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“La disciplina di Penelope”, il giallo a tinte grigie di Carofiglio

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La vita è un procedere per tentativi, dove ognuno cerca il proprio modo di difendersi dal dolore o dalla paura, per alcuni è la trascuratezza, il lasciarsi perdere, tra le nostalgie del passato e le poche certezze del futuro, per altri è la freddezza, il distacco che ha l’obiettivo di bloccare le emozioni. Per Penelope Spada la difesa è stagnazione, un senso di torpore dove il desiderio più grande è riuscire a dormire bene, allontanandosi dalla realtà. Gianrico Carofiglio firma un giallo nei toni del grigio, mettendo a nudo i meccanismi delle nostre più intime abdicazioni.

“Sono esperta di cose stupide. Reprimere le sensazioni di allegria o addirittura di contentezza è fra le mie specialità”.

Penelope Spada è stata messa da parte, era un pubblico ministero, poi ha sbagliato qualcosa, qualcuno l’ha voluta fregare, la verità sta nel mezzo e non ha importanza, perché Carofiglio decide di non sverlarne i dettagli, scegliendo la formula di una premessa aperta: ci si trova di fronte all’oggi di Penelope, che è fatto di caffè corretto, molto corretto, relazioni di una notte, sigarette e allenamenti. È caduta in piedi, ma ha scelto un letargo mascherato di durezza, che ha soffocato nel profondo le sue ferite, una vita che alterna accettazione e autocommiserazione, insieme a una specializzazione in sprechi.

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Senza licenza di investigatore, senza i mezzi per condurre indagini, il suo è un lavoro irregolare, con un passaparola che si fonda sulla sua reputazione. Era brava Penelope Spada, lo sa chi ha lavorato con lei, e lo sa bene anche il giornalista Zanardi, sempre in fila, sulla notizia, ed è lui che la segnala a Mario Rossi.

La moglie era stata trovata morta in un’area incolta di Rozzano, un delitto senza senso, un colpo in testa come un’esecuzione. Nessun colpevole, solo qualche sospetto su di lui, un uomo senza qualità, che si è sempre dichiarato innocente. Rossi vuole riaprire il caso, dopo più di un anno, perché non vuole che un giorno sua figlia, crescendo, scopra quella frase infamante negli atti di archiviazione, che parla di inquietanti sospetti sul marito della vittima, uno sfregio, e una vergogna che lui non accetta.

Non c’è nulla a cui aggrapparsi per iniziare una nuova indagine, che senza risorse e senza legittimazione non avrebbe motivo di esistere: Penelope conosce la realtà brutale, più passa il tempo e più questi delitti rimangono irrisolti.

Ma sulla pelle c’è il prurito, la voglia di caccia, la nostalgia. E Penelope Spada indaga.

“Quando ti comporti sempre in modo temerario non contempli la possibilità dell’errore e tantomeno la possibilità della catastrofe. È come il gioco d’azzardo, un modo per sfuggire alla sensazione insopportabile che non abbiamo il controllo delle nostre vite”.

Ne La disciplina di Penelope (Mondadori), Carofiglio fa lezione di investigazione, con una struttura che guarda alle serie tv, rifuggendone cliché e spettacolarizzazioni, per virare su una realtà più prosaica e ordinaria. Il mondo vero non è quello di Jessica Jones, che Penelope guarda nelle sue serate solitarie, ma è fatto di persone normali, di Mario Rossi qualunque, con le proprie incoerenze e precarietà.

Nella narrazione c’è una grammatica delle emozioni che emerge di continuo: Penelope, che combatte nel dedalo della sua mente, ha imparato che per superare il disagio è necessario trovargli un nome. La sua indagine è una costante attenzione agli indicatori linguistici, una mappa delle parole che serve a decifrare le insicurezze, le mezze verità e quei pensieri inafferrabili che il ricordo ha sepolto.

“«Come ha detto?»
«È una frase di Shakespeare, dal Macbeth: “date parole al dolore. Il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”.»
Assunse un’espressione pensosa, elaborava quello che aveva appena sentito. «È proprio così» disse alla fine.”

Tra tutte le accortezze di un esperto investigatore, c’è sempre un fatto che prevale: la capacità di seguire le proprie suggestioni, dando valore al pensiero magico, e al caso, accettando i colpi di fortuna con umiltà.

Sulle note di Nick Cave e dei Guns N’ Roses, Penelope si muove guidata dalle sue intuizioni in una Milano densa di drammaticità, che non concede nessun incanto, ma è fredda e indifferente, anche nei quartieri più manierati del design: è la grande città che avvolge in tutte le sfumature del grigio, dove si sopravvive per lo più, si cerca un modo di stare al mondo, come si può, gestendo le proprie paure, e accettando la propria mediocrità.

Tenere la sofferenza sotto controllo, accogliere la colpa, ammettere i propri limiti, i matrimoni imperfetti, i lavori insignificanti, le vite ordinarie: grazie a un’inedita prima persona al femminile, Gianrico Carofiglio racconta la ricerca di una personale sincronia. L’ex magistrato, autore tra gli altri di Testimone inconsapevole e de La misura del tempo, debutta nel Giallo Mondadori con un’indagine che ammette l’umanità e la fallibilità, e una protagonista tosta che si aggrappa al ricordo di antichi sapori e vecchie magie per trovare un appoggio, insieme alla possibilità di una disciplina senza vincoli e senza sottomissione.

“Se fossi stata alle regole un sacco di cose non sarebbero accadute. Molte cose pessime ma anche alcune cose buone.
Se fossi stata alle regole mi sarei dovuta preparare a una notte insonne con tutti gli annessi spiacevoli. Non ne avevo nessuna voglia”.

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Fonte: www.illibraio.it