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“Fu sera e fu mattina”: perché leggere Ken Follett è sempre rinfrescante

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«Poteva fare ancora di più. Il suo dono doveva essere impiegato per imprese più grandi, e lui lo sapeva. Era il suo destino.»

ken follett

Inghilterra meridionale, Anno Domini 997. Una fiorente cittadina affacciata sulla Manica viene attaccata nella notte da una flotta di vichinghi che lasciano dietro di sé la consueta scia di morte e distruzione. Tra i sopravvissuti c’è il giovane Edgar, figlio di un costruttore di navi cui la razzia ha portato via tutto tranne la voglia di farsi valere. Farsi strada nel mondo solo in virtù dei suoi talenti sarà un’impresa lunga e pericolosa, che lo porterà a incrociare uomini e donne di ogni risma e valore, tra cui il sensuale monaco Aldred, che sogna di fondare una biblioteca, e la bella e sagace Ragna, nobildonna normanna strappata alle sue terre dall’amore.

Quarta incursione pre-moderna del mastro narratore Ken Follett, Fu sera e fu mattina interrompe la fuga in avanti dei precedenti episodi (I pilastri della terra, ambientato nel XII secolo; Mondo senza fine, XIV secolo; La colonna di fuoco, XVI secolo) per narrare la fondazione della città in cui è ambientata l’intera saga.

Alle soglie del misterioso anno Mille la futura Kingsbridge consta solo di una taverna e di una collegiata in rovina, più qualche grigia fattoria insediata sulle terre del crudele Wigelm, fratello del vescovo Wynstan e dell’aldermanno Wilwulf. Uniti dal sangue e dalla sete di potere, i tre uomini spadroneggiano su una comunità affamata che vive da secoli nella morsa della paura e non si aspetta di uscirne mai. Ma se all’orizzonte non si intravede né una rivoluzione politica che freni la violenza delle classi dominanti né innovazioni tecnologiche in grado di affrancare dalla miseria anche gli ultimi della terra, nel buio della lunga notte medievale si intravede già la luce di una nuova alba.

A quella lenta rinascita – la mattina del titolo, ricondotta alla buona volontà di persone comuni guidate da salde bussole morali – Follett dedica il suo ultimo romanzo, la cui trama costellata di personaggi vividi e puntualissime descrizioni scorre come un film davanti agli occhi del lettore, conducendolo da un inizio più che tragico a un faticato lieto fine. In mezzo, come sempre nello scrittore gallese, nessuna violenza e umiliazione è risparmiata, e l’altalena emotiva, anche se meno thrilling del solito, è assicurata. Il piacere dell’intreccio, lo chiamava Umberto Eco: uno dei più puri che esistano. Qui, trattandosi di una storia d’origine, questa caratteristica follettiana è anche più accentuata: sfrondato di ogni complessità psicologica o tematica e costruito in assoluta, paratattica sequenzialità, Fu sera e fu mattina richiama, più che gli amati Dickens e Balzac, la tradizione dei romanzi cortesi, con la loro attenzione incessante agli intrighi di cuore e potere. E se è vero che i personaggi principali hanno una buona dose di modernità (ed è per questo che li amiamo: perché sono il futuro del nostro passato), le loro gesta sono rese con la semplicità quasi fiabesca delle storie di Chrétien de Troyes, come se l’autore volesse riportare al X secolo non solo noi ma anche la sua arte.

Non avrebbe perciò senso lamentare i richiami del nuovo romanzo a quelli precedenti, di cui è in parte prequel e in parte reboot: quando si torna all’origine non è l’originalità, a contare, ma l’originarietà, ovvero la capacità di riavvicinarsi al gesto primordiale, di recuperarne l’essenza e ravvivarlo. Ken Follett scrive come se la storia della letteratura occidentale fosse stata sospesa: narrazione senza compromessi, puro racconto, immediato e universale. Ecco perché leggerlo è sempre rinfrescante.

L’AUTORE – Fabiano Massimi è nato a Modena nel 1977. Laureato in Filosofia tra Bologna e Manchester, bibliotecario alla Biblioteca Delfini di Modena, da anni lavora come consulente per alcune tra le maggiori case editrici italiane. Il suo ultimo libro, L’angelo di Monaco, è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019: un thriller in equilibrio tra realtà storica e avvincente finzione, un viaggio all’inseguimento di uno scampolo di verità in grado, forse, di restituire dignità alla prima, vera vittima della propaganda nazista: la giovane e innocente Geli Raubal.
Qui i suoi articoli scritti per ilLibraio.it.

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Fonte: www.illibraio.it