Acquista Online

Il futuro di Milano dopo il virus: un capitolo da “Oltre la fragilità”, nuovo libro di Antonio Calabrò

Print Friendly, PDF & Email
image_pdfimage_print

Le società sempre più articolate e complesse in cui viviamo si rivelano molto fragili e vulnerabili. Esprimono, è vero, straordinarie possibilità di crescita, grazie ai progressi di scienza e tecnologia su tutti i fronti dell’innovazione, ma sono quanto mai sensibili a fratture, cambiamenti, effetti inattesi. La loro stessa velocità ne è potenza e limite. La pandemia del Covid-19 e la conseguente recessione economica hanno reso molto più evidenti queste caratteristiche.

 Oltre la fragilità di Antonio Calabrò

Siamo cambiati, nel nostro tempo incerto e tagliente. Non migliori, forse. Non peggiori, speriamo. Comunque diversi, più consapevoli non solo di “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” ma, soprattutto, di quello che ci tocca fare per tenere insieme benessere e solidarietà, sicurezza e democrazia. Rilanciare l’economia e il lavoro, pensando alla sostenibilità ambientale e sociale. E costruire comunità più equilibrate. Per non perdersi troppo d’animo e non disperdere conquiste e valori.

Sono questi i temi, molto attuali, che affronta Antonio Calabrò, direttore della Fondazione Pirelli, nel suo nuovo saggio: Oltre la fragilità – Le scelte per costruire la nuova trama delle relazioni economiche e sociali (Egea, con interventi di Francesco Giavazzi e di Monsignor Gianni Zappa).

Calabrò, giornalista e autore (ha lavorato a L’Ora, Il Mondo e la Repubblica, è stato direttore editoriale del gruppo Il Sole24Ore e ha diretto l’agenzia di stampa ApCom), è attualmente vicepresidente di Assolombarda, presidente di Museimpresa e membro dei board di diverse istituzioni e associazioni.

Antonio Calabrò

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un capitolo:

Metropoli vitale, nonostante tutto

Una città, per competere, deve avere ali e radici.

– Ulrich Beck

Milano, la si può raccontare anche con i versi di una poesia di Fernando Pessoa: «Di tutto restano tre certezze: / stiamo sempre iniziando / abbiamo bisogno di continuare / saremo interrotti prima di finire / Perciò dobbiamo fare / dell’interruzione, un nuovo cammino / della caduta, un passo di danza / della paura, una scala / del sogno, un ponte / del bisogno, un incontro». Un ponte tra la malinconia e la speranza, la luce e il lutto, la crisi e il futuro.

Amava le identità molteplici e misteriose, Pessoa. Inventava eteronimi: Ricardo Reis, Álvaro de Campos, Alberto Caeiro e altri ancora. Un gioco del nascondimento e dello svelamento, della forza del nominare e dell’inquietudine per la responsabilità del nome, dell’intreccio controverso tra la consapevolezza e l’inconscio. Tra Freud e Pirandello. L’eteronimo consente la fuga e la finzione:

«Così è se vi pare».

E Milano? La sua identità è molteplice, accogliente, solidale, inclusiva. E mutante. «Milanesi si diventa», si dice ricordando il brillante titolo di un libro di Carlo Castellaneta, scrittore milanesissimo con origini familiari pugliesi1. Milanesi dalla Sicilia e da Napoli, dall’Abruzzo di Raffele Mattioli e dalla Roma di Enrico Cuccia, dalle Marche industriose e dalla Basilicata antica per dare spazio di progetto al «furor mathematicus» (2) o vivere «gli anni del nostro incanto» (3), da Parma e da Voghera, dal ligure Porto Maurizio del chimico premio Nobel Giulio Natta e dalla Trieste di Giorgio Strehler e da un’infinità di altre «città del mondo» (4), per dirla con Elio Vittorini, siciliano «gran Lombardo» che proprio a Milano aveva trovato lo spazio necessario per diventare uno dei migliori organizzatori di letteratura e cultura. La casa? Davanti alla Darsena, l’acqua milanese che non fa pensare al mare.

«Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero», proclamava già nel 1018 l’editto del vescovo Ariberto da Intimiano, un comasco che aveva fatto grande la Chiesa ambrosiana, rilanciando l’autorità del suo fondatore, sant’Ambrogio, un tedesco di Treviri. Milano, gente che va gente che viene. Milano aperta. Milano grande. Milano, proprio perché è crocevia di relazioni, movimenti, scambi e affari, anche particolarmente sottoposta ai contagi, come s’è visto drammaticamente in questi mesi di pandemia. Milano che conosce le crisi. Soffre. E si riprende. Facendo «della paura, una scala…», «dell’interruzione, un nuovo cammino».

In questi tempi dolorosi e incerti, Milano e la Lombardia sono stati l’epicentro del dramma dei contagi e dei morti da Covid-19. Ospedali pieni, al limite del collasso, e comunque in grado di far fronte all’emergenza, con straordinaria abnegazione di medici e infermieri, data la qualità consolidata del sistema sanitario lombardo, considerato da tempo un’eccellenza europea (e oggi, comunque, da ripensare criticamente). Strade e piazze, mercati e uffici, bar e ristoranti deserti. Vita economica e sociale bloccata, tranne che per i servizi essenziali. Cultura paralizzata: teatri e luoghi della musica, cinema e circoli di dibattiti e incontri, musei e centri d’arte contemporanea. Cancellato e rimandato al 2021 il Salone del Mobile, la rassegna internazionale dell’arredo e del design più importante del mondo (vale un indotto di circa 1,5 miliardi per tutta l’Italia). Relazioni personali ridotte al minimo. Il dinamismo tradizionale azzerato. E un’angosciosa domanda per moltissimo tempo sospesa: quando si ricomincerà a vivere fuori dalla quarantena e dalla paura? E come? La ripartenza dei primi di maggio è stata molto voluta, con pragmatismo lombardo: lavorare e vivere. E con una certa cautela: non si rischia, per frenesia, la ricaduta nella pandemia.

La Milano solidale per ripartire con equilibrio

Amarcord. Milano era stata, dal 2015 del trionfo dell’Expo, «the place to be», per usare il titolo di The New York Times, o anche il luogo esemplare di una «exciting Renaissance», secondo la definizione di Wallpaper, sofisticata rivista di moda e stili di vita che nel febbraio 2019 le aveva assegnato il Design Award for Best City, prima in classifica battendo Shanghai e Vancouver, a giudizio di una giuria di architetti, designer e personalità della cultura e della moda: smart city attrattiva ed elegante, intraprendente e colta, meta turistica privilegiata (7,5 milioni di turisti nel 2019 in città, 11 milioni se si considerano la provincia e l’area di Monza e Brianza: arte, cultura, shopping, business e ricerca dei servizi d’una sanità pubblica e privata comunque efficiente e d’avanguardia). Città, insomma, ricca e dinamica, ma anche pronta a investire su periferie e quartieri popolari, sensibile dunque, come da tradizione, alla sostenibilità ambientale e sociale. Milano degli affari e di una solidarietà che vive di volontariato, centri sociali laici e cattolici, la Caritas della Chiesa ambrosiana e i mille circoli diffusi nei quartieri popolari. Poi, il contagio… E lo scenario cambia. «Anche Milano ha fame», ha titolato grande, in prima pagina, la Repubblica, per un reportage di Gad Lerner «in viaggio con i volontari che portano cibo ai nuovi poveri della città più ricca» (5). Le fragilità sociali, celate dietro i successi, riemergono con la crisi sanitaria. E chiedono risposte.

Milano, dunque, deve imparare ad andare oltre i successi, oltre il suo essere stata metropoli da primato nella classifica delle province in cui si vive meglio, secondo Il Sole24Ore: primo posto nel 2019, con un bis del 2018, dopo un mediocre ottavo posto nel 2017 ma un brillante secondo nel 2015 e nel 2016, con uno sprint di recupero, grazie anche all’Expo, rispetto alle posizioni inadatte a una metropoli con ambizioni internazionali (un’oscillazione dal ventunesimo al decimo posto dal 2009 al 2013). Benessere da redditi e opportunità di lavoro, ottime università da primati internazionali e impresa delle life sciences d’avanguardia, servizi pubblici e inclusione sociale, attività culturali e tempo libero. Benessere, sappiamo adesso, non solo da mantenere ma anche da riequilibrare.

Milano, «la città che sale» annunciata, ai primi del Novecento, dal famoso dipinto di Umberto Boccioni e poi diventata epicentro del boom economico, con i due simboli dell’edilizia e dell’urbanistica contemporanea, la Torre Velasca (appena comprata, adesso, dagli americani di Hines, con ambiziosi programmi d’investimento e ristrutturazione) e soprattutto il Grattacielo Pirelli di Gio Ponti (proprio nell’aprile 2020 ricorrono i sessant’anni dalla sua inaugurazione e ancora adesso è considerato «un simbolo puntato sul futuro» – 6). E oggi, più d’ogni altra città italiana, segnata da una skyline di edifici avveniristici: la torre Unicredit di César Pelli e il Bosco Verticale di Stefano Boeri a Porta Nuova, mentre in via Melchiorre Gioia si preparano gli ultimi allestimenti di Nido, l’ellittica Unipol Tower progettata da Mario Cucinella e Scheggia di vetro di Pelli Clarke Pelli Architects; i tre grattacieli di CityLife, lo Storto di Zaha Hadid, il Curvo di Daniel Libeskind e il Dritto di Arata Isozaki; una lunga serie di altre costruzioni firmate da archistar: uffici, spazi per servizi, abitazioni ma anche università, come il nuovo Campus dell’Università Bocconi, che amplia lo spazio degli edifici storici e le strutture di via Roentgen progettate da Grafton Architets e si qualifica come un luogo di studio e di ricerca «aperto», tra gli edifici circolari trasparenti disegnati dallo studio Sanaa degli architetti Kazujo Sejima e Ryue Nishigawa e il parco verde a disposizione non solo degli studenti ma di tutti gli abitanti della zona.

Città come cristallo sul punto di infrangersi

Tutto un mondo in crescita, in movimento, in cambiamento. Poi, improvvisamente, da febbraio, la crisi, la malattia, la paralisi, il silenzio. «Un cristallo sul punto di infrangersi», sostiene Alberto Rollo (7), scrittore e uomo di punta dell’editoria, autore di Un’educazione milanese, un libro tra i migliori sull’evoluzione dell’identità cittadina (8).

«L’essere una bicicletta, che sta in equilibrio se si muove, è la natura della città. Con il blocco, proprio la forza di Milano potrebbe rivelare una sua fragilità, non solo economica ma psicologica», teme Luigi Zoja, psicanalista (9).

#Milanononsiferma era l’hashtag lanciato, ai primi di marzo, anche per iniziativa del Comune, per cercare di ridare slancio a una città impaurita. Una scelta incauta ed effimera (il sindaco Beppe Sala ne avrebbe poi saggiamente chiesto scusa durante la trasmissione televisiva Che tempo che fa, dialogando con Fabio Fazio – 10). Per il resto, Milano è stata la città della responsabilità del «tutti a casa» scrupolosamente osservato, della solidarietà con le donazioni di imprese e privati cittadini per l’Ospedale Sacco e gli altri centri di cura, delle imprese per tre quarti chiuse totalmente o parzialmente ma con metà dei dipendenti in smart working, segno di impegno e responsabilità nell’evitare la paralisi dell’economia (secondo un sondaggio Assolombarda nei territori di Milano, Lodi, Monza e Brianza – 11). E non è mancata la sensibilità istituzionale nel dialogo e nella collaborazione con le altre città lombarde ancora più duramente colpite dal coronavirus, Bergamo e Brescia, Lodi e Cremona, e nella ricerca di comuni indicazioni tra il Comune guidato dal centrosinistra e la Regione di centrodestra, provando ad andare oltre le tensioni e le polemiche dei tempi difficili.

E domani? «Noi milanesi e lombardi abbiamo nel Dna la fiducia e la speranza. Siamo usciti dalla guerra e da un bombardamento che avevano distrutto tutto. E tutto è stato ricostruito. Ne abbiamo superate tante. Supereremo anche questa», sostiene Giuseppe Guzzetti, 85 anni, a lungo presidente della Fondazione Cariplo dopo essere stato leader politico della Dc lombarda, presidente della Regione dal 1979 al 1987 e poi senatore. L’energia entusiasta e la durezza della ricostruzione e del boom economico, la drammaticità della strage di Piazza Fontana e gli anni di piombo del terrorismo, i pesanti conflitti sociali, l’euforia dei ricchi anni Ottanta con la loro fragile arroganza e poi la crisi di Tangentopoli, che ha avuto proprio Milano come epicentro. La «Milano da bere» e la depressione. Le discese precipitose e le risalite. Stagioni in altalena. Dal punto basso di oggi si può ricominciare a volare. «Milano non si arrenderà, perché rinunciare non fa parte del suo Dna» di città industriale, aperta, innovativa, sostiene Marco Tronchetti Provera, Ceo di Pirelli (12). È analogo il parere di Francesco Micheli, finanziere di grande esperienza e animatore di intense iniziative culturali: «Quello che era ed è Milano non sparirà con il virus. Così come il mondo tornerà a New York, tornerà anche da noi. Ed è proprio sulla cultura e sul turismo che, anche in chiave di sostegno economico, dovremo puntare: imparando la lezione, però. Penso all’ambiente, alla terra, alle infrastrutture inesistenti o obsolete. A Milano, nelle settimane del lockdown e del blocco del traffico, sono sparite le polveri sottili. Ecco, facciamo in modo di non riempire di nuovo l’aria di smog, una volta riacceso il motore» (13).

Carlo Tognoli, che di Milano è stato sindaco molto stimato e amato dal 1976 al 1985, socialista con acuta sensibilità per la cultura e le tensioni sociali, ministro e presidente dell’Ospedale Maggiore, confessa: «Sento un clima da dopoguerra», di ricostruzione e ripresa. E ritrova «nell’alleanza storica tra politica, cultura e imprenditoria» la chiave che consentirà alla città di superare la crisi (14).

La concretezza riformista e lo sguardo lungo

Beppe Sala, sindaco, forte dell’eredità delle gestioni precedenti (nelle mani capaci di Gabriele Albertini e Letizia Moratti per il centrodestra e di Giuliano Pisapia per il centrosinistra), dopo aver guidato il successo di Expo, ha amministrato Milano legando capacità manageriali e sensibilità politica, concretezza riformista e sguardo lungo per i progetti urbanistici ed economici che tengano la città al passo con i tempi dei grandi cambiamenti internazionali. Adesso dice: «Il virus ha occupato la testa dei milanesi e dovremo essere bravi a cambiare velocemente le nostre attitudini sociali e il nostro approccio al lavoro, che sono stati le chiavi del recente successo della città» (15). E cioè, in attesa del vaccino che chiuderà la stagione del pericolo, «capire come ci muoveremo, come staremo assieme negli spazi pubblici, come daremo un contributo in funzione delle nostre capacità». Tornati al lavoro con gradualità, proteggendo le persone più a rischio. Serve ripensare ritmi e condizioni economiche e sociali: «Serve molta flessibilità». Sala guarda con occhio critico e autocritico la condizione della metropoli e racconta (16): la Milano che «macinava record e primati» si è scoperta d’improvviso «fragile». Adesso, «la post emergenza è l’occasione per correggere gli errori del passato, per riflettere su alcuni valori della modernità e per ripensare un modello di sviluppo che ha dimenticato l’essenzialità e la qualità delle relazioni umane». Milano, insomma, è «una città che deve cambiare ritmi e abitudini di vita». E proprio così rilanciarsi: è appena nata Milano&Partners, un’agenzia per la valorizzazione della città, fondata dal Comune e dalla Camera di Commercio, presieduta da Marco Pogliani e sostenuta da imprese pubbliche e private (Sea, A2A, Fiera Milano, Pirelli) e da organizzazioni tra cui Borsa Italiana, Assolombarda, Confcommercio: uno sguardo internazionale per attrarre investimenti, talenti, iniziative culturali e, naturalmente, turismo. Il contesto di riferimento: qualità della vita e del lavoro, dinamismo sociale.

«L’emergenza trasformerà le nostre città: meno divertimento e più sicurezza», prevede l’architetto Daniel Libeskind, progettista di respiro internazionale, un grande amore per la cultura e la sensibilità di Milano (17). Stefano Boeri, presidente della Triennale, archistar di quel grande progetto che è il Bosco verticale a Porta Nuova, parla di «una città dei borghi», cioè di «una Milano dei quartieri organizzata in borghi urbani con tutti i servizi essenziali», una «mobilità dolce» con piste ciclabili, alberi e meno auto nei parcheggi lungo le strade, le piazze «centrali, come tutti gli spazi aperti»: «Se si parte così si disegna la Milano del futuro, che sceglie la lotta all’inquinamento e va verso una transizione ecologica seria. Con scelte equilibrate, gradualità e una visione forte. È una sfida che Milano può vincere. Sarà un modello» (18).

Carlo Ratti, professore al Mit di Boston, studioso del rapporto tra metropoli e innovazione, pensa che le città sopravvivranno alla crisi, «cambiando il software, non l’hardware», e ripensando radicalmente all’utilizzo degli spazi urbani, con meno uffici e appartamenti più confortevoli19. E Benedetto Camerana, architetto e paesaggista, presidente del Museo dell’Automobile di Torino, ragiona su «una città a prova di virus»: «Team di architetti, urbanisti, antropologi dovranno immaginare uno spazio pubblico diverso, più flessibile, più introverso, completamente ripensato in vista di una più moderata densità di utilizzo. Per adeguare le città dovremo pensare nuovi cantieri, in cui costruire non sia l’unica priorità, affidandoci invece al design urbano e alle tecniche sociali» (20).

Fermati temporaneamente dal Covid-19, sono tanti i cantieri a Milano, dai sette ex scali ferroviari a Santa Giulia, dall’ex area delle acciaierie Falck a Sesto San Giovanni agli spazi tra lo scalo Farini e Segrate per gli edifici dell’Accademia di Brera, dalla Bicocca al Portello, dalla Maggiolina alla Bovisa, dalle periferie da riqualificare alle aree da rimettere in movimento ai margini del cerchio delle ex Mura Spagnole (la riqualificazione di Città Studi è solo uno degli esempi). Città policentrica, dunque. Più a misura umana, green, accogliente. Qualcosa non si farà: è stato rinviato a chissà quando il maxi-polo commerciale di Westfield a Segrate, per 1,6 miliardi. Molto andrà avanti: sono confermati gli investimenti di Hines, a cominciare dal rifacimento di un simbolo di Milano, la Torre Velasca. Nonostante la crisi, la città resta dinamica, intraprendente, unica in Italia. E continuerà a essere, comunque, attrattiva.

I cantieri e i grandi investimenti pubblici e privati

 Investimenti privati. E strategia di intervento pubbliche.

«Il Piano Quartieri prevede investimenti per 1,6 miliardi di progetti. E proprio nelle periferie e negli ex scali ferroviari è l’ora di nuove case per tutti», sostiene Pierfrancesco Maran, assessore all’Urbanistica, responsabile di un Piano di governo del territorio, che, a lungo discusso con le categorie produttive, gli abitanti dei quartieri, le istituzioni locali e le persone del mondo dell’università e della cultura, traccia le direttrici della metropoli per i prossimi vent’anni. Vale la pena esserci, in questa metropoli d’Europa, che come stimolo allo sviluppo guarda anche alle Olimpiadi invernali del 2026, insieme a Cortina. Una città aperta al mondo e dunque solidale e inclusiva. D’altronde, senza questa sua doppia anima, non sarebbe più la Milano di grande respiro e lungo periodo, ma un effimero spazio urbano modaiolo, privo d’interesse strategico.

La crisi sanitaria, che ha infranto sicumere e disvelato fragilità, può fare da acceleratore per un modo migliore di pensare Milano.

Un simbolo della nuova stagione? Ecco Mind, il Milano Innovation District, la città della scienza che sta cominciando a sorgere sull’area ex Expo. E la Casa dei Ricercatori su progetto dello studio milanese Piuarch, presentato proprio nei giorni caldi della crisi, il 3 aprile (21). «Fare presto, tagliare la burocrazia, aprire i cantieri il prima possibile. Non ci possiamo permettere tempi lunghi», insiste Marco Simoni, presidente della Fondazione Human Technopole, pensando al rapido utilizzo dei laboratori di biochimica e biologia molecolare. Aggiunge Iain Mattaj, lo scienziato che dirige Human Technopole: «Per affrontare la crisi sanitaria globale bisogna agevolare la condivisione dei dati e la collaborazione tra istituti. Il nuovo edificio rappresenterà il cuore dell’attività scientifica di Human Technopole, il luogo di formazione della prossima generazione di ricercatori. Ricerca e innovazione sono le fondamenta del nostro futuro. E mai come in questo periodo ne siamo consapevoli» (22).

Come si può raccontare, allora, Milano? Per esempio, guardandola nelle relazioni evidenti nel raggio di cento chilometri: Brescia e Bergamo con l’industria che, alla vigilia della crisi del Covid-19, valeva un terzo del Pil nazionale; Monza, la Brianza e Lodi dense di manifattura competitiva; e poi Como, Varese e Lecco, Pavia e Piacenza, Novara e, poco più in là, Ivrea e Torino. Un concentrato di territori industriali innervati da imprese innovative e servizi hi tech, centri di ricerca, università di alto livello, iniziative culturali di respiro internazionale. Motore di sviluppo per tutta Italia, con proiezioni internazionali. Motore da far ripartire, anche trasformandone alcune caratteristiche, alcune condizioni di alimentazione.

Milano con lo sguardo largo: spingendosi oltre la linea del Po, e superando appena quel raggio, ecco Parma, Modena e Bologna, la «via Emilia» delle «multinazionali tascabili» che ha macinato record manifatturieri perfino maggiori di quelli lombardi. Verso nord, c’è il passaggio del Brennero che porta in Austria e Germania. A oriente, ecco le ex piccole imprese diventate medie e competitive, da Verona a Padova e Treviso, per continuare tra Pordenone e il Friuli in direzione della Mitteleuropa. Milano, insomma, baricentro di un’Italia molto europea e contemporaneamente mediterranea, una delle zone più dinamiche e produttive della Ue.

Nel 2025, secondo una ricerca McKinsey & Company dell’autunno 2019, in 600 città globali il 66 per cento della popolazione del mondo produrrà due terzi del Pil mondiale. E se la competizione internazionale non è più tra nazioni, ma tra grandi aree metropolitane ricche di connessioni, tra «sistemi territoriali integrati», la «grande Milano», una metropoli da oltre tre milioni di abitanti, con la sua rete di relazioni e di flussi di persone, idee e affari «nel raggio di cento chilometri», nella ripartenza dell’economia e con le modifiche necessarie per una nuova e migliore stagione di globalizzazione (ne abbiamo parlato nei primi capitoli) ha tutte le caratteristiche per giocare un ruolo di primo piano. Anche in termini di smart city, di economia circolare e civile, di quel Green New Deal caro anche alla Commissione Ue e adesso ancor più d’attualità. Vediamo alcuni numeri, allora, ricavati dall’Osservatorio Milano promosso dal Comune e da Assolombarda, arrivato alla fine del 2019 alla sua terza edizione: 244 indicatori, con dati elaborati da autorevoli istituti coordinati dal Centro Studi di Assolombarda, per parlare di imprese e lavoro, risparmio, sanità, scuola, sicurezza, condizioni sociali, cultura, istruzione ecc. Un ritratto attendibile della città, costruito su numeri raccolti con competenza e ben analizzati, un’esperienza preziosa proprio in tempi di chiacchiere a vanvera, opinioni prive di riscontri da parte di personalità con ruoli di governo, conoscenza disprezzata, valori scientifici esposti al dileggio di demagoghi ignoranti (lavorare sui dati è un esercizio essenziale per difendere i valori della democrazia).

I punti di forza per ripartire in meglio

Che cosa dicono questi dati? A Milano la crescita del Pil tra il 2014 e il 2018 è stata del 9,7 per cento, il doppio del 4,6 per cento nazionale. 49mila euro di Pil pro capite, contro i 26mila della media nazionale. Un buon risultato, al cui interno ci sono però crescenti squilibri sociali: il 9 per cento della popolazione milanese detiene più di un terzo della ricchezza complessiva. Milano sa fare soldi, ma la distribuzione dei redditi va corretta, molto riequilibrata. Il Comune, ben governato dal sindaco Sala, punta da tempo su un piano di investimenti sociali nelle periferie. E un altro attore sociale fondamentale, la Curia, insiste sulla necessità di coniugare crescita economica e solidarietà, come s’è sempre fatto, peraltro, nella storia di Milano:

«Benedetta sei tu Milano, per i multicolori volti della tua gente, perché dai voce a quelli che non hanno voce e vieni in soccorso a quelli che non hanno soccorso», sostiene l’arcivescovo Mario Delpini, promotore d’uno stretto dialogo tra forze economiche e sociali nel segno dell’inclusione e della responsabilità.

Ancora dati. Milano sede di 4.600 delle 14mila multinazionali presenti in Italia. Milano trentesima al mondo per investimenti esteri nel settore immobiliare (13 miliardi, quelli previsti nell’arco di un decennio, stimolati dal dinamismo imprenditoriale e sociale di una metropoli di respiro europeo). Milano e il 32 per cento dei brevetti italiani e il 27 per cento della ricerca scientifica più citata a livello globale. Milano e i 200mila studenti universitari che arrivano da tutta Italia e, per un buon 10 per cento, anche dall’estero. Milano e una spesa in servizi sociali da parte dell’amministrazione locale che sale, tra il 2016 e il 2018, dai 409 ai 414 milioni. Milano intraprendente e «con il cuore in mano».

Milano cardine del cosiddetto nuovo triangolo industriale, tra Lombardia, Emilia e Nord Est, con un Pil di 782 miliardi di euro, al sesto posto di un’immaginaria classifica tra i Paesi Ue (prima di Paesi Bassi, Svezia, Polonia, Belgio e Austria), in testa all’elenco delle regioni più ricche e industrializzate (l’Ile de France, la Renania-Westfalia, la Baviera o la Londra allargata; dati Fondazione Edison). E ancora: un nuovo triangolo industriale quarto per valore aggiunto manifatturiero, guardando ai Paesi Ue e primo rispetto alle regioni concorrenti e comunque sempre nelle posizioni di testa per export.

Un’«economia di agglomerazione», che attrae nuove risorse finanziarie e umane proprio lì dove si sono già concentrate risorse. Competitività e sostenibilità, in una mescolanza certamente imperfetta, ma comunque dinamica. Uno straordinario motore economico, appunto. Ora inceppato. A rischio, in tutta la sua fragilità. E che già alla fine del 2019 aveva cominciato a risentire delle conseguenze dei gravi problemi internazionali, dalla crisi mondiale dell’automotive agli effetti della «guerra dei dazi» scatenata dagli Usa di Trump contro la Cina ma anche contro la Ue. Milano non ha mai amato vantarsi dei propri primati.

Ma s’è considerata come un attore sociale ed economico al servizio dello sviluppo europeo dell’Italia. Non pensa affatto di essere una «città-Stato» secondo il paradigma caro al politologo Parag Khanna. Né vuole rischiare di venire percepita come antipatica, arrogante, afflitta da un narcisistico complesso autoreferenziale. Tutt’altro.

Milano allo specchio, tra ironia e storie noir

Milano è consapevole. E ironica, con quel filo di malinconia ereditata da una sapiente letteratura, dalle pagine di Carlo Emilio Gadda anche nella rilettura affettuosa di Alberto Arbasino (23) a quelle di Gianni Brera e Gianni Mura, sapido impasto di sport, letteratura e vita civile. Pagine. E palcoscenico, dalle esibizioni di Nanni Svampa alle notti passate nel corso del tempo al Derby Club e adesso raccontate da Giulio D’Antona in Milano, storia comica d’una città tragica (24): era un tempio del jazz (vi suonarono Chet Baker e John Coltrane) diventato poi scuola di generazioni di attori comici, da Enzo Jannacci, «un genio musicale e comico», a Cochi e Renato, per continuare con Teo Teocoli, Massimo Boldi, Diego Abatantuono, Giorgio Faletti, Paolo Rossi, i Gufi e tanti altri. Tra gli spettatori, c’erano commendatori e politici, gangster e belle signore. E un gioco continuo di battute tra palcoscenico e sala. Lo Zelig ne aveva raccolto l’eredità, lanciando Gianni Bisio, Aldo Giovanni e Giacomo, Lella Costa e Gino e Michele. La tv ha amplificato e reso popolare tutto. Allegria, creatività, ironia. Anche questo, è Milano. Un’umanità densa, a prova di crisi.

Si sorride. E non ci si nasconde, appunto, che tra grattacieli, settimane della moda e del design e periferie benestanti, è cresciuta anche un’anima nera, violenta, criminale, con cui fare i conti. Lo dicono da tempo le cronache dei giornali, attente alla presenza inquinante della ’ndrangheta. Lo testimoniano, con straordinaria forza di analisi e racconto, i libri noir di scrittori attentissimi alla notte del cuore milanese e alle sue droghe, Alessandro Robecchi con i poliziotti che sentono su di sé il dolore delle vittime dei delitti su cui indagano, e Sandrone Dazieri con il suo personaggio Gorilla schizofrenico, Gianni Biondillo e Piero Colaprico, tanto per fare solo alcuni nomi, tutti ben consapevoli della lezione, ancora attualissima, delle pagine di Giorgio Scerbanenco. Milano è molto di più e di peggio di una pur attraente vetrina di successi.

Le ombre, dunque. Ma anche le luci. Di quel che si fa di buono a Milano.

Senza presunzione, per Milano è meglio qualificarsi, ancora una volta, come metropoli complessa e contraddittoria, carica di contrasti e contemporaneamente di opportunità, difficile e comunque attrattiva, aperta, curiosa, intraprendente, ben disposta verso le novità economiche e la solidarietà. Una «piattaforma» utile perché tutta l’Italia, a partire dal Sud, entri nel mondo globale, un fattore «di traino solidale», per usare le parole di Carlo Bonomi, ex presidente di Assolombarda e adesso presidente di Confindustria.

Verso Milano ci sono state, nel recente passato, invidie, polemiche superficiali (Milano che drena risorse da tutta Italia e non restituisce nulla), contrapposizioni prive di riscontri in dati e progetti reali. Testimonianze di un clima sociale che nulla ha di buono e a cui vale la pena continuare a rispondere come Milano e la Lombardia fanno da tempo: definendo – anche in tempi di crisi, pandemia, recessione e disagio – iniziative fondate sui legami essenziali tra Nord e Sud. Milano città aperta, raccordo tra l’Europa continentale e il Mediterraneo, con l’impresa innovativa come forza motrice.

I paradigmi positivi non mancano: gli investimenti nell’avionica d’avanguardia di General Electric a Cameri (Novara), a Milano e nel Sud, a Brindisi e a Pomigliano, stabilimenti considerati un’eccellenza internazionale dalla stella holding Usa; i programmi di Microsoft e Apple a Napoli; la fitta rete di relazioni d’affari tra la Puglia, la Basilicata e la Lombardia per la meccatronica e i servizi digitali. A Milano, città densa di energie meridionali, è sempre stato chiaro che lo sviluppo del Paese deve saper tenere conto degli equilibri e delle esigenze del Sud. E nel Sud non bisogna cedere a pensieri provinciali, nostalgie neoborboniche o populismi d’accatto. Milano-Italia, appunto, come suggeriva il nome di una delle migliori trasmissioni Rai degli anni Novanta (quando la Rai, ben governata, aveva molto più chiara di adesso la sua responsabilità di servizio pubblico).

Ecco il punto. Milano, la Lombardia, il nuovo triangolo industriale non possono stare a lungo fermi. Semmai, nel rimettersi in movimento, devono saper esprimere progetti ambiziosi di cambiamento e un’attenzione responsabile per i temi della sicurezza, della salute, dell’ambiente. L’orizzonte: il contesto degli interessi e dei valori dell’Italia europea. Una strategia politica e civile di lungo respiro, produttiva e solidale.

Milano è stata frenetica, ipercinetica, dinamica, produttivistica, irrequieta, ambiziosa, scalpitante. Vedere gente, fare cose, bruciare il tempo. La pandemia e la recessione hanno costretto anche Milano e i milanesi a un atto di consapevolezza, di umiltà. Anche Milano è fragile. Ed è utile saperlo. Magari ripetendosi il vecchio motto latino, festina lente, una sorta di ossimoro che lo storico Svetonio attribuiva all’imperatore Augusto: affrettati lentamente. D’altronde, lo diceva già il milanesissimo don Lisander Manzoni: «Adelante, con juicio» (25).

Note

1 Carlo Castellaneta, Milanesi si diventa, Milano, Mondadori 1991.

2 Leonardo Sinisgalli, Furor mathematicus, Roma, Urbinati, 1944, e adesso Milano, Mondadori, 2019.

3 Giuseppe Lupo, Gli anni del nostro incanto, Venezia, Marsilio, 2017.

4 Elio Vittorini, Le città del mondo, Torino, Einaudi, 1969.

5 la Repubblica, 4 aprile 2020.

6 Giulia Zonca, La Stampa, 4 aprile 2020.

7 la Repubblica, 14 marzo 2020.

8 Alberto Rollo, Un’educazione milanese. Il romanzo di una città e di una generazione, San Cesario di Lecce, Manni 2017.

9 la Repubblica, 20 febbraio 2020.

10 Che tempo che fa, Rai 1, 22 marzo 2020.

11  Genio&Impresa, webmagazine Assolombarda, 2 aprile 2020.

12 Bloomberg, 4 aprile 2020.

13 Alessia Gallione, la Repubblica, 11 aprile 2020.

14 Vittorio Zincone, Sette – Corriere della Sera, 27 marzo 2020.

15 Maurizio Molinari, La Stampa, 30 marzo 2020.

16 Andrea Sanesi, Corriere della Sera, 26 aprile 2020.

17 Antonio Monda, La Stampa, 11 marzo 2020.

18 Federica Cavadini, Corriere della Sera, 4 maggio 2020.

19 Francesco Olivo, La Stampa, 21 aprile 2020.

20 La Stampa, 2 aprile 2020.

21 Alessia Gallione, la Repubblica, 4 aprile 2020.

22 Maurizio Giannattasio, Corriere della Sera, 4 aprile 2020.  23 Alberto Arbasino, L’ ingegnere in blu, Milano, Adelphi, 2008. 24 Giulio D’Antona, Milano, storia comica d’una città tragica: i club, la malavita, il cabaret e la televisione, Milano, Bompiani, 2020.

25 Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Milano, Signorelli Editore,1963.

(continua in libreria…)

L’APPUNTAMENTO – Antonio Calabrò presenterà Oltre la fragilità al Festival Il libro possibile di Polignano a Mare il 10 luglio alle 20.30, in un dialogo con Carlo Cottarelli.

The post Il futuro di Milano dopo il virus: un capitolo da “Oltre la fragilità”, nuovo libro di Antonio Calabrò appeared first on Il Libraio.

Fonte: www.illibraio.it