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Il diritto alla propria storia e lo sguardo sessista che giudica il mondo

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Nel nostro paese bisogna farsi coraggio per affrontare il racconto che i media fanno dei fatti di cronaca. Ultimo, drammatico esempio, la storia di Maria Paola Gaglione, morta mentre era con Ciro, il suo compagno, e cercava di sfuggire in motorino al fratello Michele che li inseguiva perché non approvava la relazione della sorella con un ragazzo trans.

In attesa che la magistratura faccia luce sull’episodio e, mentre inorridiamo per l’ignoranza o la transfobia con cui sui giornali e in rete ci si riferisce a “una relazione omosessuale” o a “due lesbiche” o ancora si parla di Ciro al femminile, mi colpisce una dichiarazione dell’accusato. Non voleva ucciderla, ha detto: voleva solo darle una lezione. Sarà che sono un’insegnante, ma mi sembra che una lezione da imparare qui ci sia davvero.

Da qualche tempo sui social è in atto una protesta virtuale che istiga al boicottaggio di Netflix a causa di Mignonnes (Cuties), film della regista Maïmouna Doucouré. La storia è quella di Amy, che ha solo undici anni e vive in Francia ma è di origine senegalese: in fuga da tradizioni familiari che condannano le donne all’obbedienza, è l’incontro con un gruppo di coetanee che si preparano a una gara di danza a offrirle un piccolo spiraglio di libertà e di cambiamento. Una libertà, però, che sembra coincidere con un risveglio precoce di una sessualità disinibita e a tratti provocante, troppo per l’età delle protagoniste-attrici.

Le scene in cui le ragazze twerkano imitando i video che hanno visto in rete sono al centro delle polemiche di chi le ha considerate una strizzata d’occhio a un pubblico dalle tendenze pedofile, come se raccontare una preadolescenza ipersessualizzata costituisse una parziale approvazione per chi considera le ragazzine legittimo oggetto di desiderio sessuale.

Queste polemiche accese negli Stati Uniti da una locandina infelice (o scelta ad hoc per provocare i clienti della piattaforma con una banda di ragazzine in pose ammiccanti) sono sbarcate in Italia grazie all’amplificazione di movimenti religiosi e della destra conservatrice.

Non farò lunghi giri di parole perché sono molto d’accordo con la lettura che se ne fa qui: il film è bello. Amy procede a grandi passi in una direzione che diventa sempre più disturbante e i balletti delle ragazze possono spezzarti il cuore tanto si impegnano a essere brave, a ripetere gesti e smorfie seduttive di ballerine adulte e più consapevoli. Il trucco pesante, gli abiti succinti, tutti i tentativi di servirsi del proprio corpo come una forza nuova e potente, sono maneggiati dai personaggi in modo infantile e accolti con disgusto da un mondo esterno dipinto in modo forse un po’ troppo innocente. Nel corso del film, infatti, nessun uomo arriva a insidiare davvero le ragazze, né ad approfittarsi di questa corsa verso l’età adulta; così la regista dà ad Amy il tempo di scoprirsi, di sbagliare, di diventare donna davanti ai nostri occhi e poi di capire di non esserlo ancora abbastanza. È un viaggio commovente e mi ha ricordato i discorsi dei protagonisti di Stand by me, intrisi di parolacce e riferimenti alla masturbazione. Mi ha fatto pensare a quanto la scoperta del sesso e della nostra sessualità conti nel modo in cui ci collochiamo nel mondo. Penso alle mie alunne che si sentono adeguate solo se tutti i numeri con cui si misurano sono quelli giusti; alle ragazze che su Tik Tok e Twitter raccontano le loro chat erotiche con uomini adulti che non si sono fermati quando hanno saputo la loro età; a una scena di Acciao di Silvia Avallone in cui le protagoniste ballano seminude e bellissime davanti alle finestre del palazzo di fronte. Penso a questo, alla volontà di cancellare un film perché delle ragazzine recitano twerkando davanti a una telecamera raccontando le migliaia di ragazzine che nelle loro stanze twerkano davanti a una webcam e la lezione mi sembra solo una: c’è qualcuno che guarda e quel qualcuno decide se una storia esiste oppure no.

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Di più: c’è una correlazione tra questo sguardo che racconta e il modo in cui il mondo viene costruito giorno per giorno.

Due ragazze inglesi vengono violentate da un gruppo di giovani e sui giornali diventano “le inglesine”: chi le racconta, evidentemente, le pensa così, come due bambine indifese e sexy; del resto è così che le vede e quello sguardo una volta raccontato assume un significato preciso.

Guardare una ragazza in minigonna o ubriaca e raccontarla come una preda legittima significa trasformarla agli occhi altrui in una preda legittima.

Guardare una donna che non si comporta come vuoi e vedere “una che te le tira dalle mani” ti rende tranquillo che basteranno un paio di occhiali, un po’ di trucco o l’ammissione di aver un po’ esagerato per mettere tutto a posto e continuare così.

Guardare una donna e vedere una madre rende imperdonabile chi non vuole esserlo e incompleta chi non può.

Guardare con disgusto un ragazzo e pretendere che sia una donna a prescindere da quello che prova o sa di essere, ti dà il potere di fargli del male, di rimetterlo al posto che, a tuo insindacabile giudizio, la natura gli ha assegnato.

Guardare una sorella di vent’anni come qualcuno che non ha libertà di scelta sulla sua vita privata significa sentirsi in diritto, quasi in dovere, di darle una lezione.

E se il racconto di una ragazzina che scopre se stessa rischia di eccitare quello sguardo e di renderlo ancora meno responsabilizzato rispetto alle azioni riprovevoli che uomini di tutte le parti del mondo compiono quotidianamente in modo virtuale o no, allora quella storia deve essere cancellata perché è quella storia che diventa colpevole.

La lezione è arrivata, credo. Abbiamo capito. Se identificarmi come una femminista intersezionale mi costringe a confrontarmi con altre variabili come la classe sociale o l’appartenenza a una determinata comunità, fattori che rendono più complesso il quadro di ogni situazione, non posso comunque non attribuire un peso enorme allo sguardo sessista con cui si giudica il mondo. È uno sguardo potente: decide cosa è artistico e va premiato, cosa è reato, cosa è normale, cosa possono o non possono fare o essere donne, omosessuali, trans.

Guarda anche gli uomini, naturalmente. Decide che devono essere eterosessuali, forti e poco preoccupati delle conseguenze delle loro azioni se queste azioni ricadono unicamente su donne, omosessuali e trans: le violenze possono essere riprese e condivise; dopo uno stupro o un massacro è consentito andare al pub con gli amici.

E sono dispiaciuta, sinceramente, che questo stesso sguardo impedisca ai maschi di piangere o mostrare i propri sentimenti perché credo davvero che questo complichi le cose e li renda in generale meno abituati a gestire le emozioni negative. Per questo diciamo a gran voce che il femminismo serve anche ai maschi.

Però non dimentico che questo sguardo dà enorme potere a chi, senza fatica, lo riconosce come proprio: le sue misure corrispondono alle regole che lo sguardo detta, a differenza di quelle di molte mie alunne che si struggono davanti allo specchio imparando l’odio per se stesse più della lezione di italiano. Il mondo sta insegnando loro molte cose e i maestri sono dappertutto. Le guardano, ci guardano, raccontano le cose che vedono come se fossero universali, come se le loro storie potessero soffocare ogni altra voce e ogni altra storia. Per fortuna non possono.

 

L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce. Il suo ultimo romanzo è Dove sei stata, Rizzoli. Per Add ha curato il libro collettivo Tutte le ragazze avanti!, a cui è  ispirato l’omonimo podcast su Spotify.

Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

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Fonte: www.illibraio.it