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“Figure nel salotto”: lo sguardo creatore di Norah Lange

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Charlotte Whittle è una traduttrice dallo spagnolo; un giorno, un’amica americana di nome Nora Lange  le racconta dei suoi vicini di casa argentini che, sentendo il suo nome, le hanno chiesto se conoscesse il lavoro dell’autrice loro compatriota Norah (con l’acca) Lange. L’americana è molto divertita dalla quasi perfetta omonimia, Whittle invece fa qualche ricerca e scopre che nel mondo anglosassone della Lange argentina non è arrivato quasi niente. Affascinata però dalla voce originalissima di questa scrittrice, cresciuta nel cuore dell’ambiente intellettuale di Buenos Aires degli anni ’20, inizia a tradurre uno dei suoi romanzi, Personas en la sala, pubblicato per la prima volta nel 1950. È nel 2018, quasi settant’anni dopo, che finalmente esce in lingua inglese per And Other Stories. Ora, con il titolo di Figure nel salotto, questo romanzo dalla vicenda editoriale incredibile è arrivato anche in Italia, per Adelphi, nella traduzione di Ilide Carmignani.

Figure nel salotto

La narratrice è una diciassettenne senza nome, presumibilmente di buona famiglia. Ha vissuto per un certo periodo in calle Juramento, e di quei giorni ricorda soprattutto quando, in una notte di temporale, un lampo illumina la casa di fronte, rivelando attraverso la finestra i volti di tre donne, sedute quietamente nel loro salotto. Le tre, forse, sorelle diventano gradualmente un’ossessione per la ragazza, che ha con loro un appuntamento quotidiano: dopo il tè si apposta davanti ai vetri, un libro per confondere i famigliari, e osserva queste figure misteriose, su cui ricama arrivando a dare loro un passato violento e luttuoso, ma verso cui prova anche slanci di enorme affetto. Lo sguardo è la chiave di tutto il romanzo: il primo bruciante desiderio che la ragazza prova nei confronti della maggiore è vederla morta – non ucciderla, vederla. Queste sorelle dall’immutata routine (“Siamo sempre in casa”, le dicono quando lei trova il coraggio di attraversare la strada) prendono vita sotto gli occhi della ragazza, le cui giornate altrimenti sarebbero piuttosto vuote.

Mano a mano che la conoscenza con le tre sorelle si fa più approfondita, la storia che lei inventa per loro si arricchisce di dettagli, e di simboli – ritornano, ciclicamente, dei ricordi emblematici, come il giorno, prima del loro incontro, che venne trovato un cavallo morto sulla strada – ma allo stesso tempo la narrazione si fa sempre meno precisa, più sognante. I giorni confluiscono gli uni dentro gli altri, chi guarda entra nel proprio campo visivo e interagisce con le proprie creature, mantenendo un distacco ma a volte anche identificandosi – è la propria voce che riconosce nella maggiore delle sorelle sentendola parlare la prima volta, mentre le dà le spalle (e quindi, mentre non la sta guardando).

Norah Lange

I capitoli sono brevissimi, e in un crescendo di tensione vediamo le sorelle suicidarsi, fare sedute spiritiche, rimanere sole o nascondere, nel loro passato, brutali assassini. Fin dalle prime pagine, grazie al cavallo nero, al lampo del temporale, ai volti bianchi che sembrano quasi ondeggiare nel vuoto, è chiaro che ci si sta avventurando nel terreno dell’eerie, come lo spiegò il critico Mark Fisher: lo strano, l’inquietante, arriva dall’esterno, si insinua nell’ordinario impattando più di un evento concreto, ma senza comportare lo shock cognitivo che si ritrova nei codici del weird – tra l’altro, cari al movimento surrealista, a cui Lange e i suoi contemporanei si avvicinavano. Gelosissima delle sue tre donne, che attraverso la finestra tiene tra le dita come un tris di carte, la ragazza si aliena sempre di più dalla famiglia, che il lettore conosce molto vagamente: né la madre, né il padre, né eventuali fratelli sono mai nominati esplicitamente. Nel raccontare le vicende degli anni passati in calle Juramento, le persone a lei più vicine fisicamente sono “gli altri”, e le misteriose sorelle dall’altra parte della strada sono il passaggio obbligato che deve compiere per essere poi in grado di ricordare se stessa.

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Associata da sempre all’amico Jorge Louis Borges e a Oliverio Girondo (che sposerà), Lange (1905 – 1972) è una figura centrale dell’avanguardia letteraria argentina: purtroppo il suo nome è stato offuscato da quello degli autori che aveva intorno, tanto da essere considerata, nonostante le sue collaborazioni con riviste ultraiste come Martín Fierro e Prisma, le sue poesie e i suoi romanzi, più una musa che una scrittrice lei stessa.

Alla luce di questo, la costruzione di Figure nel salotto è quanto mai emblematica: le tre sorelle sembrano davvero delle muse che prendono vita di fronte a chi le guarda, ma chi le guarda non è un celebre autore desideroso di incastonarle nella pietra, è una ragazza annoiata, costretta a una vita ben priva di stimoli, che scopre il gusto di una narrazione in cui rivedersi a sua volta. Quando un signore va loro in visita, e bacia la mano della minore, lo sguardo ancora una volta non è posato sulla persona che compie l’azione di baciare, ma sul volto di chi riceve questo gesto di devozione, che diventa protagonista della scena.

Figure nel salotto riesce in poche pagine a mettere in scena un gioco di rimandi e di doppi così complesso e ammaliante che, di fronte allo stesso gioco di doppi che ha portato una Nora senza acca a riscoprire l’opera di una quasi omonima troppo a lungo dimenticata, non si può non credere -e sperare- fortemente che ci sia lo zampino dello spirito della stessa Lange, decisa a portare avanti, insieme alle sue lettrici, una narrazione che non può avere fine.

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Fonte: www.illibraio.it