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“La felicità degli altri”: Carmen Pellegrino scrive la sua “cognizione del dolore”

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È quasi inevitabile pensare al Borges di Elogio dell’ombra, mentre si legge La felicità degli altri (La Nave di Teseo), terzo romanzo di Carmen Pellegrino, trapunto di poesia (il titolo è un verso di Giovanni Raboni). E non perché si affronti la vecchiaia, anzi: al contrario, al centro di tutto è qui l’infanzia, coi suoi spaesamenti infiniti, la sua fragilità, il suo abbandono di fronte alla violenza del mondo adulto.

È il percorso letterario a essere un’esplorazione – e un cauto elogio – delle ombre, un viaggio nel taciuto, nel dimenticato o nel sepolto, una rendicontazione di fantasmi, in continuità con i due romanzi precedenti, Cade la terra (2015) e Se mi tornassi questa sera accanto (2017) – nel primo risuona un verso di una celebre filastrocca, il secondo è una citazione da Alfonso Gatto -: come segnalando una sorta di legame necessario fra la poesia e il perduto, non nel senso dell’elegia, ma in quello del tentativo di risvegliare ciò che almeno in apparenza più non è.

La felicità degli altri

È questo un atteggiamento indubbiamente originale e si direbbe atipico in una panorama come quello della narrativa italiana, koiné spesso chiassosa e in generale preoccupata di tutt’altro. Carmen Pellegrino punta invece da sempre a un obbiettivo difficile e forse persino inattingibile, a una letteratura focalizzata su ciò che normalmente si è finito per ignorare, e non è solo il passato.

Se Borges, benedicendo la propria vecchiaia e l’ombra che lo avvolge, dice alla fine della sua poesia “presto saprò chi sono”, la protagonista di La felicità degli altri, Clotilde/Cloe – che cambierà ancora nome nel corso della sua ricerca, come per segnare le proprie impercettibili metamorfosi – si incammina a ritroso dalla prima maturità per un attraversamento analogo, con analogo scopo, lei che appartiene al mondo dei “figli dell’aria”.

Un trauma infantile le impedisce di vivere come “gli altri”, trauma di un abbandono in parte reale in parte fantasticato, di un’infanzia minacciata, di una bambina scarificata come i figli di Giobbe o quelli di Medea, figli che nessuno piange o piangerà, e non importa se il ricordo o l’ossessione mitizzino ed equivochino almeno in parte ciò che veramente è accaduto. Traduttrice di libri per ragazzi, preda di un beve e insensato matrimonio, Cloe dovrà esplorare quel paese di ombre da cui proviene e che le si è accampato dentro (rendendolo parte protagonista di quegli “ammutoliti abitanti del buio” in cui si riconosce), insieme al bene e al male che hanno segnato i suoi primi anni; da un lato una madre forse folle, dall’altro il rifugio amorevole in una casa famiglia, la Casa dei Timidi che, però, qualcuno darà a un certo punto alle fiamme.

Non serve ora ripercorrerne analiticamente la trama, che ha la sua ragion d’essere nell’ambito di un lungo viaggio iniziatico, e passa ad esempio per una Venezia un po’ lunare in cui la protagonista incontra una sorta di padre e di doppio, il professore che insegna estetica dell’ombra, fino al ritorno alla Casa dei Timidi e soprattutto al villaggio dove ancora vive una madre più innocente di quanto si immaginasse, ma diremmo di un’innocenza feroce, magari biblica, magari, come è nelle cose della vita, insensata. “Sono nata in una casa infestata dai fantasmi. Allampanati, tignosi fantasmi da cui non si poteva fuggire” è l’incipit tagliente di un romanzo che concentra tutta la sua energia nell’essere centripeto e persino, volendo, immobile, nel quale Carmen Pellegrino scrive la sua “cognizione del dolore”, impresa ambiziosissima e piuttosto rara.

Ci racconta istinti primari, risentimento, dolore, amore anche, senza perdono, senza diremmo sublimazione che non sia quella del riconoscimento: cercando di nominarlo, di afferrarlo una volta per sempre, di viverlo finalmente, La felicità degli altri lo evoca con la metafora dell’anastilosi, ovvero quel procedimento con cui gli archeologi ricostruiscono, mettendone insieme i frammenti, un oggetti antico.

Sarà anastilosi dell’anima, e anastilosi del romanzo in quanto tale, anch’esso ombra da ridestare con un paziente e doloroso lavoro. La felicità degli altri, da un punto di vista letterario, cerca di mettere insieme i cocci della narrativa corrente. Lo fa con una lingua alta e limpida, non banalmente ricercata ma sempre attenta alla propria necessità. Cloe imparerà che i “figli dell’aria”, ovvero i “figli di nessuno”, sono “di una utilità maggiore di quel che si creda”. Come Borges, potrebbe dire: “Vivo tra forme luminose e vaghe che ancora non son tenebra”. E come forse ha imparato dal suo professor T, lasciando bene in vista le crepe.

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Fonte: www.illibraio.it