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Il tabù della nudità da Adamo ed Eva a The Naked Athena

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Nudi e crudi

Quando ero bambina, ero appassionata di sederi: solo l’idea, del sedere, mi faceva morire dal ridere. Avevo una cartolina, una di quelle cartoline spiritose e un po’ grevi che per qualche ragione si vendevano nelle località di mare – spero si vendano ancora, ma non le ho più viste – su cui erano disegnati, su due righe simmetriche, dei bellissimi sederi che interpretavano giochi di parole non proprio raffinati. Ricordo in particolare “ma-cul-ato”, che era animalier; e “fan-culo”, in muratura, rappresentato ancora in corso d’opera, con calce e cazzuola.

A dire il vero li ricordo tutti, compreso il “cul-turista” e il “cul-bacco” (licenza poetica con cappello di pelo); e il bello, o forse il brutto, è che pensando oggi a quella cartolina che da qualche parte conservo, mi viene ancora da ridere.

Risale, credo, alla stessa fase della mia infanzia un altro ricordo che sempre associo al tema della nudità. Al cinema all’aperto, d’estate, andammo a vedere Il Mostro di Benigni, film che avrebbe segnato la mia maturazione culturale ispirandomi una curiosità morbosa per il mistero del mostro di Firenze – ma questa è un’altra storia. Quella sera, al cinema all’aperto, verso l’inizio del film, durante uno sketch in cui Benigni deve spostare dei manichini nudi e lo fa con una goffaggine tale da generare equivoci sulle sue possibili inclinazioni di maniaco, successe che mi ritrovai per tutto il tempo una mano sugli occhi perché non stava bene che la bambina vedesse cose del genere. Effettivamente il film, che io amo e trovo molto divertente, è piuttosto perturbante; e lo è quella scena, che suscita lo smarrimento angoscioso che Freud nel suo saggio del 1919 chiama appunto das Uneimlich (il Perturbante) facendo riferimento a un altro caso di agalmatofilia, ovvero di morbosa attrazione per le statue antropomorfe, e cioè l’innamoramento di Nathaniel, protagonista dell’Uomo della sabbia di E. T. A. Hoffmann, per una ragazza che in realtà è un automa.

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Ma quella sera, io che non sapevo chi fosse Freud e non sapevo chi fosse Hoffmann e men che meno avevo idea dell’esistenza di parole come agalmatofilia o perturbante, cosa sentii, in quella mano sugli occhi? Una curiosità spaventosa di vedere; e se la mano che – a dire il vero anche un po’ per scherzo – me lo impediva, si fosse sollevata, qualsiasi cosa avessi visto mi sarebbe rimasta meno impressa della curiosità che mi spingeva a immaginarmi chissà che. Sarei rimasta delusa, probabilmente, del fatto che si trattasse solo di una gag con dei manichini nudi.

Qual è la morale di tutta questa storia? Ovviamente non c’è, e anzi, preferirei provare a parlare di nudità da una prospettiva francamente libera da morali e moralismi. Non è facile, ovviamente, come ogni volta che si ha a che fare con un tabù; ma è liberatorio provare a farlo.

Che quello del nudo sia un tabù a tutti gli effetti è un dato di fatto. Per averne le prove basta tornare alla primissima comparsa della nudità, diciamo pure la sua prima scoperta: quella che tocca ad Adamo ed Eva. I quali se ne stavano beatamente nudi com’erano stati creati, nel giardino dell’Eden, e finché le cose andarono bene non si resero minimamente conto di essere in déshabillé: sarebbe stato difficile, del resto, dato che non possedevano nemmeno alla lontana il concetto dell’abbigliamento. Ma dopo l’atto di disobbedienza che li condanna alla conoscenza del bene e del male, a rinunciare a molti dolci privilegi e, in sostanza, a diventare davvero il primo uomo e la prima donna – perché solo nel momento in cui perdono l’immunità al dolore, Adamo ed Eva si fanno davvero umaniil primo sintomo del mutamento di condizione è proprio la scoperta della nudità: “Allora si apersero gli occhi ad ambedue, e s’accorsero ch’erano ignudi; e cucirono delle foglie di fico, e se ne fecero delle cinture”.

Nudi, per la verità, lo erano anche prima: nudi, è il caso di dire, come Dio li ha fatti. Solo che prima non conoscevano la vergogna, e quindi se ne rimanevano tranquillamente biotti, proprio come fanno gli animali, che non si sognerebbero certo di coprirsi con foglie di fico, men che meno con le pelli di qualche loro simile. La scoperta della nudità e quella della vergogna sono un tutt’uno con la metamorfosi (o caduta, se preferite) di Adamo ed Eva in esseri umani. E quelle prime confezioni di moda – cinture di foglie di fico – furono un punto di non ritorno; se abbiamo continuato a venire al mondo nudi (o “come mamma ci ha fatti”: le perifrasi linguistiche non si smentiscono mai, nella loro missione di tenere traccia dei tabù, e sulla nudità poi si scatenano fino a chiamare “pudenda” o “vergogne” i genitali), difficilmente nudi il mondo lo percorreremo, a meno che quella della nudità sia una scelta cosciente, che è spesso una scelta polemica, fricchettona o comunque anticonformista, come nella Freikörperkultur (FKK), il movimento naturista nato nella Germania di fine Ottocento dall’eredità romantica di un’idea di armonia perfetta fra uomo e natura, che si impegna a escludere il tema della vergogna dal discorso sulla nudità.

Tommaso Ariemma saggio L’Occidente messo a nudo

Ma, di fatto, nella percezione comune l’idea del nudo si situa alla confluenza fra due correnti che la strattonano in direzioni opposte, ma si rivelano – come ha messo bene in luce il filosofo Tommaso Ariemma nel suo saggio L’Occidente messo a nudo (uscito qualche mese fa per Luca Sossella editore) – connesse in una tensione dialettica che le mantiene appaiate: da un lato, l’estetica seduttiva e normativa della perfezione, dall’altro quella della vergogna e della degradazione.

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“Si tratta – mi spiega Ariemma – di una dialettica che va messa in discussione e, alla fine, abolita perché ha istituito una gerarchia tra le forme di vita, gerarchia non solo estetica, ma soprattutto politica. Non esiste una gerarchia né tra le forme viventi né tra gli stili di vita. E quando questa viene istituita hanno luogo disuguaglianze e soprusi. Molto spesso tutto ha inizio con un’elezione. Il nudo rinascimentale, ad esempio, è il risultato di una teoria dell’electio. L’alto e il basso stringono da sempre una segreta alleanza. L’uno crea l’altro. Una forma eletta del nudo ha confinato l’eccedente nella mancanza e nella miseria. Ma non è affatto così. Nessuno sa cosa può un corpo nudo.”

portland

La foto della donna nuda di Portland raccontata dal Post 

È vero: mentre parliamo, non posso non pensare all’immagine della cosiddetta Naked Athena, la donna che a Portland, in Oregon, seduta per terra sull’asfalto, completamente nuda, ha spalancato le gambe davanti alle forze dell’ordine impegnate nella repressione delle proteste antirazziste. La fotografia che la ritrae, di schiena – e quindi mostrando la potenza del suo gesto solo di riflesso, solo attraverso la reazione degli spettatori che le stanno di fronte – ha fatto molto parlare. Si tratta di un’immagine in cui il nudo non ha nessuna valenza seduttiva, e nemmeno di degradazione: è un nudo politico, come mi conferma Ariemma. “Si tratta – mi dice – di un esercizio della nudità che sfugge agli estremi del nudo della tradizione artistica e della nudità dell’inerme. È una nudità politica che sottolinea una forza della nudità non riconducibile alla vulnerabilità. Se c’è una forza ancestrale nell’essere umano è senza dubbio quella di farsi carico del fatto di essere nudi. Così comincia il nostro primo rivolgerci al mondo. Un essere rivolti che può subito diventare un essere rivolta“.

Il tema della nudità, in questo senso, rivela un’importanza cruciale anche nella costituzione dello sguardo che rivolgiamo al mondo. E non è certo una novità: vedendo il gesto della donna di Portland, in molti abbiamo pensato (anche se, come mi dice molto bene Ariemma, “ogni nudo e ogni messa a nudo sono differenti tra loro. Mi piace pensare alla parola ‘nudità’ come a una parola irriducibilmente plurale”) a un episodio del mito. Un episodio in cui un nudo femminile – esibito esattamente come nel gesto della Naked Athena, per cui esiste uno specifico verbo nel greco antico, anasyromai, che significa “tirarsi su la veste” – assume addirittura il senso cruciale di consentire la vita del mondo, passando attraverso l’atto liberatorio di una risata. Quando Demetra, la dea delle messi, è disperata per il rapimento di Persefone, sua figlia, che quel prepotente di Ade ha trascinato con sé nel regno dei morti, il mondo sembra destinato a rinsecchirsi, gli uomini e tutti gli animali a estinguersi: il dolore di Demetra infatti paralizza le stagioni, e nulla matura più; tutto si intirizzisce in un’immobilità funerea. Fino a quando non arriva Baubò, divinità panciuta e molto arcaica, che risale al filone di miti legati alla Grande Madre; Baubò, che sa bene quanto possa essere salvifico l’osceno, si tira su la veste e mostra a Demetra i genitali. E Demetra, benché disperata, ride; e con la sua risata, il mondo torna a fiorire. Il potere del nudo, dell’osceno, dello sguaiato e della risata, non ha limiti.

“La filosofia – conclude Ariemma – dovrebbe occuparsi sempre di più della nudità perché essa porta con sé l’immenso campo dell’esposizione. Questo significa che siamo nudi, cioè esposti, in un modo sempre nuovo a qualsiasi cosa. Oggi raccontarsi sui social o guardare fino allo sfinimento delle serie tv non è forse un modo di mettersi a nudo o essere esposti? E tutto quanto sta avvenendo e avverrà a partire dal post-Covid, non riguarda forse, ancora una volta, il nostro continuo contagiare e essere contagiati dal mondo?”

Ilaria Gaspari - foto di Giuseppe di Piazza

Ilaria Gaspari nella foto di Giuseppe di Piazza

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ha poi pubblicato Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno) e Lezioni di felicità. Esercizi filosofici per il buon uso della vita (Einaudi).

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Fonte: www.illibraio.it