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Il distanziamento fisico non dev’essere anche sociale. Paola Cereda su come ripartire dall’arte e dalle piccole comunità

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Biccari è un paese del foggiano di 2800 anime che, nei giorni scorsi, ha lanciato una proposta: tornare a scuola. Al posto del classico edificio, però, un bosco didattico di oltre 15 ettari dove i bambini e le bambine possano sperimentare il contatto con la natura e, allo stesso tempo, stare insieme in piena sicurezza. Zaini in spalla, quindi, e banchi tra il verde, per imparare la lezione più importante: la capacità di superare le difficoltà e i cambiamenti in maniera positiva.

Come ben racconta Stefano Mancuso nei suoi libri, le piante hanno un “cervello diffuso” e sono in grado di riparare un danno in maniera molto più efficace rispetto agli esseri umani. Pur avendo radici, migrano con grande intelligenza attraverso tutto ciò che ha possibilità di movimento, come l’acqua, l’aria e gli animali. E una volta migrati, si adattano a vivere nel nuovo ambiente. Soprattutto non esistono come puri individui ma in termini di comunità: sono esseri viventi che condividono spazi e risorse. E se imparassimo da loro le strategie migliori per uscire dalla crisi attuale?

In questi mesi di emergenza sanitaria ci siamo tenuti a distanza e continuiamo a farlo per tutelarci a vicenda. Eppure la distanza consigliata è quella fisica, e non quella sociale. Chiarire questa differenza potrebbe aiutarci a ripartire.

Durante il lockdown abbiamo vissuto intensamente le case, i palazzi, i quartieri e li abbiamo riscoperti in quanto paesaggi: non semplici spazi, bensì insiemi complessi di luoghi, persone e relazioni. Soggetti attivi in grado di incidere sul benessere di chi li abita. Ora abbiamo voglia di uscire, esplorare e camminare, magari conservando la capacità di leggere in profondità i paesaggi che attraversiamo. Ciò che è piccolo, locale e vicino può diventare un laboratorio in continua evoluzione, nel quale tornare a sperimentare la partecipazione comunitaria prima di rivolgere nuovamente lo sguardo al mondo.

È quello che devono avere pensato gli abitanti di Patricios un bel po’ di anni fa quando, davanti a una crisi economica che restringeva per sempre i loro confini, si trovarono costretti a reinventarsi. Patricios è un paesino rurale della Pampa Argentina, fondato all’inizio del ‘900. Negli anni ’50 arrivò ad avere 5000 abitanti che lavoravano tutti o quasi attorno alla ferrovia. Venti anni più tardi, in seguito alla privatizzazione delle infrastrutture, gli abitanti di Patricios sentirono per l’ultima volta il fischio del treno.

Quando i giovani se ne andarono e il paese iniziò a svuotarsi, le donne furono le prime a reagire: si misero a coltivare piccoli appezzamenti di terra per migliorare l’alimentazione di adulti e bambini, e crearono un club del trueque, un club del baratto, per lo scambio di cibo e di beni primari.

Anche l’arte diede nuovi stimoli alla comunità, con la nascita di un gruppo di teatro che coinvolse attivamente i 700 abitanti rimasti in paese. Qualcuno partecipò al progetto raccogliendo fotografie e raccontando storie, altri ridipinsero la stazione, altri ancora si misero in gioco come attori all’interno di uno spettacolo su Patricios e il suo ferrocarril. Da allora lo spettacolo è stato replicato centinaia di volte alla stazione, lungo le strade e nelle case di Patricios, contribuendo alla sua parziale rinascita: oggi il paese organizza vari festival teatrali e cinematografici. Alcuni edifici sono state ristrutturati e trasformati in B&B, altri sono diventati bar o ristoranti per i turisti in visita. Anche in Italia ci sono tante esperienze artistiche e culturali che hanno trasformato i piccoli borghi in musei a cielo aperto: i famosi murales di Orgosolo in Sardegna, per esempio, o quelli di Diamante in Calabria o di Riomaggiore alle Cinque Terre. Oppure Campsirago, minuscolo paese in provincia di Lecco, che offre residenze a compagnie teatrali nazionali e internazionali, in cambio di spettacoli ed eventi artistici aperti al pubblico.

Ci sono ancora tanti luoghi che hanno bisogno di essere ri-significati per tornare a essere paesaggi, e l’arte e la cultura hanno un ruolo fondamentale: fin da ora e alla giusta distanza, possiamo tornare a scambiarci le storie per restituirle ai luoghi in cui sono nate, per ricominciare ad avere fiducia gli uni negli altri, per tornare a viaggiare da subito con l’immaginazione, le parole e i fatti. Perché le parole, se usate bene, sono arte e l’arte è un processo creativo che ci fa muovere verso un obiettivo e una forma. E quando l’arte rende condivisibili spazi e risorse, è generativa e plurale. Comunitaria.

Paola Cereda Le notti dell'abbondanza

L’AUTRICE E IL LIBROPaola Cereda, nata e cresciuta a Brianza, è laureata in Psicologia a Torino con una tesi sull’umorismo ebraico. Si è specializzata in Cooperazione internazionale, in particolare in teatro comunitario e arte per la trasformazione sociale. Ha viaggiato e lavorato in molti Paesi, tra i quali Colombia, Argentina, Egitto e Romania. Attualmente collabora con ASAI Associazione di Animazione Interculturale, e si occupa di progetti teatrali e culturali con giovani italiani e stranieri. Vincitrice di numerosi concorsi letterari, è stata due volte finalista al Premio Calvino, nel 2001 con Maria come la mamma di Gesù e nel 2009 con Della vita di Alfredo (Bellavite). In seguito Se chiedi al vento di restare (Piemme, 2014, finalista al Premio Rieti), Le tre notti dell’abbondanza (Piemme, 2015 e Giulio Perrone editore, 2020, Premio Pavoncella 2016 per la Creatività Femminile, sez. Letteratura). Con Confessioni Audaci di un ballerino di liscio (Baldini&Castoldi, 2017) è stata finalista al Premio Rapallo Carige e al Premio Asti d’Appello. Ha ricevuto la menzione speciale della Critica al Premio Vigevano 2017. Quella metà di noi (Giulio Perrone editore, 2019) è entrato nella dozzina del Premio Strega 2019, classificandosi sesto. Il romanzo ha vinto il Premio Segafredo Zanetti “Un libro, un film” 2019 e il Premio Brianza 2019.

In questi giorni torna in libreria con Le tre notti dell’abbondanza (Perrone). Fosco è un paese arroccato su uno scoglio a picco sul mare. Per arrivare alla spiaggia, bisogna avventurarsi lungo una scala di legno e pietra che nessuno si è mai preso la briga di aggiustare. Perché il mare è maledetto e gli abitanti non lo possono avvicinare. La Calabria di Fosco è una terra aspra dove il tempo scorre lento, dove tutti corrispondono ai propri ruoli e ai propri cognomi e, fin dalla nascita, hanno il loro posto nel mondo. Le regole, dettate dalla malavita locale, sono legge per coloro che lì nascono. Per tutti, ma non per Irene.

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Fonte: www.illibraio.it