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Donne che affrontano la perdita e il dolore nei racconti haitiani di Edwidge Danticat

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Al centro degli otto racconti haitiani di Edwidge Danticat ci sono donne che affrontano la perdita e il dolore, e che spesso danno più di quello che dovrebbero: la loro risposta agli eventi è sempre un atto di amore e di compassione, estremamente umano, e realmente universale.

“Finché avrai fiato potrai soffrire”: lo sa Elsie, ingannata non una ma due volte dall’uomo che credeva fosse suo. La ferita dell’amore tradito è incurabile, anche per lei che è infermiera e dedica la sua vita ad accudire gli altri, ma non se stessa.

È il modo in cui il male si affronta che definisce chi siamo, quando lo riesce a trasfigurare in nostalgia, o quando è la mancanza che ricuce il passato con il presente, e ripara i torti. Così è per Nadia che incontra il padre quando ormai è troppo tardi, ma c’è ancora tempo per pronunciare la parola che lei non ha mai avuto il privilegio di usare per rivolgersi a lui, Aurevoir, papa.

La morte è un tema che ricorre in queste storie, e la Danticat la fa danzare con la vita, in un tutt’uno che è l’essenza stessa dell’esistere: la possibilità di guarigione dall’Aids affidata all’illusione è fasulla come un anellino da poco pegno di un amore inesistente, il trauma della perdita dei propri cari è un’amputazione dell’anima, non solo del corpo, per chi resta e deve continuare a vivere con la colpa del sopravvissuto, o l’infamia della maldicenza.

la vita dentro

«Pou sa n pa wè yo. Per coloro che non vediamo. Per coloro che non sono qui».

Le donne dei racconti sono madri vulnerabili, giovani vittime della depressione post partum, e quindi distaccate, anziane prigioniere dell’Alzheimer, e quindi distanti: Jeanne e Carole sono una figlia e una madre incapaci di agire ma consapevoli di un ruolo immenso che incatena per sempre, un testimone che si passano silenziose.

“«Mèsi, manman» dice sua figlia. «Grazie.»

Non c’è niente per cui ringraziarla. Ha solo fatto il suo lavoro, il suo dovere di genitore. E non c’è nemmeno più bisogno di ciao o di addii. Presto non rimarrà più niente, nessun passato a cui aggrapparsi, nessun futuro in cui sperare. Solo un eterno presente”.

Ne La vita dentro. Racconti haitiani (SEM, traduzione di Velia Februari) Haiti e Miami sono due mondi che si guardano e si affrontano negli opposti, uno intriso di bellezza e atrocità, l’altro agognato come una terra promessa che poi si rivela tristemente nella sua miseria come tutte le altre patrie degli ultimi.

È un continuo entrare nella luce e uscire nell’ombra, accendere il cuore con la magia e l’intensità dell’amore per le proprie origini, e poi ritrovarsi nel mezzo di un abbandono, preda dell’estraneità e della lontananza. Je est un autre, diceva Rimbaud, e la tragedia della tensione della diaspora è tutta in queste storie, che rimbalzano di continuo, dalla grande Haiti alla Little Haiti americana, con un senso profondo di perpetua instabilità.

C’è chi la rinnega, e chi invece ne rivendica orgogliosa l’origine, come Lucy, spaesata di fronte alle violenze e ostinata nel rivendicare la bellezza della sua terra.

Darline è invece arrivata con il barcone, ha perso il marito in mare, e sulla spiaggia del suo arrivo attende gli arrivi altrui, per salvare chi come lei ha avuto un sogno, un desiderio struggente. I panorami paradisiaci e la fine sabbia di Haiti sono alle spalle, e la realtà è il mare di Miami, dove ci si ritrova incolumi dalla catastrofe, in mezzo a una pletora di storie identiche alla propria.

“Continuava a tornare sulla spiaggia perché era il luogo di sepoltura del marito, e anche il suo. La donna che era stata quando i tre – lei, il marito e il figlio – erano saliti su quel barcone e avevano lasciato Haiti, anche lei era dispersa in mare”.

Haitiana di Port-au-Prince, Edwidge Danticat, dopo la Fattoria delle ossa traccia con questi otto racconti un affresco di umanità e emozione, profondamente radicato nella sua terra natale dove tutto è legato, la vita e la morte, il passato e il presente, il magico e il quotidiano, dove anche quelli che abbandonano non si separano mai del tutto. È in questo modo che l’autrice riesce a parlare di immigrazione, di appartenenza e di maternità con una semplicità schietta e sincera, dove essere donna vuol dire perdonare, proteggere e salvare, prima di tutto.

Ci sono amori che sopravvivono anche agli amanti, e la nostalgia che pervade le pagine di questa raccolta è frutto di una scrittura che sa far sbiadire le tinte più forti per far affiorare i dettagli più tenui, rendendoli essenziali e appassionanti.

“Vale la pena morire per tutto quello che hai dentro”.

 

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Fonte: www.illibraio.it