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La casa delle nostre inquietudini

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La casa non ci difende più in questi tempi strani

Una domanda pungola la modernità, e denuncia la modernità come l’epoca della crisi permanente, della continua frattura nei confronti del passato, quella che “trae la sua ragione d’essere dal continuo superamento di ciò che l’ha preceduta” (si cita da Essere senza casa – Sulla condizione di vivere in tempi strani di Gianluca Didino, minimum fax), una domanda apicale e abissale, pubblica e privata, e all’intersezione tra pubblico e privato, di certo una domanda che ne contiene centinaia di altre; una domanda che della modernità costituisce la cifra essenziale, come un’ossessione, un cruccio o un segreto; che è il doppio fondo contenuto nelle dannazioni dei maestri del sospetto (Nietzsche, Marx, Freud, che tolsero il cielo dalla terra, la terra dagli uomini e gli uomini dagli uomini; così, per cominciarla), sedimentata nella complicità dei poeti con gli abissi, nel sangue di quelli mandati al macello e di chi c’è andato di per una buona causa, nella risata e negli specchi dei postmoderni, nella furia degli avanguardie, e su fino a noi, frattura dopo frattura dentro un solco o una faglia, ma soprattutto dentro territorio comune, domanda di chiunque per il semplice sopportare la forza del cielo o del telegiornale, “spettri in una cultura spettrale”, scrive ancora Didino, figli e nipoti di quella frattura che è anche un’accelerazione e un’intensificazione, e accelerazione e intensificazione proprio di quella domanda un rancore o un dubbio sul fondo della testa, una domanda, insomma, che nella sua forma più aderente al vero, cioè più simile a come ce la poniamo, suona circa così: ma che diavolo sta succedendo?

essere senza casa

Nessuno, naturalmente, ha una risposta. Nessuno sano di mente – e ringraziamo, dunque, i matti. O, detto diversamente, non ci sono le condizioni né per le grandi narrazioni totalizzanti che diano una spiegazione a tutto (esempio: Dio), né per le metanarrazioni, né per versioni locali e temporanee, ma condivise, di verità. I saperi, i linguaggi, le storie si specializzano in senso ipertecnico, sono mutualmente “impenetrabili” e mentre ci scambiamo modi di dire, espressioni degli esperti e opinioni correnti ci sfugge l’idea di un disegno generale o di una geometria praticabile; sfumano i confini tra realtà e finzione.

Il vero è più vero del vero ed è anche materia di fantasmi: è tutto troppo grande, troppo complesso, troppo interconnesso e troppo difficile perché in tasca non ci rimanga che lo sbigottimento, la confusione e la sensazione che qualsiasi azione difetti non solo in efficacia, ma sia del tutto insignificante (“alle feste, davanti ai cocktail, parlavamo dell’assurdità di pianificare il futuro in un mondo condannato all’apocalisse”).

Comprendere il mondo è davvero impossibile, forse, ma il senso che “qualcosa di impossibile” stia accadendo letteralmente davanti ai tuoi occhi, sfilando come scritte in sovraimpressione in calce alla tua vita quotidiana (le cose strane: intelligenza artificiale?, pandemia globale?, hacker russi?, apocalisse climatica?, veda lei) è la sensazione viscerale (lo sai, lo senti) che interroga indistinta ogni vita particolare e allude a qualcosa come una comunione.

Nella tensione tra queste due impossibilità manifeste si è consumata una larga fetta della cultura degli ultimi dieci anni, che ha provato a elaborare la forma e la sostanza di questo spaesamento, mentre il mondo da conto suo alzava le poste in gioco. Ha inventato non solo le bussole, ma anche i poli e i punti cardinali, e alla fine si è fatta temperie quantomai eterogenea.

Tutti coloro che si sono votati al presupposto di far vacillare le apparenze di un ordine naturale: i nomi sono i soliti, Timothy Morton, Mark Fisher, e poi l’accelerazionismo, il realismo speculativo, la riscoperta dei capolavori e delle riflessioni dei generi laterali al “realismo borghese”, essendo quest’ultimo incapace di dar conto delle forze invisibili che la realtà la producono.

La stessa cultura cui partecipa Gianluca Didino, che se n’è occupato per anni su diverse riviste, e ora in un saggio, Essere senza casa, che è al tempo stesso è una prospettiva sintetica su un intero un panorama culturale di cui evidenzia i contatti profondi, ne è un ulteriore tassello nelle sue proposte teoriche, è un lunghissimo tentativo di descrivere una singola sensazione composita (quella di stare al mondo, oggi) e di fornire delle “categorie, provvisorie ed esplorative, per dare un senso ai nostri tempi”.

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Didino considera, con Mark Fisher, che la stranezza del presente non abbia un “valore contingente, ma essenziale”, e non sia la manifestazione bizzarra di un tempo allucinato, ma il dato attorno al quale il resto si agita come una nebbia. Questo è vero per tutta la modernità, essendo lo strano, spiega, “un effetto collaterale della tecnica, il rimosso di un mondo di fredde geometrie e leggi immutabili”, ma è soprattutto vero oggi, o, meglio, è percepibile oggi con un grado di intensità per cui le “cose strane” sembrano proliferare a una velocità che non siamo in grado di gestire.

Un passo per volta, crisi e strappo dopo l’altro, le strutture etiche, sociali, materiali e psichiche della modernità hanno vacillato fino ad assumere una forma diversa.

Nell’ultimo paio di decenni si è consumato il passaggio all’ipermodernità: “dalle ceneri delle Torri gemelle era emersa una forma di realtà ipermediata e aumentata dal potere incontrollato del digitale”. La sua stranezza, come prima, ma più di prima, il risultato di una “corsa al futuro accelerata al punto dell’allucinazione e della distopia” ne è il contenuto essenziale.

Ma cosa comporta la “scioccante prossimità” con lo strano? Qui il cuore di Essere senza casa. Dire straniamento è sempre dire defamiliarizzazione: secondo Didino il dorso dello strano è il senso di crescente insicurezza cui è sottoposta la casa, intesa nel senso più largo possibile: come realtà materiale, metafora e dimensione psichica.

“Oggi”, scrive, “la casa non è il luogo fisico in cui viviamo, perché nel capitalismo globalizzato ogni luogo è un non-luogo e tutto cambia troppo in fretta perché sia possibile mettere radici; non è la Terra, resa aliena e inospitale dal riscaldamento globale; non è il corpo, che è solo l’oggetto imperfetto che racchiude e limita il nostro desiderio; non è l’identità, resa problematica dall’ambiguità del concetto di sé”. La casa, al contrario, si ribalta di segno: da luogo che dovrebbe essere rifugio e protezione è invece terra di contesa di forze che sfuggono al nostro controllo, sede operativa delle nostre inquietudini più profonde.

L’intuizione è feconda: già nella postfazione di The Weird and the Eerie Didino notava il “dettaglio marginale, ma non privo di interesse” che “per tornare all’homepage di k-punk bisogna cliccare sul testo Unhome“, ma leggere il weird da questa lente gli consente sopratutto un’ampiezza di sguardo per cui l’analisi dei prodotti culturali non è il fine, ma uno strumento per leggere il tempo e il mondo.

Così, una serie enorme ed eterogenea di fenomeni manifesta interferenze e connessioni: il movimento è di espansione, si va dalla realtà più concrete (la crisi abitativa in Occidente, il fenomeno migratorio globale), il terrorismo dell’Isis, la concrezione delle identità nazionali, i confini, passando per l’analisi dei prodotti culturali (dal post-horror a Lost a Curtis) fino ad abbracciare, al massimo grado di ampiezza, gli oggetti metafisici e le trame generali.

Il non sentirsi a casa nell’intero mondo, via Heidegger, Philip K. Dick e Greta Thunberg (“la nostra casa è in fiamme”), “perché questo mondo, denaturalizzato dalla scienza, fatto a pezzi dalle dinamiche del capitalismo globale, minacciato dall’apocalisse climatica e tecnologica, non è più veramente un mondo, un’unità dotata di senso e relativamente stabile nella quale possiamo vivere e costruire un futuro”. O, più vistosamente, il non sentirsi a casa nel proprio tempo, dal momento che la “frantumazione dell’unità di tempo e luogo”, generi quel senso di tempi “accumulati alla rinfusa” alla cui nostalgia paralizzante è stato dato il nome di retromania.

Questa la linea principale, ma in realtà Essere senza casa può essere letto in molti modi. Come cinque saggi su cinque argomenti, che in realtà è un saggio su un argomento e anche un centinaio di saggi su un’infinità di argomenti, cioè come un prisma o un codice nascosto. Come una collezione di punti di sutura, tra argomenti, discorsi e riflessioni, e, anche, tra generi e modi di scrittura (è, di fatto, qualcosa di simile alla theory fiction) che alla fine visto da lontano, cucitura sopra cucitura, è un corpo vivo e pulsante. Come la descrizione di un paesaggio che collassa nell’astratto, nell’immateriale. O come un reportage di guerra, e di una guerra psichica, dove il nemico non è alle porte, ma è già dentro, e colpo di scena, non per convenienza, ma per giustizia, siamo sempre stati dalla sua parte. O ancora come il manuale di uno gnostico a cui non frega nulla della natura della simulazione, ma è ossessionato da ogni meccanismo con cui i demiurghi la creano. Forse ci si può leggere anche il fatto che senza appartenenze, senza rifugi, senza una casa, tolte le finzioni che ci tengono insieme, anche noi, non siamo altro che questa dispersione.

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Fonte: www.illibraio.it