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“I love Japan”: in viaggio con La Pina ed Emiliano Pepe

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Ci sono luoghi così magici che invadono la mente, ci fanno sudare le mani e quando ci pensiamo abbiamo sempre il sorriso stampato sulla faccia. Non sono solo viaggi, ma storie d’amore, e durano per sempre. In I love Japan – 20 posti pazzeschi da vedere in Giappone (Vallardi) La Pina, amata conduttrice radiofonica (in onda tutti i giorni su Radio Deejay con il programma Pinocchio, affiancata da Diego e La Vale) ha deciso di condividere il suo Giappone preferito, i posti che le hanno fatto battere il cuore all’impazzata, che le hanno riempito l’anima di gioia e vere avventure, mete segrete e spazi incantati. Ad accompagnarla, Emiliano Pepe.

Il risultato è un libro (che arriva dopo il bestseller I love Tokyo) pieno di vita vera e di persone autentiche, di sapori, di odori e soprattutto di tutti i modi per vedere e vivere al meglio un Giappone fuori dai soliti giri.

Immergetevi nei mari cristallini di Yoron, prendete treni matti che sembrano usciti da un film di Miyazaki, incontrate monaci pazzerelli con coniglietti nelle maniche, mangiate riso coltivato con l’aiuto di uccelli esotici, godetevi le acque curative di onsen tatoo friendly, visitate ryokan incantevoli, salite su montagne divine, assaggiate cibi misteriosi, incontrate cacciatrici di perle e affondate i piedi nella neve più bianca che avete mai visto…

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

SHIMODA, I BARBARI E LA GEISHA

La penisola di Izu si trova a sud di Tokyo, a un paio d’ore di treno. È nella prefettura di Shizuoka, che secondo me è un po’ la Romagna del Giappone, ma senza le discoteche. I paesini che si snocciolano lungo la costa mi ricordano un sacco i centri balneari come Rimini, Misano, Gatteo a Mare. Sono luoghi di vacanza per famiglie e coppiette che prendono una pausa dalle città. Come vi ho già detto i giapponesi non vanno pazzi per la vita da spiaggia, ma per quanto riguarda gli onsen, le terme e le pozze di acqua calda, mollateli!

Nell’area di Izu ce ne sono un casino, di tutti i tipi e per tutte le tasche. Atami, Ito, Kawazu… io però vado pazza per Shimoda. Shimoda è un posto delizioso, sembra di essere nel luogo di villeggiatura di quando eri piccolo, ti appartiene da subito e da subito ti fa sentire a tuo agio. Ha quell’aria malinconica e un po’ usurata che ricorda le foto dell’infanzia, quel kitsch che ti sembra di essere dentro una di quelle pacchianissime cartoline turistiche degli anni Sessanta, la adoro.

La salsedine ha sbiadito i colori di questo posto rendendolo incantevole e a tratti onirico, le foto che scatterete avranno una palette di colori unica.

È piccola, Shimoda, ma c’è un sacco di roba da vedere perché, nella sua minuscolezza, è comunque stata importantissima nella storia del Giappone. Ci sono gli onsen, alcuni musei microscopici, un quartierino lungo il fiume dove passeggiare, un parco panoramico e il mare. A Shimoda sembra di essere a Riccione, ma loro credono di essere alle Hawaii. I giapponesi che vanno pazzi per le Hawaii sono tantissimi e qui si fanno proprio il viaggio di essere lì.

C’è una spiaggia enorme, bianchissima e meravigliosa, Shirahama Beach, dove surfano come pazzi. Anche quando le onde non ci sono, d’estate e d’inverno, con la pioggia e con il sole, qui si surfa. Ragazzi e ragazze con la muta e la tavola sotto il braccio attraversano la strada dietro la spiaggia per raggiungere negozi che vendono e affittano tutto il necessario per cavalcare le onde o barettini di legno che servono caffè, ma anche gonnelline di paglia. Le insegne sono dipinte a mano e guarnite di fiori tropicali. Insomma, una follia. Mi piace tanto sedermi in uno dei piccoli locali che dà sulla spiaggia e sorseggiare bevande calde guardando quel via vai delirante. Ho addirittura comprato una collana di semi tropicali e una t-shirt da surfi sta per sentirmi anch’io dentro questo incredibile fi lm hawaiano. In fondo alla lunga spiaggia di sabbia bianca c’è un enorme scoglio su cui svetta uno scintillante torii rosso. Strepitoso. Bello immaginare, giocare e surfare, ma questo è il segnale che ricorda a tutti che siamo in Giappone e che il mare è un Kami!

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Mamma come mi piace questo posto! Ed è proprio dal mare che arrivarono i vascelli neri. Fino a metà dell’Ottocento, infatti, il Giappone era quasi isolato e commerciava solo con olandesi e cinesi. Poi arrivò il commodoro Matthew Perry. Si presentò con una flotta di navi nere: il suo scopo era di aprire i rapporti commerciali con gli Stati Uniti e non era intenzionato a rinunciare. Fece un primo tentativo ma niente, non lo fecero attraccare. Poi, nel 1854, ritentò e piantò un casino. Da allora le navi nere sono state a lungo il simbolo dell’arroganza dell’Occidente nei confronti di un popolo indifeso. Oggi i rapporti tra i due paesi sono idilliaci – com’è buffa la storia! – e il vascello nero di Perry lo trovate riprodotto in versione monumento proprio appena usciti dalla stazione. Non si contano i biscottini, i portachiavi e i fazzoletti a forma di o decorati con le faccine di Perry. Eppure ai tempi non lo vedevano carinissimo… L’accordo tra Giappone e Stati Uniti fu concluso e messo per iscritto nel Tempio Ryosenji, proprio dove comincia Perry Road. Sì, a Shimoda c’è una strada dedicata a quel capitano arrogante, ed è pure amatissima e bellissima. È una stradina di pietra, con un piccolo fiume nel mezzo e un sacco di negozi e baretti.

Pare che la sera ci sia anche del frullo mondano, ma io ci sono stata solo di giorno.

Sempre lì vicino (ma a Shimoda è tutto vicino perché è piccina) c’è un bel museo d’arte. Forse l’unica cosa moderna della città. Tutto nero, come le navi. È il MoBS Kurofune Museum e raccoglie qualsiasi reperto e testimonianza riguardante l’arrivo di Perry a Shimoda. Lo consiglio. Ma torniamo alla storia ché il bello deve ancora venire.

A una certa Perry tornò in America, perché tanto l’accordo era firmato, e pochi anni dopo, nel 1858, morì di cirrosi epatica. Prima di tirare il calzino, però, aveva mandato a Shimoda, in veste di diplomatico, un certo Townsend Harris.

Harris si sarebbe dovuto occupare di tutti i dettagli del negoziato. In poche parole: il vero sbattimento! Tenete presente che il Giappone, che era isolato da secoli, non è che morisse dalla voglia di aprirsi agli Stati Uniti. Aveva ceduto per paura. Perry aveva i cannoni, mentre il Giappone era ancora molto indietro dal punto di vista militare. Nel paese del Sol Levante vigeva ancora un sistema feudale, gli stranieri erano reputati dei barbari, gentaccia cafona che porta orrende malattie.

Del resto la storia ci insegna che non è andata molto diversamente!

Al contrario loro apparivano puliti e sereni, tanto che Harris, alla fine del suo mandato, fece un report in cui così descriveva il Giappone: ’Tutto il popolo è apparso pulito e ben nutrito… ben vestiti e con lo sguardo felice. È più dell’età d’oro, della semplicità e onestà, più di quanto io abbia mai visto in ogni altro Paese‘.

E dire che il buon Harris ne aveva visti di posti: aveva viaggiato a lungo in Oriente ed era un uomo di mondo. Ai tempi l’Occidente viaggiava, studiava, si espandeva. Be’, a qualche secolo di distanza, quello che pensava Harris è quello che penso io.

Ma torniamo a quando Harris arriva a Shimoda. Sta per entrare in scena una delle mie eroine, un mio mito, una donna incredibile. A lei e alla sua storia sono ispirati romanzi, film e opere. Signore e soprattutto signori… tutti in piedi per accogliere una donna di rara sfortuna… la signorina Okichi! Quella della povera Okichi è una storia allucinante. Mi sono documentata e ho cercato di capire come sono andate le cose, ma è un casino. La sua esistenza travagliata è stata raccontata nei fi lm e romanzata più volte, quindi riuscire a ricostruire è davvero difficile. Ho letto mille versioni diverse, anche se il fi lo conduttore è sempre lo stesso: una sfiga maledetta!

Ho deciso di riportare qui la versione che si trova su un foglietto ciclostilato che distribuiscono al museo a lei dedicato e dove c’è anche la sua tomba. Ci sono stata due volte ed entrambe le volte ho incontrato le stesse due signore che gestiscono il minuscolo negozietto di souvenir. Lì ho comprato il ciondolino con la sua foto che ho eletto a mascotte di Shimoda.

Non m’interessa neanche sapere quale sia quella ufficiale. Credo davvero che questa piccola comunità le debba molto. Credo, anzi, che l’intero Giappone sia in debito con lei. Le due signore del negozio mi hanno raccontato con entusiasmo la sua storia e io ho deciso di tradurla per voi così com’è scritta sul foglietto rosa che mi hanno dato.

Okichi, il cui vero nome è Okichi Saito, era nata a Shimoda il 10 novembre del dodicesimo anno dell’era Tenpo (1841) ed era la seconda fi glia di un carpentiere navale molto povero, Ichibei Saito. Uno dei suoi amichetti d’infanzia era Tsurumatsu, un bambino del posto. A 7 anni la piccola Okichi fu adottata dal signor Murayama, un uomo del posto molto potente e rispettato, che le fece ricevere l’istruzione necessaria a diventare una geisha. Grazie alla sua bellezza e alla sua meravigliosa voce, a 14 anni divenne geisha a tutti gli effetti. Una geisha quotatissima.

Nel novembre del primo anno dell’era Ansei (1854) un fortissimo terremoto scosse la regione, provocando un terribile tsunami. La sua casa fu distrutta e la povera Okichi perse tutto ciò che possedeva. Rimase sola al mondo ma per fortuna il suo vecchio compagno di giochi, Tsurumatsu, che nel frattempo era diventato un bonissimo e ricchissimo carpentiere navale, si prese cura di lei, e i due si innamorarono. Il 23 luglio del terzo anno dell’era Ansei (1857), quando la nostra bella Okichi aveva solo 16 anni, a Shimoda arrivò il primo diplomatico americano, il signor Harris di cui parlavamo prima. Harris, insieme al suo interprete, aprì il primo consolato americano in Giappone, allo scopo di avviare i negoziati per raggiungere un accordo commerciale tra i due Paesi.

Fu in quell’occasione che Harris vide per la prima volta Okichi, che tra l’altro era appena uscita dal bagno (traduco fedelmente). Per ottenere vantaggi nel negoziato, lo Shogun (il capo del governo feudale di allora) pensò quindi di ammorbidire i rapporti tra Oriente e Occidente offrendo al diplomatico americano la povera Okichi come dama di compagnia. Okichi, dal canto suo, non voleva saperne. Non avrebbe accettato denaro in cambio di certi servizi e rifi utò l’invito tornando tra le braccia del suo amato Tsurumatsu. Fu allora che lo Shogun, che non accettava certo di farsi rimbalzare da una sedicenne capricciosa, propose a Tsurumatsu il titolo di samurai in cambio della bella Okichi. Ovviamente Tsurumatsu accettò e la povera Okichi fu costretta ad andare con Harris. (Che bastardo, Tsurumatsu! Questa è farina del mio sacco).

Mandarono da lei un ufficiale del governo per dirle: ’Dai, Okichi, fai la brava, fallo per il tuo Paese, è molto importante!‘ Dal 21 maggio del quarto anno dell’era Ansei (1858) Okichi prese servizio

presso il consolato di Harris e, guarda caso, il negoziato tra i due Paesi, che fi no a quel momento era stato difficoltoso, prese improvvisamente un’ottima piega, concludendosi positivamente l’anno seguente. (Grazie a quella disgraziata costretta a fare la carina con il diplomatico, che oltretutto beveva come una spugna! Sempre farina del mio sacco, ma pare davvero che Harris bevesse rum fi no a vomitare sangue.) Senza rendersi conto della tristezza, dell’angoscia e della disperazione nelle quali viveva la povera Okichi, la gente del posto non perdeva occasione per insultarla e isolarla. La chiamavano ’rashamen‘, letteralmente ’pecora che va con gli stranieri‘. Fu così che anche lei cominciò a bere. Molto. L’8 giugno del 1858 (mi sono rotta di mettere l’anno dell’era, tanto non cambia nulla per la povera Okichi), Harris venne trasferito a Tokyo e portò con sé la giovane serva. Nello stesso anno il suo interprete venne ammazzato dai nazionalisti e, vista l’arietta che tirava nei confronti degli stranieri, anche Harris decise di lasciare il Giappone e di tornare a casa sua. Okichi a quel punto andò a Kyoto, sola come un cane, e cercò di rimettersi in piedi. Poi si trasferì a Mishima, dove riprese a lavorare come geisha e infi ne, compiuti i 38 anni, tornò a Shimoda e si mise a fare la parrucchiera. Adoro. È in quel periodo che venne a sapere che Harris era morto.

Qualche tempo dopo decise di prendere in gestione un bordello, per un certo periodo le cose andarono bene, ma non essendo bravissima nel management ed essendosi messa nelle mani di un contabile scarsissimo, a un certo punto il bordello fallì. La povera Okichi, perseguitata dalla sorte nera, si diede definitivamente all’alcol e all’oppio, giorno e notte, notte e giorno. Vagava senza pace finché decise di farla finita annegandosi nel fiume Inouzawa. Aveva solo 51 anni. Era il 25 marzo. Nessuno reclamò il suo corpo, tranne un monaco che la fece seppellire. Povera donna!

Alcuni dicono che la trama della Madama Butterfly di Puccini sia ispirata alla sua storia. Ma anche di questo si parla poco. Ogni anno, nel giorno dell’anniversario della sua morte, si tiene a Shimoda un festival per ricordarla e augurarle una vita meno orrenda nell’aldilà. Molte geisha danzano per lei e c’è anche un mercatino di alberi e piante in vaso. Io ho bruciato dell’incenso davanti alla sua tomba e porto sempre con me il ciondolo con la sua foto. Per quanto riguarda il vecchio Harris, giace a Brooklyn nel cimitero di Green-Wood. Nel 1986 il Giappone gli ha regalato una bella tomba nuova, un albero di ciliegio, uno di corniolo e una lanterna di pietra bianca. Sulla lapide c’è scritto ’amico del Giappone‘. Vi dico solo che Harris in un fi lm di John Huston intitolato Il barbaro e la geisha è stato interpretato da John Wayne. Il fi lm è da vedere, vi aiuterà a immaginare quel momento storico, anche se, vi avverto, la storia è stata totalmente travisata.

(continua in libreria…)

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Fonte: www.illibraio.it