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La natura selvaggia raccontata dalle donne

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La natura selvaggia da secoli affascina scrittori e pensatori e ha influenzato la scrittura di classici come Il richiamo della foresta e Zanna Bianca di Jack London o Walden ovvero Vita nei boschi di Thoreau. 

Lo stesso muoversi verso la natura selvaggia e, di conseguenza, l’allontanamento dal capitalismo, hanno influenzato la stessa generazione Beat. Una vita on the road celebrata da Jack Kerouac in Sulla strada. E rivisitata negli anni Novanta da Chris McCandless, la cui storia è stata ricostruita dal libro Nelle terre estreme (Corbaccio), poi diventato anche un film: Into the Wild.

Quelli citati sono solo alcuni esempi – tra i più celebri, ormai veri e propri riferimenti nella cultura mainstream – dell’anelare verso la natura selvaggia dell’uomo contemporaneo, soffocato dalla società mossa dal capitale.

E le donne come si inseriscono nella narrazione della natura selvaggia? Vivono anch’esse il desiderio di conquistare lo status di outcast e vivere al di fuori della società, immerse nella natura selvaggia?

La “usano” per raggiungere uno scopo più alto, la conoscenza di sé, come racconta ad esempio Cheryl Strayed nel celebre memoir Wild – diventato anche un film – e basato sui mesi in cui la scrittrice ha percorso oltre 1.500 chilometri del Pacific Crest Trail in solitaria, per ritrovare se stessa dopo il divorzio.

La natura può anche essere un modo per tornare alle proprie origini, come nel caso della scrittrice Amy Liptrot, che Nelle isole estreme (Guanda, traduzione di Stefania De Franco) racconta il suo ritorno alle isole Orcadi dopo dieci anni costellati da fallimenti a Londra.

Se invece “una ragazza rifugge dalla società moderna e scompare nelle terre selvagge andando a caccia e nutrendosi di animali di piccola taglia e piante selvatiche è considerata ‘inquietante’”. Questa lucida risposta è offerta da Abi Andrews (classe ’93, originaria delle Midlands britanniche) nel suo romanzo Donna vuol dire natura selvaggia (Atlantide, traduzione di Clara Nubile). Al centro del libro le vicende di Erin, una ragazza di diciannove anni che decide di partire, via mare, dal Regno Unito, per raggiungere la wilderness in Alaska.

Donna vuol dire natura selvaggia

Tra le sue tappe Islanda, Groenlandia e Canada, dove incontra uomini e donne che trasformano la sua esperienza in un vero e proprio pellegrinaggio verso una nuova idea di sé ma, soprattutto, verso un’inaspettata comunione con la natura.

Il viaggio di Erin è costellato di eventi che la spingono a scavare a fondo dentro di sé per scardinare i pregiudizi della società in cui è cresciuta e che le permettono di scovare le ipocrisie di chi la circonda. Il suo percorso le permette inoltre di svelare come il patriarcato e il capitalismo permeino il concetto stresso della natura selvaggia, anelata dai “grandi” uomini celebrati da lettori e non solo. Una natura “da conquistare” e imbrigliare, persino per i “montanari” – come lei definisce i Chris McCandless e i Thoreau del caso.

Nel suo viaggio Erin si avvicina alla cultura di chi ha abitato le terre selvagge per millenni, Nativi e Inuit, e scopre una relazione con la natura basata sul rispetto. 

Grazie al viaggio anche la coscienza femminista di Erin cresce e la giovane donna sviluppa una visione che include ecologia, intersezionalità, antispecismo.

Donna vuol dire natura selvaggia è un viaggio non solo geografico – nonostante le sue pagine ci accompagnino tra viaggi in slitta e aurore boreali – ma anche e soprattutto un percorso di autocoscienza. Che inevitabilmente distrugge dei miti – come quello dell’uomo di montagna che sopravvive nella natura, conquistandola e soggiogandola – ma che costruisce nuove visioni, finalmente create da uno sguardo femminile.

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Fonte: www.illibraio.it