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Giulia Caminito: la lettura come dannazione

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“Li immagino come un plotone d’esecuzione: prima o poi tutti i libri che non ho letto mi spareranno.”

C’è una parte della letteratura italiana, quella soprattutto che racconta l’Italia dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘80 del Novecento, che è molto legata alla lettura come salvezza. Il caso più eclatante è quello di L’amica geniale, il primo libro della quadrilogia di Elena Ferrante, ma non è il solo.

Sono spesso soprattutto le protagoniste donne, anzi le bambine, che cercano e desiderano la lettura e i libri che la famiglia, perché povera, perché più legata al mondo del lavoro, gli nega. Basti pensare proprio alla lotta di Lenù, che trova il suo modo per scappare dal rione attraverso lo studio, l’applicazione, pur non possedendo quella componente geniale che è propria di Lila. Lenù ama leggere, ama i libri della biblioteca e deve combattere con la madre per poter studiare e staccarsi da lei.

Il distacco dal materno avviene infatti prima di tutto con la lettura, con i libri, che non sono oggetti comuni in casa di Lenù. Anche gran parte della amicizia infantile tra Lila e Lenù si basa sul fatto che tra loro si crei un linguaggio di narrazioni e di storie.

Questa letteratura non dice bugie, perché racconta un processo storico realmente avvenuto, soprattutto per le donne, quello del riuscire ad allontanarsi dal loro ruolo di madri e mogli, dai contesti più poveri grazie allo studio e all’educazione.

Nel corso degli anni le dinamiche famigliari si sono evolute e sono cambiate, per cui se prima in molti casi una femmina che studiava era una femmina inutile, poi è diventato un punto di onore per molte famiglie di lavoratori e di ceto basso permettere ai figli e alle figlie di studiare, e raggiungere la laurea e assicurarsi un posto di lavoro diverso, una carriera.

È stato così anche nella mia famiglia dove mia madre è stata la prima laureata e mio nonno, che faceva il bigliettaio sui bus di Roma, sempre con grande orgoglio parlava di questa sua figlia che aveva studiato Lettere e che scriveva, come se non potesse esserci niente di più importante.

Quando ho deciso di scrivere L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani, 2021) mi sono chiesta se tutto questo valesse ancora, se lo studio potesse ancora essere considerato il lasciapassare per superare le indigenze di famiglia e guardare a un destino differente, culturale, intellettuale.

Forse per alcune lauree e per alcune famiglie è ancora così, ma negli anni il patto tra formazione e lavoro si è andato erodendo soprattutto per le materie umanistiche e quindi anche il valore che la famiglia attribuisce allo studio e che gli stessi studenti riescono a dargli.

In molti di questi romanzi la lettura è motivo di libertà, di emancipazione, di entusiasmo, mentre per la mia protagonista la lettura è da subito una sofferenza, lo studio le è difficile, ma è la madre – donna che viene dalla case popolari e con niente tiene in piedi la famiglia – a convincerla e a costringerla a dare prova del proprio valore a scuola.

Antonia, la madre, pensa che studiare sia l’unico modo per evitare a sua figlia di fare la fine che ha fatto lei: un lavoro in nero e una grande fatica per sostenere le spese e la vita stessa.

Ma qualcosa è cambiato, qualcosa non funziona più come una volta. Gaia, la protagonista, vorrebbe leggere libri più leggeri, commerciali, svagarsi, ma la madre glielo vieta perché non servono a nulla. In casa la famiglia non può tenere i libri perché occupano spazio e costano, ma Antonia convince la figlia a farsi la tessera in biblioteca e controlla i libri che porta a casa, pur non capendo a pieno la differenza tra una lettura e l’altra, se vede una copertina troppo colorata, un titolo che le appare frivolo, reagisce come una belva.

Gaia passa quindi molto del suo tempo a detestare lo studio, a soffrirlo, ma anche a non voler deludere la madre e a seguire il filo rosso che dovrebbe portarla alla fine lontana da lei.

Dopo il liceo classico e la laurea in Filosofia, che ha sudato, su cui ha pianto, a cui ha dedicato anni intensi e terribili, Gaia si aspetta di ricevere dalla società la giusta ricompensa per questi sacrifici, eppure, il mondo di Gaia non è il mondo di Lenù, ma è quello degli anni duemila che si prepara al precariato, alla disoccupazione, agli stage gratuiti.

Gaia per me è la voce feroce di quella generazione di giovani che, non avendo alle spalle una famiglia-welfare, non ha potuto accedere ai lavori che avrebbe voluto, non è riuscita a crearsi un futuro a sua immagine.

Una giovane donna che in questa distanza, tra se stessa e gli obiettivi che vorrebbe raggiungere, getta tutta la frustrazione, la rabbia che prova – una rabbia che diventa anche violenza, che ferisce, che colpisce – pur di non arrendersi all’evidenza che la società non ha per lei un luogo sicuro, un mestiere, una mansione, un riconoscimento.

L’Italia non aspetta Gaia per lodarla e darle un lavoro, ma per buttarla a terra e farle capire che anche i libri sanno mentire.

Giulia Caminito libri da leggere 2021

L’AUTRICE – Giulia Caminito, nata a Roma nel 1988, è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo La Grande A (Giunti 2016, Premio Bagutta opera prima, Premio Berto e Premio Brancati giovani), seguito nel 2018 da Un giorno verrà (Bompiani, Premio Fiesole Under 40). Ora torna con L’acqua del lago non è mai dolce, sempre edito da Bompiani, romanzo che ha due protagoniste, fiere e dolenti.

Sulle rive del lago di Bracciano approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, madre coraggiosa con un marito disabile e quattro figli. Antonia è onestissima e feroce, crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua figlia femmina a non aspettarsi nulla dagli altri. E Gaia impara: a non lamentarsi, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo, a leggere libri e non guardare la tv, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe e l’infelicità dove nessuno può vederla. Ma poi, quando l’acqua del lago sembra più dolce e luminosa, dalle mani di questa ragazzina scaturisce una forza imprevedibile. Di fronte a un torto, Gaia reagisce con violenza, consuma la sua vendetta con la determinazione di una divinità muta. La sua voce ci accompagna lungo una giovinezza che sfiora il dramma e il sogno, pone domande graffianti. Le sue amiche, gli amori, il suo sguardo di sfida sono destinati a rimanere nel nostro cuore come il presepe misterioso sul fondo del lago.

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Fonte: www.illibraio.it