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Carlo Rovelli racconta “Helgoland”, il mistero della fisica quantistica e i sentimenti che la scienza è capace di ispirare

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Carlo Rovelli è un fisico teorico di fama internazionale che durante la sua carriera ha lavorato soprattutto nel campo della gravità quantistica ed è stato tra i fondatori della teoria della gravità quantistica a loop.

Rovelli, che si occupa anche di storia e filosofia della scienza, è conosciuto anche grazie ai suoi saggi che, attraverso un linguaggio semplice e traboccante di meraviglia per i temi indagati, hanno saputo avvicinare molti lettori a questioni presenti nel dibatitto scientifico contemporaneo.

A sei anni dal suo maggior successo editoriale, Sette brevi lezioni di fisica (tradotto in 41 lingue, ha venduto più un milione di copie in tutto il mondo), a cui è seguito L’ordine del tempo, Rovelli, nato a Verona il 3 maggio 1956, è tornato a parlare del mondo della fisica, sempre per Adelphi, con un nuovo saggio: Helgoland.

Helgoland inizia con una storia, quella di un giovane di ventitré anni che, un po’ per curare la propria allergia, un po’ per ritagliarsi un momento in cui pensare, si reca su una piccola isola del Mare del Nord a largo della Germania: Helgoland, appunto. Questo ragazzo è Werner Heisenberg, e quella che intraprende non è una vacanza qualunque; è proprio durante il suo soggiorno sull’isola che Heisenberg arriverà all’intuizione che, grazie al contributo di illustri colleghi, si trasformerà nella rivoluzionaria teoria dei quanti, oggi alla base di innumerevoli progressi teorici e tecnologici.

In Helgoland Rovelli si inoltra in questa teoria rivoluzionaria, sempre con un linguaggio adatto sia a chi è a digiuno di scienza sia ai più esperti, prima permettendo di comprenderne il valore teorico e pratico, e poi esplorando  le questioni che fanno si che la teoria dei quanti sia anche una delle teorie fisiche più misteriose con le quali la scienza abbia a che fare.

Questi misteri sono da anni al centro delle ricerche di fisici, filosofi e altri grandi pensatori: dopo aver passato in rassegna alcune delle più funzionali teorie proposte in questi anni, Rovelli si sofferma su quella che ritiene più convincente, ovvero l’interpretazione relazionale, spiegandone le ragioni. Ma non si ferma qui, e dopo alcune incursioni nei collegamenti tra questa interpretazione e la storia, l’arte, la letteratura e la filosofia orientale, l’autore porta a scoprire come questa lettura della teoria dei quanti possa portarci a riconsiderare il modo in cui pensiamo alla realtà, oltre a proporre come questa potrebbe essere applicata per ripensare il problema delle origini della coscienza.

Come in altre sue pubblicazioni, in questo libro Rovelli (che ilLibraio.it ha intervistato) riesce a esprimere un estremo senso di vertigine verso le questioni scientifiche che racconta, uno smarrimento che ammette di provare lui stesso nell’interrogarsi su questi temi, e che contribuisce alla passione che alimenta il suo lavoro.

helgoland carlo rovelli

Rovelli, il libro inizia con il racconto di un episodio che ha contribuito a dare vita alla teoria dei quanti, che lei definisce “la sola teoria fondamentale del mondo che finora non ha mai sbagliato e della quale non conosciamo i limiti”. Come si è avvicinato a questa teoria?
Questa teoria l’ho incontrata al terzo anno di università. Per gli studenti di fisica è sempre un bel momento quando si ci arriva, perché i primi due anni si studia la cosiddetta fisica classica, quella precedente al Novecento, però si ha voglia di arrivare alle cose moderne, come la relatività e la fisica quantistica, quindi l’aspettavo”.

Quali sono gli aspetti che la affascinano maggiormente?
“A
ffascina me e tante persone perché è un salto concettuale, è un ripensare la realtà a fondo, e questo è straordinario. È una teoria che ci racconta che il mondo è diverso da come lo pensiamo. Non solo: nonostante il suo successo strepitoso, quello che la meccanica quantistica ci dice del mondo non è chiaro, e questo alone di mistero che ancora la avvolge contribuisce notevolmente al fascino che esercita“.

In Helgoland cita l’importanza che alcuni libri, a partire da I principi della meccanica quantistica di Paul Dirac (Bollati Boringhieri, traduzione di V. Silvestrini e L. Casalini) hanno avuto sulla sua formazione. Quando scrive, pensa mai che il suo lavoro potrebbe colpire dei giovani lettori, spingendoli magari ad approfondire o a studiare gli argomenti che lei tratta?
Sì, lo penso spesso. Quando scrivo ho in mente lettori di tipo diverso e miei libri si rivolgono a queste persone insieme, infatti si possono leggere su diversi livelli. Il primo lettore a cui io mi rivolgo, è un lettore intelligente, colto, ma che non sa niente di scienza, e quindi è curioso di questo mondo strano che è la fisica contemporanea. Il secondo si trova all’estremo opposto. Sono proprio i miei colleghi, perché sia Helgoland sia L’ordine del tempo non sono solo divulgativi, sono anche testi in cui cerco di articolare un punto di vista e di spiegare come vedo questi problemi su cui ho lavorato. Però poi c’è il terzo lettore, quello a cui segretamente a me importa più di tutti, che è quello a cui lei si riferisce: il giovane che sta entrando in queste argomenti, o che se ne può appassionare leggendone. Spero che fra i miei lettori ci sia chi non assorbe semplicemente queste idee, ma chi è anche capace di usarle, svilupparle e portarle avanti. In fondo insegno e questo è il sogno più bello per un professore di fisica, che tra i propri allievi e i propri lettori ci sia qualcuno capace di fare i passi successivi. Perché le cose da capire sono molto di più di quelle che abbiamo già compreso”.

Una caratteristica dei suoi libri è quella di riuscire a spiegare fenomeni complessi con una semplicità che li rende accessibili, facendo comunque intuire al lettore la profondità dell’argomento trattato. Negli anni è cambiato il suo approccio alla divulgazione, anche grazie al successo delle Sette brevi lezioni di fisica?
“Un po sì. Io ho cominciato tardi a scrivere libri di divulgazione, dopo i cinquant’anni. Prima scrivevo solo libri sulla mia ricerca. Prima delle Sette brevi lezioni di fisica ho scritto La realtà non è come ci appare e Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (Raffaello Cortina e Mondadori, ndr), che è un libro sulla natura della scienza. Però Sette brevi lezioni di fisica è stato anche per me una scuola perché mi sono accorto che c’è un modo di parlare a cui la gente è interessata, e cioè non entrare negli innumerevoli aspetti che un problema scientifico può avere, che sono sempre tanti e che richiederebbero voluminosi trattati, ma cercare di andare al cuore della faccenda, senza però sminuirla: dire le cose che ritengo più importanti, senza nascondere le difficoltà e anzi mostrandole, dicendo ciò che capiamo e anche ciò che non capiamo. Ho imparato a togliere le cose irrilevanti e concentrarmi su quello che mi sembra il punto centrale, cercando però di descriverlo nel modo più chiaro possibile“.

L’indagine scientifica sulla realtà e sul mondo spesso può condurre a riflessioni profonde e poetiche. A questo proposito Francesco Guglieri in Leggere la terra e il cielo (Laterza) racconta diciannove saggi che gli hanno permesso di percepire quello che lui chiama il “nuovo sublime”, il senso del meraviglioso scientifico, tra i quali troviamo anche L’ordine del tempo. C’è un libro che più di altri ha fatto provare anche a lei questa sensazione?
Non saprei se ci sono stati dei libri nello specifico: c’è stata la scienza e ci sono stati tanti commenti di scienziati che mi hanno portato in quella direzione. Io mi sono occupato soprattutto di fisica dello spazio e del tempo e quindi Einstein per me è sempre stato il riferimento culturale principale. Einstein non ha nascosto il senso di quasi religiosa sacralità con cui lui guardava l’universo e i suoi misteri; sublime mi sembra sia la parola adatta a descrivere quello che è il senso di meraviglia, ma anche di ammirazione, che questo ispirava. Anche nella grande letteratura che parla di scienza, da Lucrezio a Milton, ho provato questa grande sensazione. Lo studio della natura ci riempie di stupore, ammirazione, gratitudine: sentimenti profondi, che sono veri, e che penso non siano separati dallo studio tecnico scientifico, anzi nutrono la scienza stessa. Uno dei testi più più antichi e più belli di scienza mai scritti, un pilastro della scienza universale, è il libro di Tolomeo, l’Almagesto, scritto nel primo secolo, che è il volume su cui si fonda l’astronomia antica e da cui nasce tutta l’astronomia moderna; l’Almagesto si apre con una frase straordinaria: ‘Quando io contemplo un movimento delle sfere celesti, bevo l’ambrosia degli dei’ ed esprime esattamente questo senso di assoluta meraviglia e incanto, il sentirsi spostati su una sfera superiore nello studiare un problema completamente scientifico come il moto dei pianeti“.

Infatti, nel libro mostra in numerose occasioni (ad esempio quando parla del pensiero di Ernst Mach, fonte di ispirazione filosofica per Einstein e Heisenberg) l’arricchimento che si può trarre dal dialogo tra materie cosiddette umanistiche e quelle scientifiche. Questo dialogo avviene, o andrebbe incoraggiato?
“È sempre avvenuto e sta avvenendo ancora. Andrebbe incoraggiato, nel senso che non andrebbe ostacolato e soppresso. Viene ostacolato da due cose: da un lato dalla grande separazione che in molti Paesi c’è tra l’educazione scientifica e un’educazione umanistica più globale, separazione che penso sia deleteria; gli uni e gli altri hanno bisogno di conoscere l’altra parte della cultura. Ma viene anche ostacolato in quello che, nella mia opinione, è un atteggiamento di arroganza che hanno sia una parte della scienza (abbiamo sentito scienziati dire che la filosofia è morta, che non serve più a niente ora che c’è la scienza, oppure che non leggono romanzi perché gli interessa solo la scienza, con una cecità e una scioccheria notevole) e dall’altra parte ugualmente abbiamo sentito filosofi dire che ‘la scienza non pensa, la scienza non è vero sapere’, e abbiamo sentito persone colte, con una cultura classica, inorgoglirsi dichiarando ‘la matematica, la scienza, la fisica non mi interessano, non le capisco’. Lo trovo un atteggiamento un po’ sciocco, come qualcuno che dica ‘La musica non mi interessa, non la capisco’. Peggio per lui“.

Dal suo libro emerge anche l’ammirazione per alcuni elementi cardine del pensiero scientifico, come il bisogno di affrontare gli argomenti senza pregiudizi, l’essere in grado di mettere in discussione le idee del passato, l’importanza della collaborazione. Avvicinare alla scienza tramite la divulgazione, è anche un modo di avvicinare a questo tipo di approccio verso il mondo?
Sì, perché la scienza è una grande scuola, soprattutto perché insegna da un lato che non dobbiamo fermarci alle verità acquisite: chi afferma di essere un depositario della verità e che gli altri hanno torto, non è una persona affidabile, è una persona che non impara più niente e che non entra nel dialogo culturale. Però, dalla parte opposta, la scienza ci dice anche che l’alternativa alle certezze non è il relativismo: le opinioni non sono assolutamente tutte uguali, le opinioni si incontrano, dialogano e si scontrano. Se la pensiamo diversamente non è che vada bene sia quello che penso io sia quello che pensi tu, ma fra di noi c’è qualcosa da imparare. Questo vale anche per questioni come l’estetica o la morale. La morale non è rimasta fissa: c’era un periodo in cui era morale bruciare i ragazzini per offrirli agli dei, un periodo in cui era morale la schiavitù, chiedere alle donne di obbedire agli uomini o ammazzare le persone. La morale evolve perché entriamo in contatto, parliamo, discutiamo e c’è uno scambio continuo che si basa sull’idea che parlando impariamo di più. Insieme possiamo arrivare a delle idee migliori, a una morale migliore e per fare questo bisogna ovviamente rispettarsi e sapere che forse noi abbiamo torto e c’è qualcosa da imparare dagli altri“.

Approfondendo l’interpretazione relazionale della teoria dei quanti lei spiega come questa conduca a considerare la persona come parte del fenomeno che studia, in un certo senso reinserendo l’umano, che spesso se ne è voluto distaccare, all’interno della natura. Ripensarci come parte integrante della natura può forse essere una chiave per affrontare sfide attuali, come per esempio l’emergenza climatica?
Questa domanda tocca un po’ lo spettro degli argomenti del libro, che parte dalla meccanica quantistica e dalla sua interpretazione relazionale, cioè dal fatto che la fisica del Novecento a livello degli atomi ci spinge a pensare in termini di relazioni. Questo significa sia che comprendiamo meglio la natura pensando a noi stessi come pezzi di essa che interagiscono con il resto sia che la migliore descrizione della natura è proprio questa interazione. E questo implica molte cose, sia nella comprensione di noi stessi sia anche nel nostro rapporto con il mondo naturale. Penso che tutta la cultura di questo millennio abbia assorbito il fatto fondamentale che noi non siamo, come umanità, qualcosa al di fuori del mondo naturale, con infiniti poteri e capacità di comprensione, con un intelletto al di là delle cose. Noi siamo parte di questa rete, possiamo influire sul resto, ovviamente, e ogni volta che influiamo sul resto qualcosa influisce su di noi. Tutta la grande emergenza dell’umanità di questi decenni, che è l’emergenza climatica ed ecologica, nasce proprio dal rendersi conto sulla nostra pelle di quanto siamo parte di una rete e non i padroni e guide della natura, come si poteva pensare in un periodo in cui eravamo meno potenti e quindi meno capaci di influire sul resto, come è stato dal periodo classico fino all’Ottocento”.

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Fonte: www.illibraio.it