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“La biblioteca di Parigi” di Janet Skeslien Charles: un ponte di romanzi fra Storia e cultura

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È una presenza emozionale, femminile e coinvolgente, quella che vigila sui volumi affettivi de La Biblioteca di Parigi di Janet Skeslien Charles (in contemporanea mondiale per Garzanti, traduzione di Roberta Scarabelli), difendendone gli ideali culturali dalla scure della propaganda nazista. 

“La Library è il mio rifugio”, così l’intraprendente bibliofila Odile Souchet nella sua lettera di presentazione alla prima direttrice dell’American Library of Paris (o ALP), Mrs. Dorothy Reeder: “Riesco sempre a trovare un angolo tra gli scaffali che posso definire mio, per leggere e sognare”.

Cresciuta, sin da bambina, nel più vivido incanto per la letteratura (è stata zia Caroline a iniziarla, durante l’Ora della storia, al sistema di classificazione decimale Dewey: “Dentro, ci troverai i segreti dell’universo”), Odile – che non ha paura di deludere chi, invece, la vorrebbe sposata al protégé di turno – abita la Biblioteca americana come una principessa la sua corte: e non solo per l’incantevole grazia con cui incede fra le eminenti impalcature al numero 10 di rue de l’Elysée (forse in punta di valzer, “Un-due-tre. Libri-indipendenza-felicità“) ma, più che altro, per il sentimento di appartenenza che presto sviluppa nei confronti della folta comunità di lettori, “la cosa più bella” della Cité.

E sono tanti, fra colleghi e avventori della Library, gli indimenticabili personaggi con cui la bibliotecaria intreccia, fra prestiti e schedari, la sua storia nell’ALP: su tutti, l’amato fratello Remy (che in una delle molte lettere a lei indirizzate la definisce una combattiva Jane Eyre); il misterioso poliziotto Paul (intense le pagine dei fugaci appuntamenti, fra Montemartre e il Sacré-Coeur) o, ancora, l’annoiata ereditiera Margaret (che, con Odile, stringerà una spensierata amicizia, poi tristemente condannata dalla gelosia).

Per loro, e per lo smisurato valore che la protagonista attribuisce alla sua professione – ossia quello di garantire che la conoscenza rimanga, sempre e comunque, accessibile a tutti – Odile svestirà i panni di elegante mademoiselle per indossare quelli, ben più scomodi, di appassionata resistente, lottando nella Library per garantire protezione a chiunque si sentisse diverso e avesse bisogno di un posto in cui ritrovarsi a casa.

Ecco allora, la ribelle Odile, reinterpretare l’adorata biblioteca nel proprio, personalissimo, fronte di guerra e lì, assieme ai suoi cari “amici libri” – loro, che non l’avrebbero mai tradita – partecipare con fierezza al back-office del Servizio di consegna romanzi per i soldati impegnati al fronte; incollare fogli di carta alle finestre dell’ALP, per celarne le attività ai serpentini agguati dei corvi tedeschi e, soprattutto, strenuamente opporsi, sotto la guida della nuova direttrice Clara De Chambrun, alle politiche razziali della Bibliotheksschütz nazista, aggirandone con astuzia divieti e restrizioni.

Sono forse questi i passaggi più avvincenti dell’intero romanzo: Janet Skeslien Charles, che nel raccontare le vicende de La Biblioteca di Parigi si è ispirata a fatti e personaggi realmente accaduti (per avere piena contezza di come la finzione narrativa si sia sovrapposta alla realtà storica vale la pena visitare i contenuti Behind the Book sul sito dell’autrice, dove è possibile visionare numerosi documenti attestanti l’impegno dell’ALP a sostegno della comunità ebraica, durante gli anni della seconda guerra mondiale), riesce agevolmente a virare d’atmosfera, alternando una scrittura fresca e divertente (memorabile la descrizione che la bibliotecaria fa del Signor Pryce-Jones, “una gru arzilla con un farfallino a motivo cachemire”) ai toni serrati, e ben più cupi, di una spy-story dai risvolti drammatici.

Odile, che in ottica di storytelling rappresenta un perfetto esempio di eroina classica (fragile all’aspetto come la Liesel di Storia di una ladra di libri di Markus Zusak, nella traduzione di G. M. Giughese per Frassinelli, ma resistente, in punto di diritti, quanto Janie, la paladina afroamericana del suo romanzo preferito I loro occhi guardavano Dio, dalla penna di Zora Neale Hurston) uscirà dagli anni bui dell’oscurantismo profondamente cambiata, conservando in sé il ricordo di un capitolo ormai concluso, ma talmente turbinoso da apparire più racconto che verità.

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La incontriamo fin da subito, questa nuova Odile (La Biblioteca di Parigi alterna il piano temporale degli anni presso l’ALP a quello della maturità della signora Gustafson, vedova solitaria e con un segreto mai rivelato, nella piccola cittadina di Freud, Montana): è il periodo della guerra fredda e l’enigmatica libraia, nella sua casa così simile a una biblioteca, affida alla dirimpettaia Lily (un’adolescente insicura ma sagace e ardimentosa almeno quanto lei) il più grande insegnamento che mai romanzo le avesse consegnato: “Devi trovare la tua passione“.

Titolo imprescindibile per chiunque volesse esplorare un episodio ancora poco conosciuto della letteratura della Memoria (come già L’Angelo di Monaco di Fabiano Massimi, Longanesi, o La Signora dello Zoo di Varsavia di Diane Ackerman, trad. di M. Dompè, Sperling & Kupfer), oltre a rappresentare un efficace divertissement per riscoprire, attraverso Odile, i tanti volumi ivi contenuti (l’autrice ne cita circa sessanta, da Piccole Donne di Louisa May Alcott, traduzione di Clara Rubens per Salani a Un Albero cresce a Brooklyn di Betty Smith, traduzione di Antonella Pietribiasi per Neri Pozza; da Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, traduzione di L. Lamberti per Einaudi, a Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson, traduzione di Isabella Zani per Neri Pozza), La Biblioteca di Parigi si pone, per gli amanti della letteratura, come un sentito omaggio verso la cultura e verso chi, per la cultura, è disposto a dedicare una vita. Perché nessuno può far tacere i libri. 

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Fonte: www.illibraio.it