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Dal teatro al cinema: “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante e i rischi del melò

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“Fammi vedere pure a me”. Il lavorio di una punta che scava nel muro. Lo strumento martella, gratta e lima, produce un buco nella (quarta) parete. Di nascosto, nel buio della casa, teatro della vicenda, entra la luce.

C’è molto in quell’atto inaugurale: la fatica e la pervicacia di aprire un pertugio, un buco della serratura da dove spiare, da cui sgorga luccicanza, vita e meraviglia (cinema) di un altrove. Di cielo e di mare.

Lo sguardo di Emma Dante parte da questo gesto d’effrazione, affonda e si fonda in questo varco fra dimora e mondo, dentro e fuori, presenza e assenza, corpo pesante e pulviscolo di spirito. Come un uovo che si schiude, protezione e prigione di una sorellanza (di queste peeping sisters) in cerca d’evasione dal guscio, proiezione verso l’aperto.

E anche noi, nell’ombra, vo(g)liamo vedere di più.

le sorelle macaluso emma dante

Così, a partire da questo moto di passione, trasgressione e curiosità, con il suo secondo film la regista ci ri-racconta le sorelle Macaluso (qui cinque, a teatro erano sette), in questa reincarnazione/riscrittura filmica della piece che le valse due premi Ubu nel 2014, qui riadattata, radicalmente riscritta con il contributo alla sceneggiatura di Elena Stancanelli e Giorgio Vasta, e in concorso a Venezia.

Piccole donne voraci di vita e di mondo, rinchiuse nei segni, nei sogni e nei disegni delle liturgie domestiche, degli eriditati arredi, di una marginalità ammortizzata insieme, attraversano tre stagioni della vita, e l’esperienza fugace del gioco e della danza, quella ricorrente della perdita, che torna di colpo lampante e, sotteraneamente, come senso di colpa.

Gineceo ribollente, festante, viscerale e fremente, che si agita fra mobili e oggetti, animali e fantasmi, riflessi e ombre, testimoni muti dell’esperienza e dei ricordi, in un appartamento periferico e ancestrale, privo di genitori ma capace di registrare ogni mancanza e accogliere i vuoti.

C’era una volta a Palermo (qualcosa della fiaba, qualcosa della poetica della memoria di Leone, al suono dei cellulari: così la Madelaine proustiana è qui una barretta al cioccolato Kinder), in questa casa di bambole antica ma contemporanea, voliera di meravigliose creature (Nannini che chiosa, infine), vera protagonista assoluta del film che racchiude, riverbera, coi suoi oggetti magici e simbolici (spesso inquadrati dall’alto dei cieli), i destini di queste “piccole persone” (gli animali, secondo l’Ortese), e i caratteri, insieme singolari e simbiotici, distinti e confusionali di Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella (interpretate nel tempo da dodici attrici notevoli).

Le sorelle si agitano come bestie in gabbia (e di scena: la nudità dei corpi che invecchiano nella stessa vasca), e si specchiano nelle madie di un tempo, nelle Barbie consunte e nei piatti del ‘servizio buono’ (rotti, e vanamente reincollati), nelle uova di dinosauro e in quelle di piccione che raccontano le (ri)generazioni e le loro speranze. E sono quei piccioni onnipresenti e variopinti, uccelli da cerimonia, che danno alle donne sostentamento e insieme vocazione al volo, in uno spazio incantato e circense (il clown/carillon che satura la colonna sonora delle note di Satie, il Pinocchio che evoca un percorso di crescita tortuoso), uno zoo aviario che ricorda gli svolazzi di un John Woo, ma ha qualcosa pure dell’aia di un Kusturica e un sospetto struzzesco alla Buñuel.

Tutto ruota intorno alla possibilità di ascensione/fuoriuscita dal liquido amniotico del mare che si agita sotto al Charleston, stabilimento balneare, musica, paese dei balocchi fuori campo, dove la più giovane delle sorelle, secondo il topos teatrale più fatale (da Ofelia alla bimba dei Sei personaggi) è destinata ad annegare, quando le altre spensierate scherzano, schizzano e giocano, girano il volto dall’altra parte e si dirigono altrove a nuoto, o ancora immaginano/vivono (ritorno al futuro), in un cinema invaso di sole, un bacio saffico e assoluto come l’adolescenza.

Dante interseca con pathos montante e coinvolgente i tre piani temporali della vicenda, in un crescendo in cupezza e dramma, ritraendo un femminile composito, vivissimo e dolorante, non temendo mai il melò e l’eccesso (di finali, di simboli, di  musica). Eppure forse in questa sovrabbondanza, il rischio della retorica e dell’ipersottolineatura sono in agguato (un cuore estratto da un animale non necessita una busta di plastica con la scritta ‘cuore’; un uovo va bene, ma due cominciano a essere troppi; le canzoni, De André di Battiato e Giannini integrali, e il refrain di Satie hanno risvolti ridondanti e didascalici; l’ennesimo volo di colombi può risultare stucchevole).

Goethe diceva che un arcobaleno che dura un quarto d’ora nessuno lo guarda più. Ecco, per sostenere, quello stupore dello sguardo che pure è in grado di evocare, forse una maggiore misura avrebbe fatto guadagnare in potenza a un film che non può non commuovere, ma avrebbe detto di più dicendo un po’ meno. Sottile e delicata è la linea, infatti, fra il barocco (siciliano) e il Baricco (tornatoresco).

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Fonte: www.illibraio.it