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Il biblista Maggi: “Basta parlare della pandemia come di un castigo divino”

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MEA CULPA

Per più di millecinquecento anni, la Chiesa cattolica, per sottomettere e dominare i credenti, è ricorsa al terrorismo teologico, instillando nelle persone un veleno che ha intossicato la loro esistenza, rovinato la loro vita e impresso, nel loro DNA, in maniera indelebile, la paura o, meglio, il terrore di Dio.

Purtroppo dal terzo-quarto secolo, fino al Concilio Vaticano II, gran parte della teologia, la morale e la spiritualità della Chiesa, allontanatasi dai vangeli, facevano leva sulla paura di Dio, una divinità sadica e crudele che nulla aveva a che vedere con il Padre di Gesù. E così, nell’intimo delle persone, generazione dopo generazione, a forza di recitare preghiere dove si affermava di avere meritato i castighi di Dio, inculcando un senso permanente di colpa, costretti a riconoscersi sempre e irrimediabilmente peccatori e a ogni messa battersi il petto per confessare pubblicamente che si aveva “molto peccato in pensieri, opere e omissioni”, e che si era commessa non solo una colpa, ma addirittura una “grandissima colpa”, aveva fatto sì che questo Dio severissimo fosse più da temere che da amare. Esattamente il contrario di quel che Gesù aveva insegnato, come  riassunto e formulato nella Prima Lettera di Giovanni: “Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1 Gv 4,18).

Ma per secoli la predicazione ha fatto leva sul timore, anzi sulla paura di un Dio pronto a condannare un suo figliolo per tutta l’eternità alle più strazianti pene, anche per aver trasgredito un solo comandamento. Ubriacati dal loro furore ideologico, i predicatori non si rendevano conto della contraddizione insita nella loro farneticante dottrina. Da una parte, non potevano smentire il vangelo e insegnavano che Dio era un Padre amorevole, buono, compassionevole, dall’altra, alla misericordia, facevano prevalere l’immagine di un Dio giudice, inesorabile e spietato. Un Dio che alle sue creature, fragili e imperfette, ingiungeva di perdonare sempre, “settanta volte sette” (Mt 18,22), mentre Lui, che era l’“Essere perfettissimo”, negava il perdono e condannava le sue creature all’inferno per tutta l’eternità.

E questo per secoli è stato l’insegnamento indiscutibile di una Chiesa che al Concilio di Firenze, nel 1439, arrivò a decretare, senza alcun minimo dubbio, che “le anime di quelli che muoiono in stato di peccato mortale attuale o con il solo peccato originale, scendono immediatamente all’inferno per essere punite con pene diverse” (Bolla Latentur caeli, Denzinger 1306).

Secondo questa dottrina, tre quarti dell’umanità finiva all’inferno, arrostita, per tutta l’eternità: “La Chiesa crede fermamente, confessa e annuncia che nessuno di quelli che sono fuori della Chiesa cattolica, non solo i pagani, ma anche i giudei o gli eretici e gli scismatici, potranno raggiungere la vita eterna, ma andranno nel fuoco eterno” (Cantate Domino, Denz. 1351). Presi dal loro sadico furore, le omelie, i quaresimali, gli insegnamenti dei preti, erano più centrati a descrivere minuziosamente le atroci pene inflitte all’inferno alle anime dannate, che all’annuncio della buona notizia di Gesù di un Dio che non è venuto per condannare, ma per salvare (Mt 18,11).

A dar man forte a questa folle predicazione, contribuirono gli artisti, letterati, e soprattutto pittori, che con le loro opere raffigurarono l’inferno con immagini horror degne di un trattato di psichiatria, ispirandosi a predicazioni come quelle di Leonardo da Porto Maurizio, frate francescano vissuto a cavallo del diciottesimo secolo, che così descriveva il supplizio riservato ai dannati: “Vedeteli come tutti sono involti nel fuoco. Abissi di fuoco a sinistra, abissi di fuoco a destra; abissi di fuoco al di sopra, abissi di fuoco al disotto; fuoco negli occhi, fuoco nelle orecchie, fuoco nelle vene, fuoco nelle viscere, dappertutto fuoco…” (Prediche, p. 167). Sicuri delle loro tanto indiscutibili quanto deliranti affermazioni, i predicatori si poggiavano sui grandi Maestri della teologia, come Tommaso d’Aquino, per il quale, senza alcun dubbio, “Il purgatorio è legato all’inferno in modo tale che lo stesso fuoco tortura gli uni e purifica gli altri” (IV Dist. 21, q.1 A. 1 sol. 2). E quando, nel 1700, un gesuita palermitano, Giuseppe Gravina, andando controcorrente, osò affermare che la maggior parte dell’umanità sarà salvata, incorse nei fulmini della Congregazione dell’Indice che, nel 1772, condannò come blasfema questa ipotesi.

Nemica della gioia, sospettosa della felicità, allarmata dal piacere, questa teologia inevitabilmente finiva per presentare l’esistenza umana in una luce completamente negativa, perché “nasciamo mandando un grido di dolore; passiamo la gioventù in mezzo agli affanni; arriviamo alla vecchiaia in mezzo alle spine; moriamo ripetendo il grido: io soffro… siamo vermi, un ammasso animato di putredine, che presto si scioglierà in polvere”, come si legge in un manuale di morale del secolo scorso (Donzelli, L., Decalogo, Marietti, 1924), in una linea teologica che arrivò pressoché intatta fino agli anni sessanta. Adoperando la Bibbia come un randello per i malcapitati fedeli, i predicatori, i formatori dei preti nei seminari, fino agli inizi dello scorso secolo, infatti, leggevano e interpretavano il decalogo in maniera negativa, e i dieci comandamenti diventavano un terreno minato, dove inevitabilmente si finiva per farsi male alla più lieve inosservanza o trasgressione anche di un solo comandamento; decalogo che veniva distorto nel suo significato e strumentalizzato a favore della propria ideologia o dottrina, al punto da affermare che “il primo comandamento condanna anche il Socialismo…” (!).  Per il secondo comandamento si elencano tutti i casi di persone morte subito dopo aver bestemmiato… e, senza alcun dubbio, si legge che “di tanto in tanto Dio castiga città, provincie e regni con fame, pestilenze, guerre, terremoti, inondazioni” (per cui non meraviglia se ancora oggi alcuni vedono la pandemia come un castigo divino), e così per obbligare a osservare il terzo comandamento di santificare le feste, non c’è nulla di meglio che ricordare quel mugnaio che la domenica non andava a messa e “un improvviso soffio di vento fece girare le ali del molino, le cui estremità lo colpirono. Il vento cessò tosto; ma il mugnaio era morto…”.

A ogni comandamento corrisponde un castigo mortale da parte di un Dio vendicativo, così anche per il quarto, onorare il padre e la madre, ci si rifà ad Assalonne che si ribellò al padre Davide e in una battaglia venne trafitto… In queste tetre convinzioni che per secoli sono  rimaste indiscutibili, dove senza alcun dubbio si affermava che “l’uomo è dalla natura fornito ordinariamente di maggior intelligenza, forza e robustezza della donna che per questo gli deve stare sottomessa obbediente”, sorprende che nel commentare il quinto comandamento, la proibizione di uccidere, si elenchino invece tutti gli innumerevoli casi in cui è possibile farlo, senza contravvenire al comandamento, perché è permesso all’autorità pubblica civile “recidere dal corpo un membro nocivo”, quindi favorevole alla pena di morte perché “per certuni la stessa minaccia del carcere a vita non basta a trattenerli dal delitto”, eppoi, naturalmente, si può ammazzare in guerra, perché “essa quando è giusta è sempre permessa e talvolta anche doverosa”, e la prova è che Dio stesso ha “guidato, protetto e sostenuto il suo popolo in tante guerre che esso ha combattuto contro i vari sui nemici”. Ed è interessante vedere come l’autore senza alcun imbarazzo unisca al comando non uccidere anche l’onanismo, ma qui scrive in latino, essendo la materia delicata, ovvero evitare la procreazione, costoro “commettono un omicidio anticipato, peccato mortale e non sono degni dell’assoluzione”. Arrivati al sesto comandamento, la proibizione di commettere atti impuri, si passa a elencare le malattie veneree che sono “il castigo di Dio nel tempo”, e il “peccato solitario” è talmente grave da rendere meritevoli della dannazione eterna. E così, via via per gli altri comandamenti, la qui trasgressione comporta non solo la dannazione eterna, ma anche immediati atroci castighi da parte di Dio già in questa vita. Oggi si può sorridere leggendo queste pagine, ma quanti danni hanno fatto, quante vite sono state rovinate da questa teologia del terrore, quanti matrimoni resi infelici da quel Dio che investigava anche quel che accadeva in camera da letto, quante inutili sofferenze? Per questo è urgente più che mai che la Sacra Scrittura sia interpretata con lo stesso spirito che l’ha ispirata: l’amore incondizionato del Creatore per le sue creature.

L’AUTORE – Alberto Maggi (nella foto grande di Basso Cannarsa, ndr), frate dell’Ordine dei Servi di Maria, ha studiato nelle Pontificie Facoltà Teologiche Marianum e Gregoriana di Roma e all’École Biblique et Archéologique française di Gerusalemme.
Biblista e assiduo collaboratore de ilLibraio.it, è una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti.
Fondatore del Centro Studi Biblici «G. Vannucci» a Montefano (MC), cura la divulgazione delle sacre scritture interpretandole sempre al servizio della giustizia, mai del potere. Con Garzanti ha pubblicato Chi non muore si rivede, Nostra signora degli ereticiL’ultima beatitudine – La morte come pienezza di vita, Di questi tempi Due in condotta. Il suo nuovo libro è La verità ci rende liberi (Garzanti, in uscita a settembre), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari.

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Fonte: www.illibraio.it