come Fellini ha saputo capire) che ogni tanto è Roma.

Non avevo idea di dove sarei arrivato quando il viaggio con Sordi è iniziato, ma ero incuriosito da questo artista tanto famoso quanto misterioso, nato come attore quando era nata Cinecittà, e che aveva passato il periodo di guerra a bazzicare i teatri dell’avanspettacolo, spesso spietati; che si era riciclato alla radio nell’immediato dopoguerra e aveva faticato e faticato prima di raggiungere il successo, portando il cinema dal neorealismo alla commedia all’italiana, quasi da solo. E, cosa non meno importante, aveva fatto del “romano” la lingua del cinema italiano.

L’altra cosa affascinante era lo scenario dove tutto ciò avveniva, Roma, e soprattutto la Roma degli anni Quaranta e Cinquanta; i bar, i locali, i teatri bazzicati da sceneggiatori, attori e registi, le chiacchiere, gli scherzi, i pettegolezzi, i primi divi del cinema.

Ho iniziato a girare Roma alla ricerca di tutto questo, provando a immaginarla in bianco e nero, andando a caccia delle storie che si nascondono in ogni angolo, quasi che questa città fosse un grande palcoscenico – di avanspettacolo appunto – o un romanzo picaresco. E Alberto l’attrazione principale.

Mentre viaggiavo con lui, e rivivevo i suoi difficili esordi, incontravo De Sica e Fellini, Dino Risi e Monica Vitti, Rodolfo Sonego e Mario Monicelli.

C’è stato un momento, una notte, che passeggiavo per Roma ed era molto tardi – era credo fine agosto – e si sentiva solo il rumore delle fontane. Scendevo lungo via Veneto – quella vera in perpendicolare e non quella orizzontale ricostruita in studio da Fellini – e le fontane parlavano e sembravano voci di fantasmi e per un attimo mi è parso che questi fantasmi potessero prendere vita, i locali di via Veneto rianimarsi; il Doney, il Café de Paris. Mi sono immaginato Alberto Sordi e Federico Fellini passeggiare per Roma di notte, a inizio anni Cinquanta, sognando le carriere che avrebbero fatto, quando ancora tutto il successo che sarebbe seguito era un miraggio.

Sono nati insieme Federico e Alberto, le loro carriere sono partite dallo stesso seme per poi prendere vie diverse. Per questo era ancora più affascinante vederli in quel momento.

Quando uscì Lo sceicco bianco nel 1952 fu un flop. E anche il primo film di Alberto da protagonista, Mamma mia che impressione!, prodotto da De Sica e sceneggiato da Zavattini fu un flop.

Sì, il mio era un libro sulla fatica. Ma anche un libro sull’amicizia, quella di Federico e Alberto e quella delle persone che ho chiamato a prendere parte di questa storia, a raccontarmi aneddoti su Alberto, a completare il cast di A Roma con Alberto Sordi, lavorando a queste pagine come fosse uno di quei bei vecchi film di una volta, che nascevano dalla collaborazione.

Le chiacchiere davanti a una tavolata credo siano state un segreto di quel cinema e di quella Roma, e ho voluto provare a raccontarle e a viverle.

Spesso Alberto, ancora non famoso, si presentava a casa dello sceneggiatore Amidei, in piazza di Spagna, e implorava una parte. Spesso veniva cacciato brutalmente da Amidei. Altre volte, lo facevano restare e raccontava i suoi spunti.

Perché Alberto era un attore-autore, che ha collaborato attivamente a centinaia di sceneggiature, oppure a volte ha detto di averlo fatto anche se non era vero.

Perché Alberto, come Fellini, era un gran bugiardo, ma di quei bugiardi di cui ci sarebbe sempre bisogno, perché le storie – le buone storie – sono sempre un po’ bugie.

Dentro il libro, ovviamente, ci è finita un sacco di storia di Roma, quella storia con la S maiuscola e che spesso troviamo più facilmente nei film che nei romanzi e che ci sarebbe un gran bisogno di raccontare.

Per esempio, Alberto era in un teatro a pochi passi da via Rasella quando ci fu l’attentato del 23 marzo 1944 contro le forze d’occupazione tedesca. La gente si chiuse dentro al teatro, terrorizzata dalla reazione tedesca e dai rastrellamenti. Uno degli attori compagni di Alberto vide che gli stavano trascinando via la moglie. Alberto era presente anche il giorno della liberazione, quando lentamente si cominciarono a sentire i ronzii delle prime vetture americane che entravano a Roma.

Gran parte della storia d’Italia, Sordi l’ha raccontata con film magnifici e pensati come pezzi di un puzzle di un racconto più grande come La Grande Guerra, Tutti a casa, Una vita difficile.

Allo stesso modo, Sordi ha raccontato la storia del mondo dello spettacolo con Gastone e Polvere di stelle e altre pellicole.

Non aveva mai scordato il mondo del teatro. Era dal contatto diretto con il pubblico che aveva imparato il coraggio.

E il coraggio, appunto, è stato ciò che lo ha portato a superare gli anni difficili della gavetta, a resistere nelle difficoltà. Il coraggio, un pizzico di follia (Sonego, lo sceneggiatore, diceva che Alberto era matto) e la spericolatezza che è propria dei grandi artisti.

Quindi credo che sì, il mio amico avesse ragione, in fondo. Questo è un libro sulla gavetta e la fatica di arrivare; su una città come Roma, dove è facile perdersi e bellissimo ritrovarsi, e su Alberto, ovviamente, Alberto che forse è stato il più grande attore di cinema che abbiamo mai avuto.

Alberto Sordi libro

IL LIBRO E L’AUTORE – Arriva in libreria per Giulio Perrone editore A Roma con Alberto Sordi, volume firmato da Nicola Manuppelli: una guida della Capitale attraverso il grande attore, i suoi personaggi, la sua vita e le sue pellicole; e, allo stesso tempo, un racconto di Sordi attraverso Roma e i suoi quartieri.

Manuppelli, classe 1977, scrive, traduce, cura, scopre e “importa” autori americani e irlandesi. Collabora, fra gli altri, con Mattioli, minimum fax, Nutrimenti, Aliberti. Ha pubblicato i romanzi Bowling (2014, Barney Edizioni), Merenda da Hadelman (2016, Aliberti) e Roma (2018, Miraggi), la biografia della scrittrice Alice Munro, La fessura (2014, Barbera) e la raccolta di poesie Quello che dice una cameriera (2017, Miraggi). Dal 2016 conduce il programma radio I fuorilegge con Claudio Marinaccio e dirige una collana omonima di letteratura americana e italiana.

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Fonte: www.illibraio.it