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Dara McAnulty e il “Diario di un giovane naturalista”: avere 16 anni e amare la natura

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Sedici anni e originario dell’Irlanda del Nord, Dara McAnulty è un giovane amante della natura e attivista del cambiamento climatico, autore del Diario di un giovane naturalista (Feltrinelli, traduzione di Chiara Mancini), il libro in cui racconta la sua passione per la natura e gli animali, il piacere di passare il tempo all’aria aperta tra boschi e ruscelli, e il modo in cui questo lo ha aiutato a convivere con la sindrome di Asperger.

Dara McAnulty Diario di un giovane naturalista

In seguito alla diagnosi, arrivata a cinque anni, la sua famiglia ha deciso di lasciare Belfast per stabilirsi nella contea di Down, non più in una grande città ma in un paese più tranquillo, dove fosse più facile accedere agli spazi verdi e vivere a contatto con la natura: l’Asperger, che rientra nello spettro dell’autismo e si presenta in diverse forme, rendeva più difficile per Dara sia la socializzazione sia il passare del tempo in luoghi caotici; sono i colori, i suoni e i tempi della natura a metterlo a suo agio.

Come si legge in un’intervista sul Guardian, ha cominciato a scrivere sin da molto giovane poiché, spiega, mettere le cose per iscritto lo aiutava a comprenderle; a 12 anni ha cominciato un blog sulla natura e si è iscritto a Twitter, uno strumento che lo ha aiutato a relazionarsi con gli altri, anche di persona, in un modo di cui prima non era capace. Diario di un giovane naturalista è un libro dedicato alla sua passione per la natura, ricco di annotazioni sul volo degli uccelli, i colori degli alberi, i profumi del bosco, in un tempo placido scandito dallo scorrere delle stagioni.

Con voce limpida e continua meraviglia, Dara McAnulty racconta come è diventato un ecologista, descrive i voli delle cinciallegre, il desiderio di diventare un attivista, raccoglie piume e pigne, annota le sue scoperte e narra dei Fridays For Future insieme a Greta Thunberg, aprendo al lettore la sua coscienza e il suo pensiero.

Per gentile concessione dell’editore, su IlLibraio.it un estratto dal libro:

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

Domenica 1 aprile

Dopo un’allegra serata a base di buon cibo e buona musica (e con le orecchie ancora piene del canto degli uccelli), anche questa nuova giornata promette bene: sprazzi d’azzurro fanno capolino tra le nubi e il mare è piatto e luccicante. È la domenica di Pasqua e stiamo per andare al West Light Sea Bird Centre, che ospita la più grande colonia di uccelli marini dell’Irlanda del Nord.

Prima di colazione, Bláthnaid, Lorcan e io ci fiondiamo in giardino a cercare le uova di cioccolato che mamma e papà hanno nascosto nelle fessure del muro a secco, sotto i sassi e tra l’erba. Ormai nel nostro giardino le troviamo subito, qui è molto più divertente! Corriamo eccitati, gridando di gioia. Per una volta non ci dobbiamo controllare, tanto nessuno può sentirci!

Le allodole sono il nostro coro della domenica e la natura è il nostro luogo di culto. C’è vento, è una giornata luminosa. Noto una coppia di oche selvatiche intenta a beccare tra l’erba, sulla riva del lago. Nel tempo che le raggiungiamo, diventano ben otto. Si avvicinano, non sembrano affatto intimorite.

Eravamo così impazienti di visitare il centro ornitologico che arriviamo con mezz’ora di anticipo. Ci accolgono Hazel e Ric, che vivono a Rathlin da un anno e sanno tutto sulla sua fauna. Ne parlano con passione e sono molto gentili. Io non parlo molto, ma non è una novità. Sorrido e annuisco, tranne quando la conversazione si sposta sugli uccelli. Anche in quel caso, però, non sono a mio agio come potrebbe sembrare da fuori. Mi sento oppresso. Cerco sempre di analizzare le conversazioni, di distinguere le sfumature, le espressioni del viso e il tono della voce. Spesso però sono sopraffatto dalla quantità d’informazioni e così mi estraneo. Il cuore mi martella nel petto. A volte sento così forte il bisogno di allontanarmi che me ne vado mentre le persone si rivolgono a me, senza neanche accorgermene. Può essere un tantino imbarazzante.

Hazel e Ric ci guidano fuori dal centro, verso la scala di pietra che porta alla colonia. Gli adulti sono ancora presi dai convenevoli (un tipo di conversazione del tutto inutile, a mio parere). Io mi avvio rapidamente giù per i novantaquattro ripidi scalini tagliati nella falesia; ci sono gabbiani tridattili e fulmari che volano ovunque. Sento un brivido d’eccitazione. Non riesco più a trattenermi e raggiungo la piattaforma panoramica correndo. Ecco anche le urie! Gli schiamazzi sempre più forti degli uccelli mi esplodono dentro. Con le mani tremanti, monto il treppiede che mi ha prestato Ric, ci poso il mio cannocchiale e lo punto verso il mare.

Individuo quasi subito il piumaggio bianco e nero di una gazza marina. Nonostante le onde, questi uccelli riescono in qualche modo a galleggiare restando in fila e sempre con una certa eleganza. Poi vedo sfrecciare il corpo affusolato di una sula bassana (l’uccello marino più grande che abbiamo in Irlanda). So che può raggiungere i cento chilometri all’ora quando scende in picchiata sulla preda, ma non ho ancora avuto la fortuna di vederlo con i miei occhi. Le sule hanno un’eleganza che richiama l’art déco, occhi stupendi e un’apertura alare di quasi due metri. Finalmente riesco a inquadrarne una nel cannocchiale. L’aria è piena delle strida e degli schiocchi dei fulmari: sembrano streghe che volano scagliando maledizioni contro la falesia e i suoi abitanti. Sono uccelli piuttosto buffi, con un’arma di difesa molto particolare: se qualche invasore si avvicina al nido lo respingono con un forte getto di vomito giallo, acido e oleoso. Io trovo che siano graziosi, a modo loro, e mi piace guardarli galleggiare verso riva, sospinti dalle onde. Il paesaggio che mi circonda è affascinante e ipnotico; la colonna sonora semplicemente perfetta. Mancano all’appello i puffin (le pulcinelle di mare), ma del resto non mi aspettavo di vederli così presto.

È una giornata tiepida e io sono felice, sereno. Bláthnaid e Lorcan invece cominciano a scalpitare. Mi dicono che se voglio posso restare ancora un po’, ma preferisco mangiare qualcosa con gli altri. È difficile andarsene da un luogo così magico, ma facciamo un patto di famiglia: torneremo prima di lasciare l’isola.

Nel pomeriggio facciamo un’escursione sulla bellissima Kebble Cliff. Le impronte delle lepri nel fango sono la prova inconfutabile del buffo modo di avanzare di questi animali che, anche oggi, sono dappertutto. Compaiono dal nulla, tra massi e ciuffi d’erba; si fermano un istante, ci osservano, e poi spariscono velocissime. Le poiane e i corvi imperiali sono una presenza intermittente e a un certo punto passa in lontananza anche un falco pellegrino. Con i nostri passi staniamo beccacce e beccaccini che si alzano in volo all’improvviso, facendoci sobbalzare. Le allodole e le pispole salgono verso il cielo disegnando ampie spirali e sento risuonare il loro canto in ogni particella del mio essere. Le note mi avvolgono e mi sollevano insieme a loro. Mancano solo farfalle e libellule per completare la primavera. Se mi concentro, riesco a immaginare il suono che avrebbe qui. Mi riprometto di tornare a maggio, nel pieno dello splendore primaverile. Che spettacolo!

Stanchi di camminare ed esplorare, raggiungiamo il pub per mangiare un boccone e giocare a biliardo. Comincio a catalogare con cura nella mia testa ogni momento della giornata, così da poter ricordare i dettagli quando (la prossima settimana, il prossimo mese o in un futuro imprecisato) avrò bisogno di sentirmi felice. Quest’isola dalla forma simile a una coda di sirena mi ha incantato. È lunga appena dieci chilometri e larga due, ma racchiude così tanti tesori. E noi ne abbiamo visto solo una minuscola parte!

Io e la mamma torniamo a casa a piedi, sperando di vedere una rara pianta di bugola piramidale, ma senza successo. Osservo il nostro cottage: è così perfetto che provo una fitta al cuore. Domani è l’ultimo giorno che passiamo qui.

(Continua in libreria…)

 

Nota: la foto in alto è © Elaine Hill.

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Fonte: www.illibraio.it