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“Er mestiere der poeta” di Marazico, il Trilussa del web

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Viene definito il “Trilussa del web”: parliamo di Marazico (all’anagrafe Andrea Reali, classe ’61), poeta (per diletto) romano attivissimo sui social e non solo, che nel 2015 ha creato la pagina Facebook “Marazico” e che è protagonista di spettacoli di stornelli e monologhi dal vivo.

Ora Longanesi porta in libreria la sua prima raccolta di poesie, Er mestiere der poeta. Marazico sostiene che il mestiere del poeta sia quello di riordinare le parole che sono già dentro il cuore di tutti quando nasciamo, ma che con il tempo si sono sparpagliate e confuse, come le tesserine dello “Scarabeo”. Usando la potenza della rima il poeta prova solo a rimetterle al posto giusto, dando loro nuovamente colore, vita e senso. O, magari, trovandone uno nuovo, mai immaginato prima.

Con le sue poesie, in un romanesco molto potente, messo in rima con metrica perfetta, l’autore dialoga ogni giorno dal web con migliaia di lettrici e lettori e ogni giorno si rinnova esattamente quella magia: quella corrispondenza di sentimenti e immagini, quel riconoscersi nei protagonisti incontrati per le strade impolverate dei suoi versi, gente comune stritolata dalla crisi, lavoratori, sognatori, amanti infelici, genitori affannati. Così come gabbiani dispettosi, fontanelle singhiozzanti, antiche statue un po’ imbronciate.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo alcune sue poesie:

A proposito di Roma

Questa città nun je la fò ad odialla,
pure se spesso ho voja de lascialla.
Roma è ’n’infame e sa quer che me piace,
me fa arrabbià, ma famo sempre pace.
La fontana delle tartarughe

marazico

Er fiume bianco

So’ ’n fiume che attraversa ’sta città,
ma no quello che score sotto i ponti.
Un po’ dovunque me se po’ trovà,
a San Lorenzo, alla stazione, a Monti,
a San Basilio, in Prati, a Spinaceto,
ad Ostia, all’Eur, ar Trullo ed ar Pigneto.
Se giri pe’ Trastevere de sera
me vedi da passà de mano in mano
d’estate, autunno, inverno e primavera,
dentro un locale sopra ad un divano,
o dietro a ’na panchina sgangherata
in una piazza poco illuminata.
Pe’ me la gente more e se rovina.
So’ er fiume bianco.
So’ la cocaina.

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Er materasso

Se solo Dio me desse la parola
quante ne potrei dì de quer maiale che m’ha buttato!
Ne dirò una sola.
Quanno partì ’na vorta, era Natale,
pe’ annà a trovà la nonna ch’era in coma
lassò la moje sola sola a Roma.
Lui che se crede d’esse tanto dritto,
lui che su tutto quanto mette er becco,
senta quer che je dice er sottoscritto:
c’ha assai più corna lui de ’no stambecco.

(continua in libreria…)

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Fonte: www.illibraio.it