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Federica Manzon racconta “Il bosco del confine”

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Da sempre le piante esercitano una profondissima fascinazione sull’attività creativa degli scrittori. Con poche eccezioni, si potrebbe dire che ognuno di loro abbia legato a un albero, reale o immaginario, una parte spesso rilevante della sua opera. Anzi, secondo alcuni scrittori di oggi è solo guardando all’intelligenza del mondo vegetale, alle sue straordinarie qualità sistemiche, che il genere umano potrà comprendere come il rispetto della natura altro non sia che il rispetto verso sé stessi. I princìpi che sono alla base dell’attività editoriale di Aboca ci portano a raccogliere tale suggestione con molta convinzione. Questa serie di libri consentirà ad alcuni tra gli scrittori più interessanti e consapevoli del nostro panorama letterario di raccontare il mondo, il loro e il nostro, proprio a partire da un albero”: così il nuovo marchio Aboca edizioni motiva la scelta di proporre una collana di titoli d’autore dal titolo “Il bosco degli scrittori“, che ha già ospitato, tra gli altri, Antonio Moresco, autore di Canto degli alberi.

Manzon_ il bosco del confine

Ora la collana ospita il nuovo libro di Federica Manzon, Il bosco del confine. La narratrice è cresciuta in una terra di confine, educata a uno spirito internazionalista dal padre, un pacifista di origini slave che credeva nel libero scambio delle persone, nelle lingue straniere mescolate senza regole e nelle camminate nel bosco. È proprio durante quelle lunghe passeggiate, fatte perlopiù in silenzio o scambiando osservazioni sulle tracce di un cerbiatto o una lepre, che il padre spiega alla figlia che non esistono confini, che il bosco è di tutti, non si divide per nazionalità come una cartina geografica: “hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?”.

Eppure lei, affascinata e al tempo stesso spaventata, si accorge che i boschi di là sono diversi, più scuri, popolati da orsi: di là c’è la nazione con uno degli eserciti più forti al mondo, una terra di uomini sanguinari con il coltello tra i denti e la barba da pastore, come la descrive la gente della sua città di mare, che sembra aver capito poco della grandezza di quel popolo. Nel giorno del suo sedicesimo compleanno, la protagonista – che a differenza del fratello non teme le temperature da neve e dimostra una certa attitudine allo scivolamento tra i pali da slalom – riceve dal padre un biglietto per assistere alle Olimpiadi invernali di Sarajevo.

Il 5 febbraio 1984 partono in macchina per quello che sarà un viaggio rivelatorio, durante il quale si farà largo in lei un sentimento nuovo, un senso di appartenenza strano, un’epifania che culminerà con un fuoripista notturno, a rotta di collo, tra i boschi fitti del Trebević, in compagnia di Luka…

Federica Manzon, nata nel 1981 a Pordenone, vive e lavora tra Torino e Milano. È autrice dei romanzi come Come si dice addio (Mondadori, 2008), Di fama e di sventura (Mondadori, 2011) – con il quale ha vinto il Premio Rapallo Carige per la Letteratura Femminile e il Premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati – e La nostalgia degli altri (Feltrinelli, 2017). Ha inoltre curato l’antologia I mari di Trieste (Bompiani, 2015). Manzon, che è stata editor della narrativa straniera di Mondadori, attualmente è responsabile della didattica per la Scuola Holden.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, un estratto da Il bosco del confine:

Trieste, Italia 1983

Negli anni della mia infanzia dicevamo di là per indicare la parte di mondo subito oltre confine, al contempo misteriosa e familiare. Dicevamo di là come avremmo potuto indicare con un cenno del mento la stanza abbandonata in fondo al corridoio di una casa di famiglia, custode di promesse e delusioni. Chi arrivava da fuori, da altre parti della nazione, non ci capiva. Cosa voleva dire quell’espressione vaga? Lo sapevamo che quella da noi chiamata con tanta affettuosa disinvoltura era in realtà la nazione con uno degli eserciti più forti al mondo, una terra di uomini sanguinari con il coltello tra i denti e la barba da pastore (da terrorista avrebbero detto dopo) pronti a invaderci, noi e la nostra oziosa citta sul mare? Così dicevano gli zii che venivano da ovest per le feste comandate, così diceva il prete della cattedrale che mio fratello aveva preso a frequentare alla vigilia dei nove anni, ispirato da una conversione improvvisa guardata dai miei genitori con la blanda simpatia che si concede a una bizzarria stagionale, al capriccio di un cirro in un cielo che tende al sereno.

Mio padre faceva finta di non sentire le signore in mezzo tacco e camicetta inamidata che sull’autobus in via Commerciale usavano quella stessa espressione, di là, in tutt’altro tono. Di là dove tutto era pericoloso e sospetto, dove non si lavavano (era quella un’osservazione ricorrente), le donne andavano a lavorare e non badavano né ai figli né alla casa, i figli anzi erano abbandonati in istituti comuni e gli uomini tenevano un fucile accanto al water del bagno per non essere mai colti di sorpresa. Un giorno quelli di là sarebbero arrivati a prendere le nostre case, i terreni, i nostri caffè storici e avrebbero fatto sventolare le loro bandiere rosse nel cuore della nostra piazza grande. Peccato che l’ultima volta che quelli di là erano entrati in città – ben dopo il 25 aprile festa della nazione ma non della citta, che a quella nazione apparteneva con qualche riserva – quando quelli erano entrati alla testa dell’esercito titino, non erano state le bandiere rosse a sventolare, ma quelle bianche rosse e blu del nazionalismo balcanico.

Ma le signore indignate poco sapevano di quel di là cui si alludeva con sgomento. Mio padre sogghignava lanciandomi occhiate d’intesa. Lui che aveva deciso di mandare me, la sua primogenita (ma non mio fratello), alla scuola straniera della città dove insegnavano la lingua di quelli di là. Non c’era nessuna ragione per una scelta simile: mia madre parlava l’italiano corretto  dell’ovest, che cercava senza successo di resiste re agli assalti del dialetto cittadino, e mio padre dal canto suo conosceva un tal numero di lingue che era impossibile determinarne una d’elezione.

Cosi ho trascorso l’infanzia in un equilibrismo esotico: straniera in una scuola che non avevo motivo di frequentare non potendo vantare nemmeno un parente nella linea diretta del sangue che abitasse oltre confine, intrusa nel mio quartiere dove i bambini andavano tutti alle stesse elementari nell’ordinato viale di commissione asburgica. Sudavo in affanno, inventavo storiacce per conquistare i cuori, alla fine imparai una lingua che sarebbe stata un lasciapassare più prezioso di qualsiasi propusnica.

I miei genitori non si accorsero mai delle mie acrobazie d’integrazione e mai li sfioro il pensiero che mandarmi in quella scuola sul Carso fosse stata una scelta quantomeno poco convenzionale.

Era evidente che, se mio padre era un pacifista convinto, a differenza di mia madre che tra urla e imboscate si e sempre trovata a suo agio, entrambi erano pero animati da un uguale spirito internazionalista che combatteva i confini e i provincialismi di cui erano invece l’incarnazione i miei zii e tutti coloro che abitavano a ovest della città, cittadini di una sola nazione e non, come loro e i loro figli, di una più vasta cultura balcanico-mediterranea che molti anni dopo io e il mio ravveduto fratello avremmo chiamato senza esitazioni europea, nostra.

(continua in libreria…)

 

 

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Fonte: www.illibraio.it