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“Io ti cercherò”: Massimo Bavastro racconta il romanzo nato parallelamente alla serie di Rai1

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Un pomeriggio di un anno e mezzo fa, al cospetto di una vasca con idromassaggio piazzata vicino al letto di una camera di motel, mi sono voltato verso l’uomo che avevo accanto e gli ho chiesto “che c’entra questa vasca da bordello con un amore puro?”.

L’uomo ha scosso la testa. Io ho segnato sul taccuino “motel, idromassaggio”, e lui ha posato di nuovo le dita sul mouse, ricominciando a scorrere “avanti veloce” le immagini della serie che stava montando.

La serie, Io ti cercherò, racconta di un ex poliziotto che indaga sulla morte del figlio, con il quale ha chiuso i rapporti da anni. A mano a mano che procede nell’indagine si riavvicina a lui, gli pare di iniziare a comprenderlo davvero, e riscopre un lancinante e tardivo senso di paternità.

Avevo scritto la sceneggiatura con Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Monica Rametta, con il desiderio di scandagliare il tema dei rapporti tra genitori e figli: una ferita aperta, ma anche un’ineguagliabile occasione di crescita. Io ti cercherò (in libreria per Longanesi, ndr) è in effetti un racconto di formazione: paradossale e straziante, visto che è proprio la morte del figlio a “resuscitare” Valerio, il protagonista, a innescare il suo cambiamento.

Mi ero staccato da quella storia a malincuore – anzi: me n’ero staccato solo in apparenza, consegnando a regista e attori la sceneggiatura. I personaggi in realtà continuavano a chiamare: c’era da scavare ancora, con loro – alla fine è questo che mi interessa, sempre: andare a stanare gli uomini nella loro verità più profonda, qualunque sia la storia che racconto, anche se è un noir pieno d’azione come questo.

Da questa esigenza è nato il romanzo.

Io ti cercherò

L’ho scritto negli stessi mesi in cui la troupe si spostava da una periferia all’altra di Roma per girare la serie. Sul set, le indicazioni di sceneggiatura si solidificavano un giorno dopo l’altro in abiti, acconciature, scenari, arredi.

E un pomeriggio ho chiesto al montatore di mostrarmi non le scene, ma singoli fotogrammi.

Ne ho guardati due o trecento insieme a lui, lasciandone correre molti e soffermandomi su quelli che conducevano la mia visione in luoghi diversi da quelli che avevo immaginato.

L’acconciatura bizzarra di Lisa, il grattacielo di fronte al mare di Nettuno, il bracciolo del divano rattoppato con il nastro da imballaggio… tutto questo non era descritto in sceneggiatura, ma era insieme giusto e sorprendente. Ed era lì, non solo per suggerirmi come vestire i personaggi o per indicarmi luoghi suggestivi dove collocarli, ma anche per offrirmi spunti per arricchire una situazione, o per inventarla di sana pianta.

Nella scena della festa di Capodanno a casa di Valerio, in sceneggiatura non si faceva parola di nessun attaccapanni coperto da berretti da poliziotto. Quell’attaccapanni l’ho scorto in un frame, seminascosto dietro i corpi degli attori. Era la scelta sensata, quasi obbligata, di uno scenografo che deve arredare una casa piena di poliziotti; ma adesso, nella mia prospettiva, diventava molto di più: un elemento fortemente simbolico, attorno al quale imperniare una scena: Valerio che non smette di appendervi i berretti che cadono di continuo perché sono troppi, felice come se addobbasse l’albero di Natale. A un certo punto porta addirittura suo figlio davanti a quell’attaccapanni, quasi in contemplazione, e gli dice: “Per me, il vero albero di Natale è questo”. Non serve altro per raccontare l’intensità del suo legame con il corpo di Polizia…

Poi, verso la fine della mia giornata nella sala di montaggio, nei tre monitor da 24 pollici è apparsa la vasca. “Che c’entra questa vasca da bordello con l’amore tra Sara e Valerio?” ho chiesto al montatore, ma ovviamente lo stavo chiedendo a me stesso. L’ho appuntata sul taccuino, come tutte me immagini che mi avevano spiazzato. E alcuni giorni dopo, scrivendo la scena, anziché togliere la vasca l’ho posta al centro dell’attenzione, e ho trasmesso il mio disagio ai due amanti. “Chi siamo noi davvero?” si chiedono, di fronte a quell’oggetto che pare svilire il loro incontro.

È andata altre volte così: che un oggetto di scena controintuivo, o un’ambientazione imprevista, mi abbiano suggerito la direzione. In questo doppio passaggio, i semi della sceneggiatura, dopo essere stati fecondati dal lavoro del set, sono tornati sulla pagina del romanzo: diversi, migliori.

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Fonte: www.illibraio.it