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“La casa sull’argine” di Daniela Raimondi, una saga familiare da non perdere

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Quando una carovana di gitani si ferma a Stellata, sul fiume Po, porta con sé uno scompiglio di colori e di strane usanze. Gli abitanti del borgo, poche centinaia di anime, sono impressionati e anche affascinati dall’eccentricità degli zingari. Giacomo Casadio, timido e solitario, sposerà Vollca e darà origine a una stirpe di sognatori, irrequieti e passionali.

Vollca fa il suo ingresso nella famiglia Casadio con i suoi capelli neri, i sottanoni colorati, anelli e collane, piume di fagiano in testa, e con una scatola di legno bordata di argento. Dentro ci sono i suoi tarocchi, e in quelle immagini di diavoli, amanti e spade, una profezia che attraverserà due secoli di storia.

la casa sull'argine daniela raimondi

“Un’unione sbagliata… un matrimonio in seno a quella famiglia di sognatori… e una sventura enorme, una morte tragica… forse più di una, e legate a un bambino, o a una gravidanza”.

Con un cattivo presagio, con un’arca di Noè che affonda nel Po e con una storia d’amore tra un ragazzo di paese e una zingara inizia La casa sull’argine, l’esordio nella narrativa di Daniela Raimondi (Nord, la stessa casa editrice della saga-bestseller I leoni di Sicilia di Stefania Auci).

È una storia di terra, di appartenenza, di grandi viaggi che fanno ritorno, di serpenti buoni dalla pancia bianca che proteggono le fondamenta delle case, che non bisogna mai ammazzare, ma ringraziare con un po’ di latte sulla porta.

Dall’inizio dell’Ottocento fino alle contestazioni studentesche degli anni settanta, i Casadio prima e i Martiroli poi nascono con gli occhi neri dei gitani, e con gli occhi chiari dei locali. Per tutti ci sono amori e sogni da inseguire, passioni sconsiderate di cui aver paura. Perché l’immagine di Viollca è sempre presente, con le sue piume e la sua profezia: e allora tutti sanno che bisogna evitare la tragedia, fermare le unioni nefaste, i folli innamoramenti.

“Hanno ammazzato troppi serpenti buoni. È per quello che il mondo adesso gira al contrario”, sussurravano molti.

Nascono nel freddo polare di notti d’estate, i Casadio: sono garibaldini, partigiani, comunisti e missionari, sono sarte, donne in viaggio sull’oceano, coltivatrici di caffè che risalgono il Rio delle Amazzoni, sono operai che lavorano in Abissinia, si trasferiscono, emigranti per miseria, ai confini con la Svizzera. Sono sensitivi, parlano di frittelle con i propri morti, ci giocano a carte bevendo liquore, leggono Galileo e calcolano la grandezza del Paradiso; corrono tra sciami di api emanando profumi, riempiono le pareti di colori, draghi e tramonti; si innamorano grazie a filtri d’amore, muoiono sul Piave, cantano l’opera in carcere, sposano novizie dai capelli rossi, sedotti da equazioni matematiche e ostinazione, sono miracolati dai santi, e condannati dalle relazioni sbagliate.

I Casadio hanno storie terribili, lutti, suicidi per troppa tristezza o troppa irruenza, e tante piccole gioie quotidiane, che concedono tregua alla loro passione, nella consapevolezza che il destino non si può fermare.

Poi ritornano, nella bella e struggente Stellata, che li attrae con la forza dei ricordi e delle radici.

È la terra dei loro morti, tra la strada e il fiume, fatta di nebbia, acqua scura e ribelle: lì cercano tesori sepolti nel fango, pescano pesci gatto, ascoltano i racconti dei vecchi, e sognano, perché sono solo i sogni che tengono in vita la gente.

Daniela Raimondi pervade di magia le pagine di una narrazione corale, che è storica e sociale ma insieme profondamente privata.

Emergono soprattutto le donne in questa saga, sentimentali e testarde, capaci di prendere in mano la propria vita senza arrendersi e pagare le conseguenze dei propri errori. Sono loro le vere eredi della personalità gitana della capostipite.

La casa sull’argine incanta nel dialogo continuo tra terra e spirito, in cui la realtà è tutt’uno con la fantasia e il sentimento, e la creatività diventa un salvacondotto per un dialogo con un aldilà mai così presente, contadino e autentico.

“I morti hanno più potere di chi rimane sulla Terra, molta più forza di quanta ne abbiamo noi”.

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Fonte: www.illibraio.it