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Flânerie e humor: un giro per New York con Lillian Boxfish

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Prima di Peggy Olson e di Madison Avenue – non ce ne vogliano gli sceneggiatori di Mad Men – c’era Lillian Boxfish. O meglio, c’era Margaret Fishback, pubblicitaria presso Macy’s e poetessa pop di successo tra il pubblico femminile. È proprio lo studio attento dell’archivio di documenti e opere della copywriter donna più pagata al mondo negli anni Trenta a ispirare all’autrice americana Kathleen Rooney (8TTO edizioni, traduzione di Cristina Cigognini) un romanzo arguto e vivace, ma allo stesso tempo complesso quanto la sua protagonista e la realtà sociale in divenire in cui vive.

Lillian Boxfish si fa un giro Kathleen Rooney

Nello spazio cronologico della notte di Capodanno del 1985, l’ottantacinquenne Lillian approfitta della più lunga e intensa delle sue passeggiate per le vie semideserte di una New York in attesa del countdown per rievocare, in un magone nostalgico che oscilla tra ironia e dolore, tutta la sua vita: dall’abbandono del nido domestico nella provinciale Washington all’arrivo a Manhattan, dal soggiorno in collegio all’inizio di una brillante carriera pubblicitaria, dal successo in qualità di donna single, indipendente e cinica al matrimonio e alla maternità; per approdare, infine, all’inevitabile declino senile in una società la cui evoluzione vertiginosa finisce per lasciare indietro anche coloro che un tempo ne erano esponenti di riferimento.

Uno dei motti preferiti dagli antichi era solvitur ambulando: si risolve camminando. A volte, potrei aggiungere, andando via.

Lillian Boxfish si fa un giro è il reportage di una flânerie lungo la Metropoli con la maiuscola: tra le vie gelate dall’inverno newyorkese, Lillian fa i conti con la propria vecchiaia e con un vissuto sempre fuori dalle righe, si riconcilia con se stessa e chiude il cerchio della sua esistenza all’insegna di una catarsi tutta urbana.

Di fronte alle rovine della West Side Elevated Highway, la dimensione emotiva e quella topografica si compenetrano: “La città è una città” dico. “Ma è anche una casa. La città è la mia casa. Vivo in città. E questa parte è in via di ricostruzione. Il soffitto della superstrada è stato demolito e il pavimento è stato allargato, e l’acqua è più distante. Ma questa è la mia casa. È sempre la mia casa”.

Nelle storie di emancipazione come quella che ci offre la Rooney, la città diventa la dimora che ci si è scelti e finisce per conoscere i suoi abitanti meglio di chiunque altro. Dalla carriera alla famiglia, dalla fama all’oblio, dalla sensazione di onnipotenza tipicamente giovanile al crollo: Lillian Boxfish non è solo la figura emblematica di un femminismo ante litteram, che affronta con apparente naturalezza e ostinata determinazione le difficoltà di imporsi in un mondo in cui il successo è virato al maschile; è anche una donna che cade sotto il peso delle aspettative che gravano su di lei in qualità di madre e moglie. E si rialza, con il cuore spezzato, dritta e statuaria nonostante il fardello della depressione clinica alle spalle, pronta ad attraversare a piedi la sua città nella notte di Capodanno, aperta a ogni forma di incontro casuale con i suoi abitanti più folkloristici (autisti, commessi, delinquenti) per raccoglierne le storie. Perché “il senso di stare al mondo è semplicemente mantenere vivo l’interesse“.

Con questo romanzo elogio dell’umorismo come capacità di cogliere sempre prospettive differenti, anche nella disperazione (“un’attenzione per l’assurdo poteva mantenerci attivi”), la casa editrice 8TTO mantiene la sua promessa editoriale di far scoprire ai lettori italiani autori che si distinguono per un approccio originale all’arte del narrare, presentando ai camminatori – e non solo – una gradevolissima compagna di passeggiate.

 

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Fonte: www.illibraio.it