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Editoria: il futuro di Bookshop.org e i prossimi progetti del visionario Andy Hunter

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“La maggior parte delle persone pensa che sia stupido sfidare Amazon. Credono sia imbattibile e che non si abbia alcuna possibilità”, racconta a ilLibraio.it Andy Hunter, fondatore di Bookshop, servizio lanciato negli Stati Uniti a gennaio 2020, che si pone come intermediario tra il cliente e le librerie fisiche nella vendita online: “Amo le librerie e ai libri ho dedicato la mia vita. E so che se Amazon continua a crescere per molte di esse sarà impossibile sopravvivere”.

Hunter è una figura piuttosto unica nel panorama culturale d’oltreoceano: editore di tre case editrici indipendenti, tra i fondatori di Electric Literature e Lithub, riviste letterarie di rilievo internazionale, quest’anno ha fondato Bookshop, rivenditore di libri online che aspira a prendere una fetta del mercato conquistato negli ultimi anni dal noto sito di ecommerce, con l’obiettivo, però, di sostenere le librerie indipendenti.

bookshop

La clientela a cui guarda Bookshop, spiega Hunter, è rappresentata da “acquirenti attenti al sociale, persone che tengono alle comunità a cui appartengono e che capiscono che le librerie ne sono una parte importante, e che per questo sono disposte a pagare cinquanta centesimi o un dollaro in più, o ad aspettare uno o due giorni a ricevere i propri libri”. E il successo finora ottenuto  dalla piattaforma ha dimostrato che questo tipo di clientela esiste, lettrici e lettori che comelui credano che “l’importanza di avere un luogo come una libreria di quartiere, che promuova la lettura, non può essere sottovalutata”.

Ma come può un negozio online che vende libri aiutare le piccole librerie a sopravvivere? Se una libreria decide di collaborare con Bookshop ha la possibilità di creare una pagina dedicata all’interno dell’ecommerce, dove condividere liste e consigli di lettura. Gli utenti possono quindi scegliere se comprare un libro semplicemente su Bookshop o tramite la specifica pagina di una libreria indipendente presente sul sito.

Nel primo caso è Bookshop a guadagnare dalla vendita, ma dal totale dei suoi guadagni il 10% viene estrapolato e inserito in un fondo comune redistribuito a tutte le librerie fisiche che aderiscono. Un fondo che, alla pubblicazione di questo articolo, ha già superato i sette milioni di dollari. Lo stato di questo fondo è stato fin dal lancio di Bookshop visibile in un banner presente all’inizio di ogni pagina del sito: “Quando siamo partiti mostrava zero, dopo una settimana settemila dollari. È stato imbarazzante. Il rischio era non solo che fallissimo, ma che tutti vedessero quanto grande fosse il fallimento. Nonostante ciò, abbiamo deciso di mostrare quel numero, perché sapevamo che avrebbe fatto sentire bene le persone, se ce l’avessimo fatta. Ogni volta che compri un libro quel numero si aggiorna: in questo modo puoi vedere come il tuo acquisto contribuisce al fondo“.

Nel caso in cui l’acquirente scelga invece di acquistare dalla pagina di una libreria indipendente presente su Bookshop, quest’ultimo non ne trae alcun guadagno, mentre la libreria ottiene il 30% della vendita.

La gestione degli ordini e la spedizione vengono affidate direttamente al distributore di libri Ingram, che permette alle librerie di non avere ogni libro nel proprio inventario e di non dover pagare le spedizioni. “Bookshop è stato pensato per eliminare tutte le difficoltà che una piccola libreria con risorse limitate potrebbe riscontrare nel vendere libri online. È Ingram (che ha sei magazzini con un grande inventario su tutto il territorio) a portare a termine l’ordine e a spedire il libro. La libreria, così, non è costretta ad avere scorte di magazzino”.

Un sistema che ha permesso alle librerie aderenti di portare avanti una parte di vendite anche durante la chiusura resa necessaria dalla pandemia di Covid-19. Centinaia tra librai e libraie statunitensi infatti hanno deciso di crearsi una pagina su Bookshop: per alcuni è stato l’unico modo di continuare a vendere qualche libro scampando a una chiusura che sembrava inevitabile.

A questo punto chiediamo a Andy Hunter, collegato in videochiamata da New York, quanto la quarantena abbia unfluito sulle vendite: “Penso che Bookshop avrebbe avuto successo anche senza la pandemia, ma ci sarebbe voluto più tempo. Stimavo che ci sarebbero voluti tre anni per raggiungere il punto a cui siamo arrivati, ma ci sono voluti solo tre mesi“, replica Hunter, e aggiunge: “è stato fantastico essere nella posizione di aiutare così tante librerie quando le cose si sono messe male. Gli utenti volevano aiutare le librerie locali ed evitare che durante la quarantena i loro guadagni finissero ad Amazon”.

La pandemia ha quindi aiutato Bookshop ad ottenere risultati fin da subito, ma non è un fattore su cui la compagnia fa affidamento per il futuro: “Siamo contenti che stiano riaprendo, preferiamo vendere il 25% in meno, ma che le librerie siano aperte“. Il volume di vendite, per quanto ridimensionato rispetto a giugno, sta comunque superando le aspettative: “Abbiamo un fatturato medio giornaliero di 125mila dollari. Il fatto che le vendite siano forti è un ottimo segno. Significa che molte persone hanno deciso di passare a Bookshop“.

La missione di Bookshop di aiutare le librerie non vuole inoltre limitarsi agli Stati Uniti: a novembre è in programma l’espansione in Gran Bretagna (dove il distributore scelto è Gardners) e, come svela Andy Hunter a ilLibraio.it, c’è un piano per un’espansione anche in Europa continentale: “Stiamo lavorando a Spagna e Portogallo“. E l’Italia? “Avevamo parlato anche con alcuni interlocutori in Italia, e abbiamo scoperto che da voi c’era già dei progetti avviati a sostegno delle librerie”.

Siamo pronti a lavorare in paesi diversi, ma solo se sentiamo che c’è bisogno di noi: siamo davvero un’impresa basata su un obiettivo, che è quello di aiutare le librerie. Non abbiamo bisogno di grandi profitti, non è la ragione per cui siamo nel mercato“. Non solo: “In ogni Paese c’è una cultura diversa e vogliamo essere parte di quella cultura”; per questo “il team britannico si trova a Londra, quello spagnolo a Barcellona, ed è così che le cose andrebbero fatte. Non dovrebbe essere un gruppo di persone provenienti dagli Stati Uniti a cercare di lavorare con una cultura che non necessariamente capisce”.

L’idea di Bookshop ronzava nella testa di Hunter già dieci anni fa ma, fino al 2019, non si era mai concretizzata la possibilità di metterla in atto: “Mi resi conto che ci sarebbe stata una crisi, ma altre persone non riuscivano a vederlo”. Poi, però, il ghiaccio su cui poggiava il settore ha iniziato a creparsi. “Dieci anni fa Amazon aveva qualcosa come il 10 o il 15% del mercato negli Stati Uniti, e molte persone non capivano che minaccia sarebbero potuti diventare se si fossero presi l’intero profitto. Inoltre, non veniva compreso il valore di una piattaforma comune, di una risposta che aiutasse tutti, e ognuno pensava per sé”. Hunter prosegue la sua analisi: “Nei dieci anni seguenti Amazon ha continuato a crescere, prendendosi il 50% dell’intero mercato. Quindi le persone erano più consapevoli che andava fatto qualcosa, un po’ come con l’emergenza climatica: ci vuole una crisi prima che la si prenda sul serio“. Un pericolo sentito non solo in termini di vendite, ma anche di trasmissione del sapere: “Hanno iniziato come ecommerce di libri, ma ora vendono di tutto, non saranno bravi a prendersi cura della nostra cultura se finiranno per conquistare l’intero mercato”.

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La voglia di Hunter di trovare idee innovative per il mondo dell’editoria non è comunque recente: già nel 2009, insieme a Scott Lindenbaum, fondò Electric Literature, rivista letteraria pensata per il mondo digitale, diventata in un secondo momento una no-profit: “Con Electric Literature non avevamo soldi, eravamo in pochi, la nostra sede era in un piccolo ufficio in un edificio malconcio di Brooklyn, un altalenarsi di alti e bassi… siamo stati sul punto di chiudere tante volte“. Difficoltà che, però, non hanno fermato il progetto, oggi tutt’ora attivo e conosciuto al di fuori degli Stati Uniti.

“Penso che una delle ragioni per cui Electric Literature abbia funzionato è perché in quel momento c’era pessimismo riguardo la possibilità che l’industria del libro e la letteratura sopravvivessero all’avvento del digitale. Twitter, Facebook, YouTube e i videogiochi stavano conquistando l’attenzione di tutti, e le persone iniziavano a guardare gli smartphone sulla metropolitana invece di leggere”. La soluzione di Hunter è stata quindi quella di aprire uno spazio online che si occupasse di libri: “Electric Literature era l’unica voce ottimista in quel momento. Cercavamo di far passare il messaggio che il digitale non deve esser visto come il nemico, e che può essere usato per promuovere e difendere la cultura che amiamo“.

Un’esperienza diversa, invece, quella legata alla fondazione di Bookshop, anche se in questo caso, però, non è mancata un’accoglienza scettica da parte di alcuni: “Venivano a dirmi che avremmo fallito. Pensavo che, per lo meno, anche se avessi fallito, avrei dato una possibilità al progetto. È meglio provare e fallire: si vive troppo preoccupati dal fallimento, e questo trattiene da ciò che si ha la potenzialità di compiere”. Non a caso l’atteggiamento di Hunter come imprenditore è sempre stato quello di provarci. Anche in veste di editore: Hunter, infatti, è anche co-fondatore del marchio indipendente Catapult, altro progetto di non facile fondazione (“Prima di Catapult non avevo mai avuto le risorse per pubblicare libri, mettevo sempre in atto i mie progetti guerrilla-style, senza soldi. Con i libri non puoi farlo, perché devi pagare la stampa, gli autori…”), ma di belle soddisfazioni: “A un certo punto, grazie a dei partner, ho avuto finalmente l’opportunità di pubblicare libri, che è sempre stato un mio obiettivo”.

Insomma, quando ci sono novità nel mondo editoriale Andy Hunter sembra in qualche modo essere coinvolto, e le sue proposte per rinnovare il settore non finiscono qui: “Adesso vorrei far crescere Bookshop, ma ho delle idee su come creare una comunità di lettori online decentralizzata, dove i lettori possano parlare tra di loro e con gli autori“. Detta così potrebbe sembrare qualcosa di già sentito, ma la novità del progetto sta nella struttura: “Sì, è simile a ciò che Goodreads ha cercato di fare, ma la verità è che negli ultimi quindici anni Goodreads non è cambiata. Nei prossimi anni mi piacerebbe inserire questa possibiltà all’interno di Bookshop. In molti ci hanno provato in passato, ma credo di avere un paio di idee su come rendere l’idea più rilevante e farla funzionare meglio“.

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Fonte: www.illibraio.it