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La malinconia lieve e seducente di Jean-Paul Dubois

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Quanto si conosce Jean-Paul Dubois in Italia? A guardare la lista dei libri disponibili in traduzione si direbbe molto poco, eppure la sua carriera, almeno in Francia, è piuttosto lunga e di successo. Il suo nome è apparso in calce a reportage pubblicati su riviste quali Le Nouvel Observateur, nei cinema dove sono stati proiettati film tratti dalle sue opere narrative, e nelle librerie dove sono apparsi almeno una ventina di libri che gli hanno procurato vari premi letterari, tra cui il Femina e il Goncourt.

Proprio l’opera premiata dal Goncourt, Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo (traduzione di Francesco Bruno) esce in questi giorni per Ponte alle Grazie.

La storia è semplice: un uomo che ha commesso un crimine di cui non sappiamo la natura divide la cella di una una prigione di Montreal con un Hell’s Angel. Qui, in attesa di espiare la sentenza e di ritornare in libertà è visitato dai fantasmi dei suoi cari, attraverso i quali ripercorre i nodi che marcano un filo che unisce l’incontro a Toulouse tra i suoi genitori, un parroco danese e una moderna donna francese, e la sua attuale solitudine nella prigione quebecchese.

Paul Hanson, così si chiama il protagonista, nel ripercorre la storia racconta le vicende di esseri umani che inseguono la libertà, una libertà che può prendere forme diverse, quella dell’abbandono alla fede o della liberazione sessuale e politica, quella fisica del poter sorvolare i grandi laghi canadesi o semplicemente quella più intima dell’amore. Questa ricerca di crescita e completamento personale, questa tensione verso una versione più pura e fedele di sé, non rimane però che un anelito. Ognuna di queste esistenze si trova infatti a un certo punto di fronte a un evento che frena lo slancio e costringe a cambiare rotta, a intraprendere un’inevitabile discesa destinata alla caduta. Perché, suggerisce il racconto di Dubois, vivere è anche fallire e perché spesso la vita è segnata da un punto di rottura che esige un cambiamento la cui direzione può essere imprevedibile.

Nel racconto di Paul si intrecciano storie e Storia, esigenze, saperi e desideri diversi.

Una linea narrativa parte dalla Danimarca, attraversa la Francia e si conclude sull’uscio della chiesa di in un paesino del Quebec. È la linea del padre, figlio di in una famiglia di pescatori danesi, che ha cercato rifugio in una fede incapace di confortarlo e che ha finito per dissolversi tra lo scambio di carte di un casinò nella speranza di risolvere problemi di cui solo l’umano è responsabile. Una linea si muove da Toulouse, dove la madre gestisce un piccolo cinema indipendente sui cui schermi si susseguono le proiezioni di film che raccontano il cambiamento dei tempi e che finisce in un appartamento di Ginevra. Una si muove da Toulouse e arriva a un condominio di Montreal, dapprima accogliente e poi “patogeno”. Una si stende su un Beaver sopra i laghi canadesi, tra la comunità algonchina e quella quebecchese, una unisce sopra un trattore le coste pacifica e atlantica del Canada.

Ognuna di queste, poi, si intreccia a suo modo con gli eventi della Storia, con le rivolte del ‘68 e quelle degli anni ‘70, con i movimenti per l’indipendenza del Quebec e l’elezione di Obama, ma anche con la storia del cinema e della cultura, dalla riflessione tra arte e politica di Godard allo scandalo liberatorio di Gola Profonda.

Ogni uomo (e le poche donne) che attraversa il libro di Dubois porta con sé una malinconia lieve e seducente, forse a tratti tragicomica, che ricorda quella di alcuni personaggi di Michael Ondaatje (penso ad esempio a Nella pelle del leone), Timothy Findley o Anne Michaels. Sono personaggi immersi nel loro tempo, attraversati da desideri e sofferenze su cui non hanno che un minimo controllo, perché la vita per quanto possa essere il risultato di una successione di scelte, lo è anche di un certo fatalismo e del retaggio culturale, spirituale e politico che ci si porta appresso dalla nascita. E allora si può lottare per tenere viva la fede o per immergersi nello spirito dei tempi, ma il destino, sembra indicare Paul Hanson tra un racconto e l’altro, a volte ha scritto la storia nonostante la volontà umana.

A lettura ultimata rimane la sensazione di avere attraversato un sogno, di quelli che ci colgono nel dormiveglia, nitidi e imprecisi, sogni dove mancano pezzi, dove certi dettagli sono opachi e altri si impongono allo sguardo con forza. Rimangono la tristezza dell’ineluttabile e la serenità dell’accettazione, la salsedine del mare del Nord, il fumo dei cinema d’essai francesi, gli specchi d’acqua dei laghi canadesi e l’odore stantio di brodo di pollo delle celle della prigione. Tra questi scorre il racconto ipnotizzante di Dubois/Paul, un racconto concepito e scritto in un solo mese, creato e da leggere in trance.

Due piccoli aneddoti sul libro: Dubois ha raccontato in un’intervista pubblicata su Le Monde che la storia di Paul Hanson sarebbe basata (escluso il crimine) su quella vera di un conoscente che lavorava in un condominio di Montreal e che questi gliela avrebbe raccontata nel corso di due telefonate durate due giorni interi. La stesura del romanzo, invece, avrebbe richiesto 31 giorni perché lo scrittore, di prassi, è solito dedicare un solo mese, quello di marzo, alla scrittura dei suoi romanzi.

Per un mese Jean-Paul Dubois si è immerso nella storia di Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo. Con disciplina si è abbandonato ai personaggi usciti dalla sua immaginazione e ha lasciato che guidassero la penna fino al momento della libertà. Di fronte a ciò è inevitabile chiedersi dove si trovi il limite tra finzione e realtà e se la bellezza del racconto non stia anche nel fatto che in un certo senso il romanzo è anche il racconto di come nasce un racconto: nell’attesa disciplinata, visitati da fantasmi.

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Fonte: www.illibraio.it