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“Fiore di Roccia” di Ilaria Tuti: la Grande Storia dimenticata delle Portatrici carniche

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Sul confine della Carnia, nel mezzo dei combattimenti della Grande Guerra, sono rimaste solo le donne, a prendersi cura dei vecchi e dei bambini. Gli uomini sono tutti sui monti, nelle prime linee, battaglioni degli alpini allo stremo.

Abituate a essere definite attraverso il bisogno di qualcun altro, le mani ruvide e callose per la fatica, le gambe irrobustite dai lavori pesanti, nei campi e nelle case, le donne di Timau vengono chiamate dal Comando in difficoltà: necessitano viveri e munizioni nelle trincee.

Agata e trenta compagne escono dall’ombra delle loro giornate stanche, e indossano le gerle: alcune sono poco più che bambine, rese adulte dalla terra aspra, dalla paura e dalla fame. Nessuna si tira indietro, si carica di quello che serve, le cinghie che segano le spalle; curve si incamminano, diventano muli, in fila sui sentieri, milleduecento metri di salita nervosa, uno sfinimento per raggiungere i soldati e poi ridiscendere a valle. Anin. Andiamo.

“Il mondo che conoscevo è cambiato fino a farmi sentire straniera. Il suo odore di metallo e paura mi fa stringere lo stomaco”.

Fiore di roccia di Ilaria Tuti (Longanesi), racconta un pezzo di storia troppo a lungo dimenticata: quella delle Portatrici carniche, che sono diventate anche loro soldati, a fianco degli alpini, fonte della loro resistenza.

È una salita al Golgota quella di Agata in fila con le altre, tra sassi spaccati dalle frane che rotolano ai suoi piedi come teschi, monoliti di pietra che la osservano in un cielo grigio increspato dal vento nel quale risuona la cantilena delle preghiere e del canto, per non sentire i pezzi di artiglieria. Va avanti cosi, in uno scenario antico, un regno immutato che ha la solennità di un sepolcro, non pensa alla pelle che brucia, alla mamma maestra che non c’è più, al padre ormai in letargo, allo stomaco affamato. Agata cammina ostinata, verso un silenzio diverso da quello della pietra, il silenzio della conta dei morti.

In cima, sul Pal Piccolo, gli occhi di Agata si immergono nella foschia purulenta delle trincee, torrenti di corpi a brandelli, sangue e feci, da cui si elevano lamenti di ragazzi che chiamano la mamma. È una cloaca di poveri dannati, la prima linea, e nel buio di quegli antri di morte Agata tira fuori una fierezza primordiale, tutto il coraggio che è sempre stato concime della sua terra, e che le porta il rispetto dei soldati.

“È come se la morte ci avesse chiamate alle armi per difendere la vita. Non possiamo attendere, né affidarci alla speranza. A volte penso che siamo noi la speranza.
E siamo tante”. 

Le Portatrici sono un vero reparto, sempre più numeroso a ogni salita, e a ogni devastante discesa, con le gerle leggere sulle schiene, ma il dolore spostato alle braccia, che portano le barelle dei cadaveri per poi scavarne il cimitero: momento nero pieno di significato, perché alle donne appartengono la vita e la morte, in un misto di forza e compassione che ha qualcosa di sacro, come il paesaggio che le circonda.

La foresta è un confine che le miserie del combattimento non possono varcare, la roccia ha permesso ai bivacchi di attaccarsi e poi li sferza di vento e vertigine: è una natura ostile, silenziosa spettatrice, nella quale l’uomo e la bestia sono tornati a riconoscersi simili, senza intelletto, senza ragione, solo con la propria simile selvaggia barbarie. Un dialogo che è quasi primitivo come quello di Agata con il diavolo bianco, un cecchino austriaco, un incontro improvviso nella neve, che sconvolge tutto, il biondo di pelle e capelli così chiaro da essere diverso, ma lo sguardo così spaventato da essere uguale a tutti.

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“Un pensiero mi sfiora: nell’inverno della vita, sacra è la presenza che si prende cura della dignità umana”.

La friulana Ilaria Tuti, che ha conquistato lettori in tutto il mondo con Fiori sopra l’inferno e Ninfa dormiente, creando il personaggio del commissario Teresa Battaglia, rende un omaggio intenso e suggestivo alle donne della sua terra.

Quella di Agata è una tenacia delicata come una stella alpina, aggrappata alla montagna: sono fiori di roccia, le donne carniche, piegate sotto il peso di una guerra che sono state capaci di combattere con eroismo. A loro la Croce di Cavaliere, consegnata alle reduci novantenni da Oscar Luigi Scalfaro nel 1997.

Fiore di roccia va molto oltre la necessaria testimonianza, matura e generosa, di un frammento essenziale della nostra storia. Con la scrittura di Ilaria Tuti la vicenda, vera e documentata, si fa narrazione epica, lirica e dal sapore arcaico, diventando universale, e trasmettendo un messaggio di umanità che trascende ogni conflitto, supera gli anni, i confini, le diversità e le lingue, e arriva fino a noi con la forza di una dichiarazione che dimentica ogni odio e sceglie la speranza.

“Blut ist fur alle gleich”.
Il sangue è uguale per tutti.

 

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Fonte: www.illibraio.it