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Di fake news è piena la storia

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Il bello delle fake news è che sono come il buffet dei matrimoni: ognuno prende quello che più gli piace. Anche perché si trovano pietanze succulente e gradevoli, almeno all’aspetto. Le teorie dei complottisti, per esempio, si contraddicono a vicenda ma per come vengono presentate risultano credibili. I fatti scientifici non si contraddicono a vicenda ma sono ritenuti inaffidabili. Vittime i cittadini? Fino a un certo punto. Si crede a ciò che si vuol credere. Punto. Perché è più rassicurante e consolatorio.

Fake News Munafò

Certo, si tratta di un meccanismo infido e pericoloso perché non ha nulla a che fare con la libera (e onesta) informazione, tipica non a caso delle democrazie, ma piuttosto con l’ideologia. E l’ideologo non va troppo per il sottile: se la realtà smentisce la mia idea, tanto peggio per la realtà! Per questo il libro del giornalista Mauro Munafò, Fake News, haters & cyber bullismoA chi servono e come difendersi (Centauria Editore) è una guida preziosa per orientarsi nel ginepraio delle bufale che non nascono con Internet, come afferma una certa vulgata, se già nel 300 a. C. il filosofo greco Teofrasto di Ereso, discepolo di Aristotele, nei suoi Caratteri descriveva l’”inventore di notizie false” raccontandone le tecniche: “I suoi discorsi sono tali che nessuno potrebbe trovarvi qualcosa da ridire […] Se però gli si chiede: ma tu ci credi?, ti risponderà che il fatto ha già fatto il giro della città e che tutti sono d’accordo nel raccontare la stessa cosa”.

Di fake news, insomma, è piena la storia e sono pieni i regimi, come quello nazista con i Protocolli dei Savi di Sion, le hanno utilizzate per la loro propaganda. La potenza di fuoco dei social media, oggi, ci ha messo solo il carico da novanta. Le bufale (e le mezze verità), d’altra parte, sono molto “amate” perché semplificano la realtà e offrono risposte nette a problemi complessi. Forniscono a certi politici ottima benzina per il motore della loro propaganda e alle persone di mettere in stand-by il ragionamento e l’analisi. Scusate se è poco.

Occorre combatterle ma per farlo bisogna conoscerle. Munafò in questo libro, adatto anche alle scuole e arricchito dalle belle illustrazioni di Marta Pantaleo, cerca di orientare i lettori nel mare magnum delle fake news e di tutti i fenomeni di cui sono all’origine: il cyberbullismo, come è possibile riconoscere e denunciare gli haters, il doxxing, ossia la diffusione di informazioni private con intenti diffamatori, fino al revenge porn, ora punito per legge, che riguarda soprattutto donne e adolescenti, e si traduce nella diffusione di contenuti sessuali espliciti a scopo vendicativo. Molto utile il glossario finale perché offre una definizione dei termini in ballo, da deepfake a hate speech, da fact checking a echo-chambers, che spesso utilizziamo senza neanche conoscerne il significato e l’origine.

fake news munafò

Munafò nell’introduzione scrive che “le istituzioni, le forze dell’ordine e le stesse piattaforme social stanno predisponendo, a volte con colpevole ritardo, diverse contromisure” contro il dilagare delle fake news, per poi aggiungere: “Ma il modo più sicuro per affrontare il lato oscuro della Rete consiste nel conoscerlo e nel sapere come agire in prima persona». Tutto giusto, certo. Ma, ad esempio, la verifica dei fatti predisposta dalle piattaforme social: c’è da fidarsi? Chi la fa? L’algoritmo? E in nome di che cosa, visto che stiamo parlando di aziende che fatturano miliardi di dollari e per il quale business is business.

Prendiamo il recente battibecco, chiamiamolo così, tra Donald Trump, cinguettatore seriale, e Twitter. Il presidente americano in vista delle elezioni presidenziali del prossimo novembre criticava l’idea di far votare via posta per sfuggire al rischio coronavirus, giudicando il voto a distanza come una potenziale porta aperta alle frodi e ai brogli. Twitter ha bollato i messaggi di Trump con la dicitura “potenzialmente fuorvianti”, con un link ad articoli e materiali vari sul voto per corrispondenza. La questione non è tanto se, nel merito, Trump abbia ragione o meno. È un politico, dice la sua, e ha tutto il diritto di farlo così come il suo sfidante Joe Biden di affermare invece l’esatto opposto, e cioè che il voto per posta è sicuro. Di Trump conosco la biografia, il pensiero politico, le idee e le azioni e la propaganda. E di Twitter? Dietro all’avviso che i tweet di Trump sono falsi chi c’è: un algoritmo? Un manager pagato per fare quel lavoro? Uno stagista? Sono loro che dispensano la “verità” e propongono a me cosa devo pensare? Insomma, quis custodiet ipsos custodes?

Questo per dire che su questo terreno infido non esistono soluzioni magiche. Fact checking è diventata una di quelle parole su cui tutti sono d’accordo e concordi. Un po’ come l’amore e la pace nel mondo. Poi, quando si va più a fondo, si scopre che le cose sono più complicate di quel che appare. Il libro di Mauro Munafò ha il merito anzitutto di informarci, aiutarci a capire e, nel caso, a difenderci, senza spacciare per miracolistiche ricette che il media system, spesso e volentieri, dipinge tali. In fondo, è il metodo del buon giornalismo dove lo scandalo non è la parzialità e il pregio è l’onestà di chi lo fa.

 

 

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Fonte: www.illibraio.it