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“La corona del potere”: prosegue la saga di Matteo Strukul

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Nato a Padova nel 1973, Matteo Strukul è l’autore della saga-bestseller I Medici, protagonista in tv, tradotta in più di 25 Paesi e con cui ha vinto il Premio Bancarella 2017. Strukul, autore di numerosi romanzi, torna ora in libreria sempre per Newton Compton con La corona del potere, che prosegue la saga inaugurata da Le sette dinastie.

La trama ci porta nel 1494: l’ombra di Carlo VIII si allunga come una maledizione sulla penisola italica. Intanto Ludovico il Moro ha da tempo usurpato il ducato di Milano. A Roma Rodrigo Borgia, eletto papa, alimenta un nepotismo sfrenato e colleziona amanti. Venezia osserva tutto grazie a una fitta rete di informatori, magistralmente orchestrata da Antonio Condulmer, Maestro delle Spie della Serenissima, mentre il re francese valica le Alpi e, complice l’alleanza con Ludovico il Moro, giunge con l’esercito alle porte di Firenze.

Matteo Strukul La corona del potere

Piero de’ Medici, figlio del Magnifico, lascia passare l’invasore, accettandone le condizioni umilianti e venendo in seguito bandito dalla città che si offre, ormai prostrata, ai sermoni apocalittici di Girolamo Savonarola. Mentre il papa si rinchiude a Castel Sant’Angelo, Carlo marcia su Roma con l’intento di saccheggiarla, per poi mettere a ferro e fuoco Napoli e reclamare il regno nel nome della sua casata, gli Angiò. L’inesperto Ferrandino non ha alcuna possibilità di opporsi.

In un’Italia sbranata dal “mal francese”, che dilaga come un’epidemia mortale, convivono lo splendore del Cenacolo di Leonardo da Vinci e l’orrore della battaglia di Fornovo; le passioni e la depravazione del papa più immorale della Storia e le prediche apocalittiche di un frate ferrarese che finirà bruciato sul rogo…

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

1494

  1. Legami di sangue

Regno di Napoli, castello di Squillace

Cesare l’aveva vista: gli era entrata nel sangue. Come un morbo, una lebbra che lo divorava e lo lasciava inappagato e affamato di lei, quasi non potesse più vivere se non fosse stata sua. Da quando era diventata la moglie di suo fratello, l’aveva sempre davanti agli occhi e ora smaniava per trascorrere anche un solo istante insieme a lei. Non avrebbe esitato a uccidere e torturare pur di averla. Lo aveva già fatto in passato e per ragioni meno valide.

Certo, aveva sposato Goffredo. E allora? Non era la prima volta che gli rubava una donna e inoltre non sarebbe mai venuto a saperlo e, se anche fosse accaduto, lo avrebbe accettato. E poi non aveva alcuna stima di Goffredo. Così come non ne aveva di Giovanni, l’altro fratello, per il quale suo padre, il papa, stravedeva al punto da negarne gli imperdonabili difetti.

Anzi, a dirla tutta, li odiava entrambi: Goffredo perché aveva avuto in sorte una donna tanto bella, Giovanni perché nella famiglia dei Borgia era il predestinato alla carriera militare. Nonostante fosse un vile. E un incapace.

A lui invece era toccato il cardinalato.

Non che avesse da lamentarsene: fra rendite e prebende guadagnava quarantamila ducati l’anno e il suo tenore di vita era quello d’un principe, senza contare che si era ben guardato dall’osservare le regole della castità e della carità cristiana. Giammai! Tanto più, visto che il padre, per primo, era sempre stato un uomo dagli appetiti sessuali smisurati: proprio in quei giorni aveva fatto di Giulia Farnese la sua amante. Una fanciulla diciannovenne, più giovane di lui di oltre trent’anni!

Ma Sancia d’Aragona era una visione. Senza contare che, da ogni parte, si mormorava che fosse un’amante focosa e ardente, meglio ancora, dissoluta. E in quel momento, dopo la crapula, dopo che Goffredo si era ubriacato al punto da dover essere portato a braccia nelle sue stanze, Cesare stava finalmente per avere un’occasione irripetibile.

Rise in cuor suo perché pregustava la passione che di lì a poco avrebbe vissuto.

Sancia era bella come nessun’altra. Cesare non aveva alcun dubbio in proposito. Malgrado amasse di un amore proibito e geloso sua sorella Lucrezia, dai capelli d’oro e dagli occhi azzurri come le onde del mare, doveva ammettere che la principessa di Squillace lo aveva stregato, quasi lo avesse irretito con la forza incorruttibile di un sortilegio. Quei capelli neri come il manto della notte, gli occhi allungati e profondi, colmi di lussuria, capaci di incatenare la volontà di qualsiasi uomo, e poi le labbra rosse, un vero fiore di carne, pronto a schiudersi e a promettere piaceri indicibili… tutto in lei contribuiva a creare una sensualità prorompente, irresistibile.

Cesare l’aveva fissata spudoratamente per tutto il pranzo e lei gli aveva restituito lo sguardo con un’audacia e un’aggressività licenziosa che l’avevano scosso, come se, tacitamente, gli avesse ordinato di fare quanto si accingeva a compiere.

Come un ladro, anzi peggio, come un predatore, aveva atteso il momento in cui lei si era ritirata.

Afferrò una torcia e si fece strada lungo i corridoi angusti e i saloni magnifici, gelando con il proprio sguardo chiunque osasse anche solo osservarlo.
Lui era Cesare Borgia, e non aveva bisogno di chiedere il permesso. Giunto di fronte alla porta che conduceva alle camere di Sancia non si premurò nemmeno di bussare. Entrò.
Fu accolto dalla penombra, per via della fragile luce dei candelabri, disposti in vari punti dell’ambiente. Per un istante gli parve quasi di trovarsi nella cappella di una chiesa.

Ma mentre rimaneva soggiogato da quell’atmosfera sospesa fra luce e ombra, indugiando con lo sguardo sul letto sontuoso, i cuscini, e i mobili di legno finemente intagliati, una voce, d’improvviso, parve ghermirgli il cuore.

«Dunque non avete perduto tempo, mio principe».
Cesare si guardò attorno. La voce di Sancia era roca e incantatrice. La fanciulla doveva esserne consapevole poiché, quando parlava, sembrava scandire una sorta di cantilena che non mancava di offuscare la mente del suo interlocutore. In quella voce, Cesare riconosceva le note ammalianti di una dea del mare e, proprio come tutti gli altri, si abbandonava a una sensazione di oblio che, improvvisa, calava su di lui, annullandone la volontà. Facendo appello a tutta la propria lucidità, si rese conto che Sancia aveva preparato quell’incontro fin da quando l’aveva visto quel giorno, o forse da molto prima e ora lui era completamente alla sua mercé.

La vide infine, vestita di veli neri. Si muoveva come un serpente, ancheggiando, fissandolo con occhi ai quali non sapeva opporre difese. «Vi aspettavo», continuoò lei, «sapevo che alla fine avreste trovato il coraggio di venire da me», e c’era in quelle sue parole una nota di scherno. Se una simile frase l’avesse pronunciata qualsiasi altra persona, Cesare non avrebbe esitato a mozzarle la lingua ma, nella bocca di lei, suonò come una dolce provocazione.

Rimase a guardarla, nella penombra, gustando quel momento senza fretta. Sentì il desiderio crescere dentro di sé fino a quando lei non gli si avvicinò, cominciando a spogliarlo. Godette nel percepire il tocco delle sue dita morbide e affusolate, e non riuscì a impedirsi di fremere quando la sua lingua guizzò, leccandogli le labbra e poi il petto, e poi più giù.

Fu allora che le strinse le mani attorno al collo, quindi infilò le dita nella scollatura di quella veste che pareva concepita per sedurre e annichilire gli uomini e la strappò. La stoffa sottile, quasi impalpabile, cedette con facilità ed egli si trovò a toccarle la pelle: era così liscia e vellutata. Percepì la forza prorompente delle sue curve: i fianchi rotondi, i seni perfetti, la linea deliziosa del collo, gli omeri bruni su cui depositare baci rapiti. Poi le morse le labbra e guidò la mano di lei al centro più puro del proprio desiderio, fino a quando, ormai al colmo dell’eccitazione, non la prese, mentre lei mormorava parole che Cesare non credeva avrebbe mai udito dalla bocca di una donna.

 

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Fonte: www.illibraio.it