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Galiano: “E adesso non dite più che i ragazzi non sono disposti a fare sacrifici”

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Sono anni che la sento dire, questa: “Non sanno più cos’è il sacrificio!”.

Soggetto anagrafico della frase: i ragazzi, dai dodici ai trent’anni.

Profilo anagrafico di chi la pronuncia: adulto, superati i cinquanta, figli e a volte già nipoti, lavoro stabile, casa di proprietà.

E cosa gli dici a uno che la pensa così? O meglio: cosa gli dicevi, prima di questo inferno?

Niente, alzavi le spalle, te ne andavi, ti passava la voglia di mostrargli come e quanto in realtà esistano ragazzi e ragazze che lo conoscono eccome, il significato della parola sacrificio. Era una guerra persa, diciamocelo. Ragionare per frasi fatte è sinonimo di non ragionare. Non ne valeva la pena.

Adesso è diverso, però.

Adesso sentir dire una cosa del genere non è solo un luogo comune trito e ritrito che infastidisce: adesso è semplicemente una bugia. No, non dite che i ragazzi non sanno cos’è il sacrificio, perché ve l’hanno appena mostrato. E con i fatti, non con le parole.

Dopo i malati e le vittime, dopo medici e infermieri, sono stati loro quelli più colpiti.

Quelli più piccoli hanno sacrificato amicizie, istruzione, attività sportive, divertimenti, viaggi. Quelli più grandi soldi, investimenti, progetti, relazioni, futuro.

E tutti hanno messo sul piatto una marea, un oceano di tempo.

Chi glielo restituirà? Nessuno, e lo sanno bene.

Buoni buoni, senza protestare, senza lamentarsi quasi mai, hanno detto: ok, se è per il bene di tutti, stiamo a casa.

Perché stare a casa a cinquant’anni con un lavoro garantito non è come stare a casa a dodici, con tutta una vita da vivere là fuori; e di certo non è come lo starci a trenta, con tutta la fame di costruirsi, di mettersi in gioco – di lavorare per sopravvivere anche – che c’è.

Questi ragazzi hanno fatto e stanno facendo un sacrificio immane, perché pur non essendo i più colpiti direttamente dal virus hanno rinunciato a quasi tutto pur di aiutare le persone più a rischio. Alcuni stanno soffrendo tantissimo: i più fragili avranno ripercussioni sulla loro vita futura che non possiamo neanche immaginare o quantificare.

Chiudere in casa un dodicenne è come mettere un animale in gabbia: il rischio grande non è la privazione della libertà, ma la possibilità che per colpa di quelle sbarre gli passi la voglia di essere libero. Di uscire. Di vivere il mondo che c’è la fuori.
Ed è questo il sacrificio più grande di tutti.

Per cui una cosa, una cosa sola, da adesso e fino a quando questi ragazzi e ragazze saranno ancora dell’età per essere chiamati ragazzi e ragazze: non dite mai più che non sono disposti a fare sacrifici.

L’AUTORE – Enrico Galiano sa come parlare ai ragazzi. In classe come sui social, dove è molto seguito. Insegnante e scrittore classe ’77, dopo il successo dei romanzi Eppure cadiamo feliciTutta la vita che vuoi e Più forte di ogni addio, ha pubblicato un libro molto particolare, Basta un attimo per tornare bambini, illustrato da Sara Di Francescantonio. Il suo nuovo romanzo, Dormi stanotte sul mio cuore, è in uscita a maggio sempre per Garzanti.

Qui tutti gli articoli scritti da Galiano per ilLibraio.it.

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Fonte: www.illibraio.it