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“Che dispiacere”: dalla commedia al giallo, in stile Nori

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Non è un caso che Paolo Nori apra il suo Che dispiacere (Salani), romanzo in cui passa dalla consueta prima persona alla terza, con la lista dei personaggi principali: è un particolare a cui fare attenzione, un’infilata di caratteri che sono delineati a brevi tratti e già fanno tutto. Perché quando c’è un commissario di polizia che gioca a sudoku, un agente con il diploma di scuola alberghiera, un pensionato che non si rassegna al pensionamento, un giornalista che vuol fare lo scrittore e uno scrittore che fa il giornalista ma senza dirlo a nessuno, si capisce in partenza che la trama passa in secondo piano. Il divertimento è dare vita a questi soggetti, farli recitare sul palcoscenico di una commedia che si ritrova inaspettatamente a essere un’indagine, su un morto ammazzato in un campo di rugby.

In Che dispiacere, però, c’è anche il calcio, quello degli ultrà, quello delle inchieste sugli intrallazzi tra le squadre per spartirsi i punti, quello bello di Mariolino Corso, e poi quello della Juventus, che quando perde c’è chi è contento e ci scrive pure un giornale.

Che dispiacere esce in edicola solo i giorni successivi alle sconfitte della Juventus. Solo quelli: quando la Juve vince, non esce. E lo scrive Ivan Piri, che è lo pseudonimo di Bernardo Barigazzi: prolifico scrittore, vedovo da pochi mesi di Francesca, dal carattere così morbido che lui la chiamava Togliatti. Barigazzi è uomo dai grandi stupori: dotato di poca considerazione di sé, si compiace dei suoi successi quotidiani, come cucinare gli spaghetti, comprare un telefonino, e guarda con incredulità al suo lavoro. Davvero sto scrivendo un libro? si chiede, come se le sue fossero imprese paragonabili a una Waterloo di stendhaliana memoria.

Ma Barigazzi è fatto così: ne sa qualcosa Marzia, che lo chiama pillolone ma anche maiale, quando lui le dà buca, cioè quasi sempre.

“Lui, com’era lui, lui credeva di avere un debole, per sé.
Che se avesse conosciuto uno che faceva le cose che faceva lui e non fosse stato lui, lui credeva che gli sarebbe stato così sui coglioni, uno così, che probabilmente non gli avrebbe rivolto la parola neanche per sbaglio”.

Sulla sua strada c’è un aspirante scrittore, giornalista pubblicista in bicicletta, Enrico Mancino, restio a riconoscergli la superiorità narrativa che gli è dovuta, capace di raccontare balle evidenti alle donne che si credono sue fidanzate, e a far pendere dalle sue labbra le giovani promesse della carta stampata. Un uomo superfluo, direbbe Turgenev, una testa di cazzo, direbbe Barigazzi.

Suo vicino di casa, in via Irma Bandiera, è invece il “peloso”, il settantenne Gianni Lamborghini, in montgomery blu di giorno, in pigiamone di flanella e ciabatte del Bologna FC la sera. È lui il pensionato riluttante, alla sua condizione di pensionato, ma anche a quella di marito della coabitante, come la chiama lui, la moglie Ilaria, ossessionata dal bingo e da quintali di fagiolini da pulire.

E mentre sullo sfondo occhieggia, dalle pagine di un libro, l’amor cortese e tormentato tra Oona e Salinger, le coppie di Paolo Nori si fronteggiano con silenzi rancorosi e dialoghi splendenti di un’intimità prosaica:

“Lei gli aveva detto che lui non le dava mai ragione.
Lui aveva detto: <<Aah, ma volevi ragione? Scusa, non avevo capito: hai ragione>> le aveva detto.
<<Ooooh>> aveva detto lei, <<ci voleva tanto?>>”.

Barigazzi, Mancino, Lamborghini si ritrovano coinvolti insieme nell’indagine condotta dal commissariato di polizia Santa Viola. Pareti verdi che fanno schifo, un cartello “attenti allo scalino”, (che poi non c’era mica bisogno di avvertire), nel commissariato lavorano eccellenze investigative come Cosimo De Crescenzo, laureato all’università telematica Nicola Cusano e interprete (a squarciagola) dei cidì di Eros Ramazzotti e il commissario Rolando Belpoliti che alterna l’eccitazione per il sudoku a quella per la collega Lucia.

Questi e altri personaggi si muovono, tra dialoghi, soliloqui e riflessioni, incomprensioni e chiarimenti, sulla scena di una Bologna umana e popolare, che ha come riferimenti la Coop, il retro di San Petronio, l’Osteria della Trottola: una città dove si corre, si beve, si vive, affascinante e impossibile da definire.

“Bologna è difficile, dura, complessa, poliedrica, sfaccettata, antica e moderna, accademica e antiaccademica, giovane, con i suoi studenti, e vecchia, con i suoi bottegai, viva e morta nello stesso tempo, aperta e chiusa, gioviale e malinconica, simpatica e antipatica, onesta, con il suo buongoverno, e disonesta, con i suoi affitti in nero”.

Non manca certo di parole, Polo Nori, autore tra gli altri di Siamo buoni se siamo buoni, e traduttore di scrittori russi, Gogol’, Tolstoj, Lermontov, per citarne solo alcuni. Il suo com’è noto è uno stile tutto personale, lo si capisce subito, dalle prime righe: i vocaboli si rincorrono, si srotolano, tornano su se stessi in tante ripetizioni che conferiscono l’ossessione dei tic ai monologhi e ai pensieri dei protagonisti. Un’esperienza di lettura per menti libere e spericolate.

È una lingua parlata, domestica, solo in apparenza spontanea, che finge di essere antiletteraria ma nasconde artifici e talento: è frutto di un lavoro colto e molto ironico, di un autore che sa sovvertire qualunque consuetudine, che gestisce così bene la parola da portarla al limite, rifiuta il bello scrivere per farsi regole tutte sue, e costruisce un linguaggio nuovo, singolare anche nell’incedere del ritmo. Il risultato è un giallo anomalo, innovativo e pieno di umorismo.

 

LA CURIOSITA’: l’autore su Facebook ha presentato così il nuovo romanzo: “Dopo tanti romanzi in prima persona, ne ho scritto uno in terza persona, che sarebbe questo, e intanto che lo correggevo mi è venuto in mente Dino Risi quando ha detto a Nanni Moretti ‘Spostati, che voglio vedere il film’. Ecco, qui io ho provato a spostarmi, non so se ci sono riuscito” (ndr)

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Fonte: www.illibraio.it