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I Perturbazione raccontano “(dis)amore”, concept album scritto come un romanzo

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Nuovo (doppio) disco per i Perturbazione, l’ottavo in studio in carriera: (dis)amore, in uscita in piena “fase 2” per Ala Bianca Records (e anticipato dall’uscita di Mostrami una donna, Ti stavo lontano e Le spalle nell’abbraccio), è un concept album di 23 canzoni. Un lavoro ambizioso, quasi d’altri tempi, in cui la band di Rivoli cerca di fare i conti con l’impossibile definizione dell’amore e del suo contrario: “(dis)amore racconta quella che potremmo definire un’eccezionalità di massa. Parla di due persone che sono e si sentono uniche, pur attraversando un percorso comune, vivendo il presente. Attorno a loro tutto si sgretola, niente è più stabile, si accendono per qualcosa ma pagano il prezzo causato dal desiderio. Persone che nelle relazioni e nel mondo non trovano ciò che si erano immaginate di trovare, che si fermano disorientate a un livello intermedio, incapaci di fare un passo indietro o uno in avanti. Lo speciale che diventa normale e che penetra anche dentro l’idea di coppia, sesso, famiglia. Essere come tutti, ma sentirsi inevitabilmente unici: l’eccezionalità di massa”, argomenta il gruppo a questo proposito.

La band (composta da Tommaso Cerasuolo, voce; Cristiano Lo Mele, chitarra; Alex Baracco, basso; Rossano Lo Mele, batteria) si è formata sui banchi di un liceo sientifico alle porte di Torino. Tanta gavetta, fino all’album della svolta: In circolo, uscito nel 2002. Quello dell’indimenticabile singolo Agosto (e il merito non è certo solo del poetico video che l’accompagnava).

Ma torniamo al presente. Trattandosi di un album davvero particolare e, soprattutto, dall’approccio a suo modo “letterario”, ilLibraio.it ha voluto approfondire. E lo ha fatto parlandone con la voce e il volto della band, Tommaso Cerasuolo, che nel finale confessa tutta la sua forte preoccupazione per il futuro, e con Rossano Lo Mele. Il batterista, membro fondatore della band, è anche direttore di uno storico mensile di musica e cultura (Rumore), oltre che docente di Linguaggi della musica contemporanea. Non solo: Lo Mele ha da poco pubblicato con minimum fax Scrivere di musica – Una guida pratica e intima, di cui abbiamo scritto qui.

Prima domanda inevitabile: a un certo punto avete pensato di rinviare l’uscita dell’album, causa pandemia?
Cerasuolo: “Tutta questa rivoluzione digitale non mi convinceva ben prima dell’emergenza Covid-19. Sarò nostalgico, ma a me piacciono ancora gli album fisici, gli scaffali del negozio di dischi, ho ancora le cassette… Senza una minima distribuzione, non aveva senso uscire”.

Come avete vissuto il lockdown? 
Cerasuolo: “Ho sfogliato con invidia gli editoriali di intellettuali solitari che disquisivano del ‘tempo ritrovato’ per la lettura, alla faccia di Proust. Io, con una compagna insegnante e due figli e le loro videolezioni da incastrare col mio telelavoro in una casa di 75mq ho sorriso con sarcasmo… Nonostante questo, le avventure di Arturo Bandini di John Fante mi hanno tenuto buona compagnia: la disperazione è meno pesante se la condividi con un anti-eroe così, riesci a sorridere un po’ delle tue miserie, che è poi la chiave per riuscire a sopravvivere, lockdown o meno… E poi mi è piaciuta tanto una graphic novel di Pierre Henry Gomont, Malaterre“.

Ci vuole coraggio a proporre un doppio disco nel 2020: nel vostro caso com’è nata l’idea di realizzare un concept album, definizione dal sapore ormai vintage, che però, in altri tempi musicali, è stata di moda anche in Italia?
Lo Mele: “Credo che per noi sia stata una decisione piuttosto naturale da prendere. Avendo di base sempre fatto quello che, artisticamente, di volta in volta volevamo fare, ci eravamo un po’ stufati dell’idea del disco con i famosi 10 siluri, i singoli giusti, il suono rotondo e via. Per cosa, poi? Il gusto corrente non è il nostro, e viceversa”.

E quindi?
Lo Mele: “Sin dall’inizio in sala prove è stata forte la volontà di fare un disco ‘alla vecchia’. Molto suonato, discontinuo, con pezzi lunghi e altri brevissimi. Un disco che definirei imperfetto, ma forse la parola giusta è spontaneo. Un disco, soprattutto, che non dovesse inseguire né mode né modi. Che sentissimo nostro al 100%. Volevamo fare questo, raccontare una lunga storia con i tempi del romanzo, qualcosa lontano da ogni trend, ma che non scadesse dopodomani. E del resto: chi si ricorda tutte e 69 le canzoni di 69 Love Songs dei Magnetic Fields? Questo, però, non ne cancella la magia. Il nostro disco ne ha un terzo esatto, di canzoni, quindi arrivare alla fine è anche meno difficile”.

(dis)amore si sviluppa e si conclude attraverso il racconto, in ordine cronologico, di un amore e di un disamore: di brano in brano i protagonisti della narrazione si conoscono e si innamorano, ma col tempo la relazione va in crisi. In pratica, di canzone in canzone la voce di Tommaso Cerasuolo racconta una storia (in cui non mancano altri personaggi che ruotano attorno alla vicenda sentimentale dei due sconosciuti protagonisti): avete immaginato il disco come un libro? 
Cerasuolo: “Come un film, spostando la macchina da presa, immaginando di volta in volta un narratore e due protagonisti e il mondo attorno a loro. Ma a un certo punto ci siamo accorti che usando la prima persona a volte era interessante non specificare chi dei due stesse parlando. Così da lasciare l’ascoltatore libero di interpretare la storia seconda la propria sensibilità. Questo perché la scrittura dei testi nasce da un lavoro di squadra tra Rossano e me, che siamo molto diversi. In un certo senso, il punto di vista maschile e quello femminile si bilanciavano grazie a questa differenza tra noi due, anche se siamo due uomini. So che può suonare assurdo, ma è così che sento questa storia”.

Come spiegate nella presentazione, il (dis)amore che narrate non è solo quello della relazione fra i due protagonisti, ma è anche un sentimento che emerge giorno dopo giorno rispetto a tanti aspetti della vita (le case, il cibo, gli amici, la spesa, il lavoro, il tempo libero e quello imprigionato): è una fase di bilanci, per il vostro percorso personale e musicale?
Cerasuolo: “Personalmente sono stati anni molto pesanti, vivevo con ansia tutte le incertezze professionali che sono parte integrante di questo lavoro nel nostro Paese. In effetti la situazione attuale non fa che sbatterti in faccia quel che già sapevi e intuivi, ovvero tutti i tuoi limiti artistici, spaventosi, e quelli strutturali. Prendersela solo coi secondi sarebbe puerile. Anche se in Italia è lo sport nazionale”.

Siete cambiati voi, ma com’è cambiato nel tempo il pubblico dei Perturbazione?
Lo Mele: “Il punto è che non so se in generale in Italia il pubblico cambia. Perlopiù ognuno si porta appresso il suo, di pubblico. Chi è in giro da tanto ha visto quasi sempre la sua fan base erodersi, noi inclusi: perché la gente si sposa, si separa, smette di sentire musica, fa figli, si trasferisce, cambia interessi e lavori. Noi abbiamo un pubblico ristretto, ma fedelissimo, per fortuna. Che ci segue da anni, magari da quando facevano l’università. Oggi chi ha quell’età segue altro, ed è difficile biasimarli. Diciamo che spero di intercettare degli appassionati e ascoltatori esattamente come a me capita con la letteratura”.

E cioè?
Lo Mele: “Mi imbatto in uno scrittore e di colpo voglio saperne e leggere tutto, come mi è successo di recente con Giampaolo Simi o Gilberto Severini, per restare in Italia. Per chi non ci conosce ancora, per ragioni anagrafiche o di interesse personale, credo sia una bella scoperta il nostro catalogo, anche andando a ritroso”.

Abbiamo detto dei temi del disco e degli elementi narrativi, che svolgono un ruolo centrale. Ma non possiamo dimenticare la musica: nella scrittura dei brani siete stati condizionati dalla consapevolezza di lavorare a un concept album, appunto, in cui ogni brano è legato al precedente e al successivo?
Lo Mele: “Beh, sì, siamo stati attenti alle atmosfere e alle durate dei brani, per creare di volta in volta uno stacco o una forma di continuità. Ogni brano per noi rappresenta un pezzo di un interno domestico, una stanza o un oggetto specifici. Anche questo è stato importante nella lunga costruzione dell’arredo musicale. Per cui vicino a un colore più acustico era giusto collocare una parte più upbeat. Spesso, vicino a uno schizzo da 70 secondi, trovi infatti una canzone compiuta di quattro minuti e mezzo”.

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Le foto dell’articolo sono di Luigi De Palma

Nonostante la vetrina di Sanremo (dove siete stati protagonisti nel 2014 con L’Italia vista dal bar e L’unica), i Perturbazione restano una band “alternativa” o “indipendente”, come si diceva un tempo, tra i nomi di riferimento del pop-rock d’autore italiano. Molte cose sono cambiate nel frattempo. Come vivete lo “scontro generazionale” con l’Itpop, che con la trap ha dominato gli ultimi anni? A proposito, ci sono nomi interessanti, tra i gruppi e i cantautori emergenti? 
Lo Mele: “Mi verrebbe da dire quello che dice Natalia Aspesi a proposito della Lega. So che esiste, so che vincerà alle elezioni, ma personalmente non me ne curo. Non voglio suonare come il vecchio babbione di turno. Sono conscio che band come la nostra, o per altri versi i Baustelle, Bugo, gli Amari o i Laghisecchi e i Virginiana Miller, abbiano (abbiamo) contribuito a creare quello che oggi va per la maggiore e passa all’incasso. Quella lezione, letterariamente, si direbbe che oggi è stata presa e ‘volgarizzata’”.

In che senso?
Lo Mele: “La storia dell’arte va avanti così da sempre, non è una novità e non me ne posso lamentare. Del resto noi per primi abbiamo preso da altri, da Bruno Lauzi ai Diaframma (in mezzo, però, c’erano anche gli Slint e gli Smiths). Ma se mi chiedi cosa c’è di interessante oggi, fra i giovani, personalmente io dico poco o nulla. Lucio Corsi, Eugenio In Via Di Gioia e poi chi altro? Tha Supreme, in un altro ambito, ecco. Ma chi altro ha un’identità e un autentico carisma, intendo? Ogni genere, quando comincia ha sempre qualcosa di innovativo. Sentire la maniera in cui uno come Tedua ha innovato la metrica e il linguaggio è molto interessante. Ma al secondo giro, ossia quelli che lo emulano, è già tutto un copia-e-incolla. Siccome il gioco ormai funziona, mi paiono tutti ossessionati dai numeri, dalla batteria quantizzata per andare in radio, dallo slogan e dalle stories su Instagram. C’è anche da capirli, lo dico senza ironia”.

Cosa intende.
Lo Mele: “Noi venivamo da un mondo che detestava la lingua italiana e pensava ai suoi rappresentanti come a degli sfortunati incidenti di percorso. Oggi quella stessa musica, semplificata e aggiornata, riempie i palazzetti. Non mi piace, ma hanno vinto loro, quindi evidentemente è giusto così. Non penso ci sia alcuno scontro generazionale, in definitiva ci hanno inghiottito”.

L’industria discografica, e l’industria dei concerti, che coinvolgono decine di migliaia di lavoratori, sono sicuramente tra le più colpite dalla pandemia. In generale è forte il timore nel mondo dello spettacolo. Un giorno non troppo lontano torneremo ai concerti dal vivo? Quanto siete preoccupati, come musicisti con alle spalle quasi mille live in carriera?
Cerasuolo: “Ammiro i colleghi che rimpiangono i concerti. Hanno ragione e non ho idea di cosa accadrà. Io tuttavia lego le esibizioni dal vivo a uno stato d’ansia da molti anni. Non è tanto il cantare in pubblico… quello che non reggo più è tutto l’indotto, che arranca come faccio io”.

E quindi?
Cerasuolo: “Ogni volta che si comincia a fare i conti con numeri che non potevano sostenerti prima, figurati adesso, purtroppo ho solo voglia di scappare via… Non so risponderti, questa è la cruda verità”.

 

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Fonte: www.illibraio.it