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“Azadi”: l’esortazione di Arundhati Roy alla libertà dalle minacce del mondo contemporaneo

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Azadi significa libertà: proveniente dalla lingua urdu, e ancora prima dal persiano, questa parola è stata prima inno della rivoluzione iraniana, poi di una parte del movimento femminista indiano degli anni Settanta e Ottanta, e da circa trent’anni simboleggia la lotta per l’indipendenza del popolo kashmiro. Così racconta Arundhati Roy, che ha scelto questa parola come titolo per la sua ultima raccolta di saggi (Guanda, traduzione di Mariella Milan).

Roy, scrittrice e saggista indiana di fama internazionale – con il suo primo romanzo, Il dio delle piccole cose, vinse il Man Booker Prize 1997 – è anche un’attivista che si occupa di questioni sociali, politiche e ambientali. Questioni che innervano i saggi di questa raccolta, in larga parte tratti da conferenze a cui le è stato chiesto di partecipare tra il 2018 e il 2020, due anni che, secondo l’autrice, “in India sono sembrati cento”.

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Al centro di questi saggi c’è proprio l’India contemporanea, e più in particolare alcuni aspetti della complessa e sfaccettata situazione politica e sociale, che spesso sfocia in conflitti interni ed esterni tra culture e religioni: “L’India non è in realtà un paese. È un continente. Più complesso e vario, con più lingue (…), più nazionalità, sottonazionalità, più tribù indigene e più religioni dell’intera Europa“, scrive Roy.

L’India, infatti, è il secondo paese più popoloso al mondo e nel suo territorio sono registrate 780 lingue, di cui 22 riconosciute dalla costituzione e 38 in attesa di riconoscimento. Al suo interno, inoltre, convivono molte religioni diverse come induismo, islam, buddhismo, sikhismo, cristianesimo e altre ancora, ma anche queste impressionanti peculiarità non bastano a rendere idea del variegato patrimonio storico, artistico e culturale che questo paese porta con sé.

Roy, nei testi contenuti in Azadi. Libertà, fascismo, fiction all’epoca del Coronavirus cerca di delineare, per quanto possibile, le complessità odierne del paese (severamente acuite dalla pandemia), attraverso quelle che a suo avviso sono le questioni che più hanno bisogno di essere affrontate dall’India, oltre che di essere conosciute a livello internazionale.

Tra queste ricorre spesso, come simbolo di politiche repressive contro cui Roy si scaglia, la situazione della valle del Kashmir, una regione circondata da Cina, Pakistan e India, in cui, scrive Roy, solo dal 1990 sono state uccise settantamila persone, senza contare le migliaia di persone scomparse, torturate o mutilate. Roy definisce il Kashmir l’area geografica più militarizzata al mondo – mezzo milione di soldati stanziati nella zona – oltre che una delle più a rischio di diventare territorio di guerra, a causa del conflitto intermittente tra l’India e il Pakistan che dall’ottenimento dell’indipendenza dal Regno Unito nel 1947 coinvolge questa zona di confine, a lungo contesa tra le due potenze nucleari, che ricorda Roy, sono state le prime a bombardarsi a vicenda.

Nel tentativo di delineare la gravità di questioni politiche e sociali come la povertà, la fame, e le differenze che in India lacerano la società sotto forma di classi sociali o di caste, Roy non perde l’occasione di riflettere su come queste siano state fondanti non solo per la sua produzione saggistica, ma anche narrativa. Qual è quindi il ruolo di una scrittrice e della lingua che utilizza, in un simile contesto? Le lingue parlate possono essere una forma di potere così come di emancipazione; possono rappresentare l’accesso alla cultura o un modo per dimenticarla e ancora uno strumento di umiliazione o cancellazione. Da qui il tentativo di dar vita nelle sue opere a un linguaggio che sappia abbracciare la pluralità e l’invito alla creazione di una letteratura che possa costituire una forma di rifugio: sono infatti i compromessi che “possono accogliere e mantenere viva la nostra intricata complessità e la nostra densità”.

Non finiscono qui le problematiche di cui Roy invita a occuparsi con urgenza, che meritano di essere approfondite nella loro interezza, sia per comprendere meglio l’India, sia perché si tratta di crepe storiche a cui il resto del mondo non è estraneo. Non manca infatti, nelle sue parole, un invito all’azione verso il pericolo più vasto, capace di varcare ogni confine: “mentre noi consumiamo le nostre energie per cercare di domare gli incendi dell’odio, degli esseri umani scagliati l’uno contro l’altro, i nostri fiumi e le foreste muiono, le nostre montagne si erodono, le calotte glaciali si sciolgono“.

E allora perché non cogliere l’occasione aperte dalle tragedie causate dalla pandemia per ripensare “la macchina apocalittica che ci siamo costruiti”? L’analisi che Roy da anni porta avanti della realtà che la circonda, non può che portarla alla conclusione che “niente sarebbe peggio di un ritorno alla normalità.”

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Fonte: www.illibraio.it