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La battaglia per il clima in tempi di pandemia: i Fridays For Future tornano in piazza – Reportage

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Con inerzia sempre crescente, come un’onda che prenda la rincorsa verso la spiaggia, l’ecologia, la sostenibilità, il cambiamento climatico e la giustizia climatica sono stati tra gli argomenti più più discussi e popolari dal 2019 all’inizio di quest’anno, tanto da meritare a Greta Thunberg il titolo di persona dell’anno secondo il Time, con una copertina che ha fatto chiacchierare tutto il mondo, tra sostenitori e indignati.

Ci sono voluti pochi mesi perché le cose cambiassero drasticamente: la pandemia ha agito come una scogliera, infrangendo l’onda e monopolizzando l’attenzione dei media, fino a quando il coronavirus, entrato dalle vie respiratorie, non ha cominciato a uscirci dalle orecchie; inevitabilmente, non c’è conversazione privata o discorso pubblico che non si soffermi sul tema del momento, il Covid.

Nel pieno della quarantena, del distanziamento sociale e delle misure restrittive era inevitabile che le manifestazioni ecologiste subissero una battuta d’arresto, sebbene non siano mancati i tentativi di conversione degli scioperi dalla loro forma originale a quella in remoto, digitale; ma se è vero che le lezioni tenute a distanza attraverso un pc non sono la stessa cosa di quelle tenute in classe, lo stesso vale per gli scioperi, che non si traducono con altrettanta efficacia nel linguaggio digitale.

I Fridays For Future e gli attivisti di gruppi come Extinction Rebellion si sono trovati, come il resto del mondo, bloccati, nell’impossibilità di continuare le proteste collettive.

Eppure, piano piano, il movimento sta riprendendo forza, coraggio e voce: dal 5 all’11 di ottobre 2020, in Italia è stata organizzata una protesta nazionale, con il grosso dell’azione concentrata su Roma e tante piccole proteste in altre città d’Italia, come Torino e Milano, dove il 9 ottobre i Fridays For Future sono scesi in piazza per protestare contro l’utilizzo del Recovery Fund a beneficio dell’industria fossile, al grido di “Climate Justice“.

La manifestazione, lontana dai numeri e dalla partecipazione massiccia dell’anno precedente, si è distinta per il rispetto assoluto delle norme di sicurezza, garantite non solo dalle mascherine indossate all’aria aperta, ma anche dalle distanze fisiche mantenute dai manifestanti.

Le proteste, dunque, riprendono, un passo alla volta, più determinate di prima, nella consapevolezza della correlazione tra crisi climatica e pandemia globale: non è certo un segreto che le polveri sottili abbiano steso i tappeti rossi al coronavirus, rendendoci più vulnerabili e causando un incremento nel numero di morti, non a caso più elevato nelle zone dove il tasso di inquinamento è più alto; ne parla anche Valerio Rossi Albertini, fisico, ricercatore e divulgatore scientifico romano, classe ’63, nel suo nuovo libro, Un pianeta abitabile. Come salvare il mondo cambiando il nostro modo di viverlo (Longanesi), un saggio divulgativo che spiega bene, in modo chiaro e accessibile a tutti, quali sono le principali problematiche che ci troveremmo a fronteggiare se volessimo diventare una società sostenibile.

Un pianeta abitabile Valerio Rossi Albertini

E non è finita qui: già David Quammen, il noto autore di Spillover (Adelphi, traduzione di Luigi Cimalleri), aveva spiegato come la diffusione del virus abbia origine nell’invasione sconsiderata da parte dell’uomo degli spazi della natura: colonizzare il pianeta, distruggendone le aree verdi e gli ecosistemi, costringendo gli animali ad adattarsi e finendo coll’entrare a stretto contatto con diverse specie animali, aumenta considerevolmente le probabilità di riuscita dello spillover, quel fenomeno di adattamento compiuto dal virus nel salto dall’ospite animale a quello umano.

Insomma, come si diceva in primavera, con una frase che ha fatto rapidamente il giro del mondo: “We won’t return to normality, because normality was the problem”. Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema.

cambiamento climatico pandemia

Matilde: “Mi sono unita la movimento perché voglio dare il mio contributo contro il cambiamento climatico e la deforestazione. Gli alberi per ora riescono a contrastare circa il 29% delle emissioni globali di CO2, secondo i dati della James Cook University. Cerco associazioni che piantino alberi per compensare le nostre emissioni”.

Si torna, ancora una volta, a mettere in discussione il nostro stile di vita, riconosciuto responsabile, dapprima, della crisi ecologica e ora, almeno in parte, anche della pandemia; e non è la prima volta che il sistema in cui viviamo presenta un conto da pagare troppo alto per le nostre tasche: lo scriveva nel 2014 Naomi Klein, la celebre autrice di No Logo (Rizzoli, traduzione di Serena Borgo e Ester Bornetti), in Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile (Rizzoli, traduzione di Monica Bottini); nel saggio, la studiosa e attivista canadese mette a nudo il contrasto inconciliabile che oppone l’ecologia al capitalismo, dimostrando come un sistema economico basato sull’espansione perpetua del mercato e il consumo sregolato di beni e risorse non possa in alcun modo essere sostenibile per l’ambiente, per il pianeta e, quindi, neanche per chi lo abita.

E Naomi Klein non è certo l’unica sostenitrice di questa tesi: l’attivista e studiosa indiana Vandana Shiva, classe ’52, autrice de Il bene comune della Terra (Feltrinelli, traduzione di Roberta Scafi) e di Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la Terra (Feltrinelli, traduzione di Gianni Pannofino), testi in cui sottolinea come il capitalismo e la globalizzazione economica siano i principali responsabili non soltanto della crisi ecologica, ma anche di quella umanitaria.

Vandana Shiva se la prende con un sistema basato sulla prosperità di una percentuale minuscola della popolazione a spese dell’ambiente e dei suoi abitanti, secondo un modello economico che impone un costo troppo alto sia alla natura sia a gran parte della popolazione mondiale.

A ricordarci quanto non sia sostenibile la nostra alimentazione ci pensa Jonathan Safran Foer, l’autore americano di Se niente importa e Possiamo salvare il mondo, prima di cena (entrambi Guanda, traduzione di Abigail Piccininni), testi dedicati allo studio dell’impatto ambientale dell’industria alimentare e, soprattutto, dell’allevamento intensivo, responsabile di un enorme consumo di risorse e fonte di un’alta percentuale di emissioni di CO2.

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Francesca: “Sono qui perché credo che questo movimento abbia delle basi solide e le idee chiare, ma soprattutto si impegna per il nostro futuro. Siamo la generazione del domani ed è del nostro futuro che stiamo parlando”

Ma che fare? Diete vegetariane, o addirittura vegane, vestiti usati, borracce per tutti, basta voli aerei e utilizzare i mezzi pubblici, coppette mestruali, imballaggi di mais e canapa, carta riciclata e auto elettriche non sono soluzioni sufficienti finché rimangono individuali: il mito del consumatore green, ecologico e sostenibile non è altro che questo, un mito. Lo ricordava quest’estate, su Internazionale, Jaap Tielbeke, in un articolo tradotto dal giornale olandese De Groene Amsterdammer, in cui l’autore sottolineava la necessità di non fermarsi all’azione individuale, ma di sconfinare con forza in quella collettiva e politica: si tratta, scriveva, di ricordarci che non siamo soltanto consumatori, ma anche cittadini, e se riuscissimo a essere più cittadini che consumatori allora sì che potremmo fare la differenza. Dobbiamo soltanto tenere a mente che i nostri voti e le nostre proteste a livello di massa hanno molto più potere dei burger di soia.

Bisogna manifestare, direbbe l’attivista inglese Roger Hallam, poiché la disobbedienza civile è l’unico strumento a disposizione dei cittadini per costringere i governi ad agire, come ha scritto nel saggio Altrimenti siamo fottuti (Chiarelettere, traduzione di Elena Cantoni); e non è il solo a pensarla così, basti pensare al numero di manifestanti che nel corso degli anni si sono uniti alle proteste di Extinction Rebellion, il movimento di attivismo climatico fondato proprio da Hallam e Gail Bradbrook.

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Cristina: “Ci fate venire l’EcoAnsia, che è il peggior tipo di ansia, e bisogna agire subito, perché non c’è tempo da perdere”.

E infatti, piano piano, le proteste ricominciano, i Fridays For Future alzano nuovamente la testa e la voce, si fanno sentire, anche grazie allo scrittore, giornalista ed ecologista Gianfranco Mascia, l’autore di Come osate. La parola ai Fridays For Future Italia (Vallardi), un libro che raccoglie interviste e testimonianze dei giovani attivisti climatici del nostro paese, raccontando la storia del movimento e la determinazione dei suoi partecipanti, consapevoli e agguerriti, arrabbiati.

Si alzano le voci, si organizzano le proteste, si chiede un cambiamento, eppure non cambia nulla; o peggio, si vuole dare l’impressione che qualcosa stia cambiando, senza che questo accada veramente: in una sorta di green washing mentale collettivo ci siamo illusi che specchietti per le allodole come gli Accordi di Parigi segnalassero un cambiamento significativo, quando nella realtà dei fatti gli obiettivi posti erano insufficienti e, ad ogni modo, quegli accordi erano stati firmati da troppi pochi stati, che non si stanno impegnando a rispettarli. È lo stesso meccanismo attuato dal green washing e dal green marketing delle grandi aziende, che sostengono di venderci prodotti sostenibili anche se li hanno manufatti nel Sudest Asiatico, imballati in plastica e distribuiti in aereo.

Anche questa non è una novità, è un meccanismo vecchio come il cucco e spesso ci lasciamo abbindolare per semplice pigrizia, così come non è una novità affermare che i combustibili fossili e via dicendo siano un problema, un grave problema per la salute dell’ambiente e dell’essere umano.

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Aurora: “Sono vegetariana da otto anni e informandomi ho scoperto che l’allevamento intensivo è una delle principali cause di emissioni, oltre ad avere altre conseguenze negative per l’ambiente. Quindi ho deciso che essere vegetariani non basta, bisogna essere attivi politicamente e l’unico modo per farci ascoltare è essere in tanti, quindi voglio esserci”.

Ma nella lunga lista di Cose-Che-Non-Sono-Una-Novità qualcosa di diverso alla fine c’è, in questo 2020: il contesto.

Un anno fa, quando l’ecologia e il cambiamento climatico erano tra gli argomenti più gettonati sui media, nessuno avrebbe razionalmente pensato che il governo fosse disposto ad affrontare un grave trauma economico in nome della salute pubblica, nessuno poteva credere che per il bene comune fossimo disposti ad andare incontro a rischi economici di enorme portata. Poi è arrivato il virus, e abbiamo dovuto farlo.

Il dilemma posto dal riscaldamento globale non è poi così diverso da quello che ci ha posto quest’anno la pandemia di Sars-CoV-2: per contenere il numero di morti causati dal coronavirus abbiamo diminuito i ritmi di produzione, ridotto drasticamente i voli aerei, la mobilità, il traffico, abbiamo messo in crisi tutti i settori della nostra economia e abbiamo dovuto trovare i fondi per mantenerci a galla. Ex direttore del Guardian, Alan Rusbridger ha definito la pandemia una “prova generale di quello che ci aspetta con il cambiamento climatico” e ha ragione, sia nel bene sia nel male: è chiaro che rivoluzionare il nostro stile di vita per renderlo sostenibile avrebbe un impatto ancora più devastante sull’economia globale, per non parlare degli interessi monetari in gioco, ben restii a rischiare capitali in nome della causa ecologista, tanto per tornare alla lista di Cose-Che-Non-Sono-Una-Novità; è anche vero che potremmo riportare definitivamente i delfini nel bacino di San Marco, respirare aria più pulita e mangiare cibo più sano, ma rimane il fatto che per riuscirci dovremmo stravolgere il sistema economico globale, con costi altissimi sulla vita di tutti, ça va sans dire. 

Secondo gli studi dell’OMS, l’inquinamento atmosferico ucciderebbe 8 milioni di persone ogni anno, a livello globale, la pandemia, a oggi, ne ha uccise circa un milione. Si stima che le polveri sottili e l’inquinamento atmosferico mietano circa 80.000 vittime ogni singolo anno soltanto in Italia; secondo quanto riportato da Valerio Rossi Albertini in Un pianeta abitabile, solo nel 2016, in Italia, i decessi prematuri causati da biossido di azoto, ozono e polveri sottili sarebbero stati 76.200.

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Fonte: www.illibraio.it