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Emanuela Valentini racconta “le Segnatrici” e il mondo antico della montagna

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Quando ero piccola passavo le estati in montagna. Per metà in Friuli perché mia mamma è nata lì e per metà sull’Appennino tra Rieti e L’Aquila, perché quelli sono i luoghi di mio padre.

Le storie della montagna si somigliano tutte e io molto presto ho capito che i paesini isolati tra i boschi, lontani dalla civiltà ma profondamente vicini ai cicli naturali, sono un pozzo senza fondo di tradizioni, leggende e folklore di cui chi vive in città non ha la minima idea.

Persone schive ma generose, burbere, silenziose ma operose come api, che se riesci a farle parlare ti aprono mondi che avevi letto solo nelle fiabe più oscure, quelle vere.

Così trascorrevo tutto il mio tempo con gli anziani e facevo mille domande.

“Perché ci sono rametti di alloro appesi alla porta?” o “Perché di domenica andate in chiesa a fare benedire le catenine con la Madonna e le magliette intime?” e “Come mai a ferragosto si brucia una donna fatta di cartapesta in mezzo alla piazza del paese tra canti e balli, come se bruciare qualcuno sia una cosa bella?”

“È un bene bruciare il male” mi si rispondeva.

“L’alloro tiene lontano il folletto che mangia il respiro al bambino mentre dorme”, mi sentivo dire.

“L’acqua benedetta sulle catenine e sui vestiti che stanno nascosti protegge dall’occhio cattivo”.

Il malocchio, il mal d’occhio. Lo sguardo che fa ammalare.

E ricordo che queste anziane quando vedevano un bambino piccolo usavano dire: quanto è bello, Dio lo benedica. Perché senza quel “Dio lo benedica” la loro poteva diventare una maledizione e il bambino si poteva ammalare. Come se certi mali si nascondessero nelle belle parole, nei sorrisi addirittura, nelle carezze poi, non ne parliamo.

E si dà il caso che in quegli anni, giù dall’Appennino Emiliano era arrivata in paese zia Benedetta: alta, sempre vestita di nero, sempre sola, e per me fu amore a prima vista.

Un po’ perché ne sapeva tante sulle erbe e mi insegnava a raccogliere, essiccare e cuocere le ortiche nel risotto; a fare gli impacchi con la malva per la congiuntivite; a passare tra i rovi di more senza graffiarmi… e un po’ perché sì, anche lei parlava poco, ma quando parlava diceva di queste donne dei segni che vivevano nelle montagne e nelle valli dell’Emilia Romagna, che curavano i mali chiamandoli per nome come si fa coi diavoli, e li scacciavano facendo segni con le dita e sussurrando parole segrete, antiche, che non stavano scritte da nessuna parte, ma che venivano tramandate da secoli e che per sopravvivere durante gli anni dell’Inquisizione si erano arricchite di mezze preghiere, così da non sembrare proprio degli scongiuri, delle cose proibite.

“Attenta alle spine.”

“Attenta a chi ti dice che sei brava e bella.”

“Controlla nel cuscino la sera che non ci siano corone.”

“Cosa sono le corone nei cuscini, zia?”

“Grumi di lana, nodi, cose che ti sembrano strane. Se ne trovi una la bruciamo nel camino.”

Vivevo così. Strega senza saperlo, imparando a osservare, a capire le cose che venivano dette e come venivano dette, e come la gente guardava. Imparando ad ascoltare anche i silenzi, quello che le persone non dicevano. A osservare.

Poi sono cresciuta, la zia è morta, il paese si è svuotato.

E sono passati tanti anni.

Ma le cose che devono tornare, tornano sempre. E ho riscoperto la tradizione nel 2016, quando nella mia vita è capitato Lorenzo e l’Emilia Romagna è diventata la mia seconda casa.

Ho fatto le mie ricerche. Ho esplorato, ho parlato con persone che: “eh sì, la vecchia a Forlimpopoli mi ha segnato una brutta irritazione della pelle che non passava mai, mi ha guarito” e che “…ho ricevuto le parole e i segni la notte di Natale…” e ancora “c’è uno a Imola, bravissimo a curare il fuoco di S. Antonio, da lui ti ci manda proprio il dottore!”

Così è nato Le Segnatrici, un thriller psicologico ambientato sull’Appennino, con le sue ombre e le sue luci. Con le sue inquietudini ancestrali.

Le Segnatrici nasce da un mondo antico, ma anche moderno. Reale. Dalla montagna che ho nel DNA, insieme al sangue della zia Benedetta, che era una segnatrice e l’ho saputo troppo tardi.

le segnatrici emanuela valentini

IL LIBRO E L’AUTRICE –  Il ritrovamento delle ossa di Claudia, bambina scomparsa ventidue anni fa, richiama a Borgo Cardo, nell’Appennino emiliano, Sara Romani, chirurgo oncologo di stanza a Bologna. Per lei il funerale è una pericolosa occasione di confronto con un passato da cui è fuggita appena ne ha avuto la possibilità. Al ritorno nella routine bolognese, il desiderio è quello di dimenticare. I segreti, gli amici d’infanzia rimasti inchiodati a una realtà carica di superstizioni e pregiudizi, le ossa di una compagna di giochi riemerse da un tempo lontano. Finché scompare un’altra bambina: Rebecca. Sara ha avuto giusto il tempo di conoscerla. Dopo il funerale Rebecca le ha curato una piccola ferita secondo l’antica tradizione della segnatura e adesso Sara è in debito con lei. Un legame che sa di promessa. Un filo rosso che unisce il passato di Sara, schiava della convinzione di dover salvare tutti, con un incubo appena riemerso dall’oblio. Mentre il paese si mobilita per ritrovare Rebecca, la donna è costretta a tornare. È l’inizio di una discesa negli inferi dell’Appennino, un viaggio doloroso nelle storie sepolte nel tempo attraverso strade, boschi, abitazioni e volti che lei aveva imparato a cancellare dalla memoria, e che ora diventano luoghi neri in cui cercare una bambina innocente. Quale oscuro mistero si cela dietro la secolare tradizione delle segnatrici? In una sfrenata corsa contro il tempo per scoprire chi ha rapito Rebecca e riuscire a salvarla prima che sia troppo tardi, Sara dovrà scendere a patti con una parte di sé messa a tacere ventidue anni prima. A costo di perdersi nel labirinto dei ricordi e non trovare più la via d’uscita.

Emanuela Valentini vive e lavora a Roma come editor freelance. Ha vinto numerosi premi per la narrativa breve e ha pubblicato in digitale il serial Red Psychedelia. I suoi racconti sono stati tradotti in varie lingue. Scrive per Wired Italia. Pratica per hobby la fotografia di paesaggi naturali e urbani. Amante della cultura underground, a volte dipinge sui muri. Le segnatrici è il suo debutto nel thriller, in corso di pubblicazione in diversi Paesi del mondo.

 

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Fonte: www.illibraio.it