Il passato è un atto di bellezza (p. 220): chi di voi ha letto In tutto c’è stata bellezza, libro di grande successo di pubblico e critica uscito lo scorso anno per Guanda, certamente riconosce in queste parole il pensiero di Manuel Vilas. Il suo nuovo romanzo, La gioia, all’improvviso (edito sempre da Guanda con la traduzione di Bruno Arpaia), è un grande viaggio sotto forma di taccuino. Come vedremo, un viaggio nel presente e nel passato, due dimensioni profondamente osmotiche, che dimostrano come lo spazio e il tempo sappiano dilatarsi nei pensieri e sulla carta, travalicando i limiti della realtà.

Cominciamo dai viaggi reali: Manuel Vilas è spesso all’estero, perlopiù per promuovere il suo libro, e sono tanti i Paesi che attraversa, spinto da grande curiosità e apertura mentale, pur con un costante attaccamento alla sua Spagna. Chicago, Porto, Venezia, New Orleans sono solo alcune delle numerose città che lo scrittore ci fa conoscere attraverso gli incontri e i luoghi dove soggiorna. Vilas è un viaggiatore esigente, ha bisogno di trovare il giusto silenzio nelle stanze d’albergo per potersi immergere in una dimensione quasi primigenia, da utero materno. Nelle stanze d’albergo, accade qualcosa di inimmaginabile:

“Dove va il mio corpo mentre dormo nei letti degli alberghi? Discende nel mondo di coloro che non ci sono più e si siede accanto a loro, e chiacchiera con loro, e riceve l’invito a perdurare lì, a rimanere lì, in un luogo senza luce né materia?” (p. 183).

Tuttavia, Vilas è anche un uomo alla ricerca di incontri che possano aiutarlo a ricostruire il passato della sua famiglia. Spesso alle presentazioni del suo libro, al momento del firma-copie, si presentano persone che hanno conosciuto da vicino suo padre e sua madre, e che non mancano mai di raccontare qualche aneddoto in grado di aggiungere tessere al puzzle sempre in divenire della loro vita. Risulta sempre più confermata la seguente convinzione:

“L’unico modo per vivere in pace, all’età che ho io, è respirare un po’ di bellezza. Forse la bellezza che arriva dal passato, come se fosse una fede o una religione. Se lo adoriamo, se ne facciamo un oggetto di culto, come faccio io, il passato ci invia un po’ di gioia velata” (p. 328)

Ecco che in molti casi alle pagine che raccontano i viaggi reali, in giro per il mondo, senza una sequenza rigida di date (abbiamo infatti parlato per questo di taccuino anziché di diario), si avvicendano pagine dedicate al viaggio nel passato, nella sua bellezza nonché nella sua gioia:

“Il passato appare davanti ai miei occhi come un vascello fantasma, che salpa le ancore, che mi dice addio, ma non se ne va mai del tutto. È così che finisco per contemplare milioni di tempi passati di altri esseri umani che sono svaniti” (p. 35).

È il tempo in cui Manuel Vilas era essenzialmente figlio, e non ancora padre o marito. I fantasmi del passato, soprattutto i genitori, tornano in un ricordo che si fa rivificante, secondo il pensiero di Vilas, più volte ribattuto nel testo, che “se non li riporti, muoiono di più” (p. 215), con la piena consapevolezza che quella tra genitori e figli “è una storia d’amore che non finisce mai” (p. 317). Se talvolta questo attaccamento a ciò che è stato appare come una vera e propria “cancrena” da cui è impossibile liberarsi (come leggiamo a p. 314), sono più numerosi i momenti in cui invece il ricordo è un momento di pura celebrazione della gioia e della bellezza di ciò che, fissatosi nel tempo, è iconico e idealizzato.

In tal senso, spesso per Vilas conta più tornare in un luogo già noto, constatarne le differenze e lasciare che i dettagli riattivino il ricordo, anziché visitare un posto per la prima volta. L’osservazione estatica della vita e la percezione della sua bellezza non cadono mai in una ingenua contemplazione, ma tutto è un enorme covo di indizi, che permettono la perpetuazione del passato e il suo rinnovamento in un percorso di rigenerazione continua. Il presente, insomma, non è altro che eredità, e per questo occorre che sia riconoscente al passato.

In questo romanzo, tuttavia, Manuel Vilas non è solo e soprattutto figlio, come avveniva nel libro precedente: qui lo scrittore racconta anche il suo essere padre e marito in pagine che trasudano sincerità. I figli e la seconda moglie, anche loro ottimi compagni di vita, affiorano con peculiarità che li rendono persone, più che semplici personaggi vividi.

Di grande delicatezza è il resoconto del viaggio col figlio a Chicago, occasione memorabile per Vilas, meno per il ragazzo, che con i suoi vent’anni non coglie ancora il valore incommensurabile che rappresentano quei giorni insieme. Vilas prova un piacere sottile nel procurare ai figli i biglietti di viaggio per raggiungerlo, nel comprare loro quei lasciapassare per volare e prendere posto nel mondo: se, da un lato, sente di non meritare nulla e di voler spendere sempre poco per sé stesso (“La mancanza di meriti è l’unico tema della mia vita. Quando sei cosciente delle grandi mancanze di meriti per ogni bene e per ogni fortuna, capisci la generosità della vita”, p. 187), dall’altro desidera che i suoi cari si godano certi piccoli piaceri, come un viaggio in prima classe o una cena come si deve.

Non mancano accenni a tematiche molto personali (la paura della morte, una certa fragilità emotiva e psicologica vissuta nella giovinezza, il tormento di certi fantasmi,…), a cui si avvicendano considerazioni sul mondo di oggi: la politica, l’economia (e in particolare il capitalismo), la società in cui viviamo, ma anche la letteratura (con accenni a Hemingway, Proust, Lorca o Hierro, da cui l’autore ha tratto ispirazione per il titolo di questo romanzo)… E molto spesso dalle osservazioni del presente e del passato Manuel Vilas approda a frasi universalizzabili, dall’enorme portata emotiva.

Come già avvenuto nel romanzo In tutto c’è stata bellezza, anche qui lo scrittore sa bene quando alternare alla narrazione di episodi e aneddoti personali considerazioni valide per tutti, ma sempre sorprendenti per i lettori, perché figurano come vere e proprie folgorazioni. Questo rende il libro particolarmente dinamico: soggettività e universalità, narrazione e riflessione, identità reali e pseudonimi attribuiti con affetto, presente e passato sono i poli estremamente permeabili entro cui si muove la scrittura. Non c’è timore di mostrarsi per ciò che si è: “Nella vita non c’è cosa più indifesa di uno scrittore. I migliori sono i più indifesi, i più bambini. Scrivono perché hanno paura” (p. 206). Vedersi fragili e imperfetti, per poi accettare di non potersi mai conoscere fino in fondo sono solo tre dei tanti motivi per cui La gioia, all’improvviso è un’opera imperniata di vita e, al tempo stesso, è occupata a celebrare il complesso percorso dal dolore alla gioia.

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