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David Leavitt racconta l’altra faccia (snob) dell’America di Trump

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«Ovviamente non è la prima catastrofe politica che attraversiamo» disse Rachel. «Potrebbe addirittura non essere la peggiore che abbiamo vissuto.»
«Ti sbagli» replicò Eva. «Non c’è stato niente di peggio durante la nostra vita.»

L’ascesa di Donald Trump getta nel panico Eva Lindquist, che nel nuovo presidente identifica tutto quanto c’è di sbagliato e dannato al mondo. Eva ingaggia una sua battaglia personale, che in concreto si traduce in chiacchiere da salotto con il suo gruppo ricercato di amici intellettuali, tra cui il suo fidato arredatore Jake, e una campagna denigratoria verso il suo vicino di pianerottolo, Alec Warriner, reo di essere repubblicano. Per questo Eva consente ai suoi tre terrier Bedlington di fare pipì sullo zerbino di Alec, e non degna di saluto lui e sua moglie Kitty.

david leavitt il decoro

La crociata antitrump di Eva, che non riesce nemmeno a nominare il presidente, non si ferma e supera le mura di casa, varca l’oceano, approda a Venezia. È lì che si reca in tutta fretta con l’amica Min, una giornalista che le fa da dama di compagnia, per non assistere alle feste di insediamento – tra cui quella organizzata proprio dal vicino di casa. Quando le viene offerto in vendita un appartamento da una ricca aristocratica sul lastrico, Eva non ha dubbi: è quello il rifugio, il progetto di vita dove assicurarsi libertà e pace lontano da Trump e dalle sue nefaste politiche di regime.

La casa veneziana che guarda sul canale e su un giardino di rose, è tutta da rifare: niente di meglio per Eva che adora affidare a Jake i suoi progetti per realizzare ambienti sempre più raffinati, perfetti. Ma forse questo è un piano con troppe complicazioni per lei, per il marito Bruce, e anche per Jake.

«Lei cerca qualcosa di diverso. Una specie di sicurezza. Secondo me quel posto a Venezia per lei è una specie di bunker. Un lussuoso rifugio antiaereo, o una stanza anti panico».
«Oppure vuoi dire che lo vede come un posto dove sentirsi a casa?».

Nell’appartamento di Park Avenue a New York e nella grande casa in Connecticut, Eva è un’animatrice di salotti, fulcro di una socialità controllata, selezionatissima, di artisti gay, donne sole, coppie sposate di intellettuali: in queste occasioni le parole sono sempre misurate, la padrona di casa non ammette volgarità né eccessive confidenze.

È questa la sicurezza che Eva vuole proteggere, cercandosi un rifugio dorato altrove, chiudendosi dentro case perfettamente addobbate, rinunciando alla libertà, proprio mentre proclama di volerla difendere.

È un’esistenza fatta di ornamenti e finte verità, quella della borghesia intellettuale e liberale americana descritta ne Il decoro da David Leavitt (SEM, traduzione di Fabio Cremonesi), un tema caro all’autore, cantore delle ipocrisie e fragilità della middle class fin dal suo giovanile Ballo di famiglia: gente facoltosa che mentre aborre i muri di Trump alza muri lei stessa a protezione delle sue agiate abitudini, e lascia che la paura delimiti la sua esistenza.

Editori sprezzanti, aspiranti scrittrici, arredatori, esperti di finanza: la loro è una vita di privilegi ma anche di convenzioni, circoscritte all’interno dell’isola di Manhattan, di barriere di classe e di pregiudizio, dentro le quali pochi altri sono ammessi, alcuni relegati in cucina a preparare da mangiare per le serate di Eva.

Nulla di sconveniente è concesso, e le energie di questa classe sociale, colta, intelligente, piena di risorse, sono congelate in uno stallo inerte, una vita dentro una bolla che regala l’illusoria sensazione di essere al sicuro da tutto il mondo esterno, limitando ogni propria libertà all’insegna della sicurezza.

E allora non ci sono sentimenti, non ci sono parole sincere, ci sono voci, e ci sono segreti, ci sono atti di generosità taciuti, e forse anche compiuti per un senso di ricco narcisismo, ci sono matrimoni perfetti di fuori, e svuotati dentro, ci sono effusioni proibite e amicizie regolate dall’interesse e dal contegno.

«Qual è la tua opinione sulla zuppa all’acetosella, Aaron?»

«Non avendola mai assaggiata, non posso dare un parere, anche se noto che tra le persone che si identificano come liberal, è frequente fingere di amare cose che non piacciono perché ci si sente in dovere di farlo».

La casa è solo una proprietà da decorare per essere ammirati, per finire su una rivista, per portare sulla propria vita la firma di un arredatore, marchio di garanzia del prestigio; dimentichi ormai di quanto una casa possa essere un riparo, perché luogo di famiglia e affetti, perché home e non solo house. Provvidenziale lingua, l’inglese, che percepisce questa differenza sostanziale.

C’è un sottofondo di inquietudine ne Il decoro, un senso di sbigottimento di fronte all’imminente catastrofe, che è reso forte e diretto dallo stile di David Leavitt, minimalista e brillante. Con dialoghi veloci, taglienti di rabbia, pieni di umorismo e di qualunquismo elegante, l’autore racconta l’altra faccia dell’America di Trump.

I suoi sono tutti personaggi egocentrici che parlano in continuazione, compiacendosi di se stessi, e interpretano il caos del loro tempo affollando il loro vuoto di parole, pettegolezzi, e tappezzerie costose: il risultato è malizioso e sarcastico.

«Se fossimo nel 1940, fossimo europei e decidessimo di lasciare l’Europa, almeno sapremmo dove andare. Qui. A New York. Oggi invece è molto più difficile capire dove si è al sicuro».

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Fonte: www.illibraio.it