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La prigionia come forma perversa di rieducazione: Paola Barbato chiude la sua trilogia thriller

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Con Vengo a prenderti (Piemme), Paola Barbato chiude la sua trilogia thriller iniziata nel 2018 con Io so chi sei e proseguita con Zoo.

Si tratta di tre libri che possiamo leggere in sequenza o anche autonomamente, perché l’autrice ha pensato a costruire una struttura equilibrata in ogni volume, tale da renderlo indipendente dagli altri due. Al centro, la prigionia: all’inizio di Vengo a prenderti l’agente Francesco Caparzo, uomo ben lontano da essere un esatto esempio di perfezione, arriva a un vecchio capannone; al suo interno, trova una sorta di zoo privato, a dir poco terrorizzante: in undici carrozzoni da circo dismessi sono stati rinchiusi esseri umani! Alcuni di loro sono lì da sei lunghi anni, privati della libertà, dei vestiti, dell’igiene e quindi della dignità. Ci sono vittime, ma chi è sopravvissuto porta con sé un fardello inquietante, che si rivela via via nel corso del romanzo: ognuno di loro ha avuto modo di fare i conti con la propria natura più profonda, con gli istinti animali di sopravvivenza e sopraffazione, misurandosi con la violenza che la frustrazione ha saputo generare. E tutti avevano un “valido” motivo, almeno agli occhi dei rapitori, per essere rieducati, sperimentando sulla propria pelle ciò che avevano inflitto ad altri esseri umani o animali.

L’idea di fondo, infatti, non è quella di punire persone che si sono macchiate di gravi mancanze o reati veri e propri; ma di dare loro l’occasione per capire l’errore e migliorare. Si tratta di un piano complesso e rischioso, che trasforma radicalmente la vita degli stessi rapitori, costretti ad accudire gli uomini e le donne nei carrozzoni, architettando di volta in volta come disporre i carrozzoni o quali pene infliggere a chi non ha rispettato le regole. A scuotere ancora di più i presenti e i lettori, il fatto che una delle “menti” del crimine si sia confusa tra i prigionieri, facendo credere di essere capitata lì per caso. Tutto risponde a una logica, per quanto perversa, e i lettori lo scoprono via via, seguendo le parole, i ricordi e i pensieri dei sopravvissuti, tanto quanto quelli dei colpevoli. All’agente non resta che stringere le maglie di un piano intricato, per bloccare finalmente i responsabili di questo singolare zoo. Suspense e dilemmi etici rendono il romanzo non solo un thriller ben congegnato, ma anche un’occasione per riflettere. E proprio per approfondire alcuni dei temi trattati, ilLibraio.it ha intervistato l’autrice.

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Vengo a prenderti chiude la trilogia che si è aperta con Io so chi sei e con Zoo, riprendendo entrambe le storie e fornendo un’unica soluzione. Come ha lavorato a una struttura così complessa?
“È stata una bella sfida, soprattutto volendo che ogni libro potesse essere letto e goduto da solo senza sentire il bisogno degli altri. Diciamo che l’aspetto più difficile è stato proprio quello di non scrivere nessuna parte ‘a servizio’ di altre, mantenere l’equilibrio. Ho tenuto degli appunti, rigorosamente cartacei, un calendario comune a tutti e tre e una serie di informazioni che non erano fondamentali per la storia (tutte le date di nascita, ad esempio, le marche delle auto e l’anno di produzione, i nomi delle vie delle abitazioni, anche se non compaiono) ma mi consentivano di gestire ogni cosa come se fosse reale”.

Nella sua trilogia il tema della reclusione a scopo non tanto punitivo, quanto “rieducativo” (o presunto tale) è onnipresente. Ce ne vuole parlare?
“Quella della rieducazione è un’ambizione tipica dell’umanità. Dal carcere alle comunità di recupero, dalle strutture psichiatriche a quelle religiose, l’unico scopo è essere riaccolti dal gregge. Si parte dal principio che qualunque individuo sia recuperabile, senza ammettere che ci sono danni a cui non vi è rimedio e situazioni senza speranza di evoluzione che richiederebbero di essere semplicemente accettate. Il tentativo di riabilitazione, in certi casi, diventa quasi coercitivo, un secondo danno. Io mostro come questa regola, interpretata in maniera arbitraria e del tutto personale, possa portare a conseguenze mostruose, pur ottenendo in alcuni casi il risultato voluto”.

Alcune detenzioni sono state lunghissime, addirittura sei anni. Ci è parso che nel libro evidenziasse come il trauma non finisca con la detenzione, ma vada ben oltre. Tutti i suoi personaggi, in qualche modo, ne restano profondamente segnati. C’è per loro una possibile forma di conforto?
“Non per tutti. La ‘cattività’ imposta ha fatto emergere lati diversi in ciascun prigioniero. Chi ha visto uscire il peggio di sé e chi le proprie debolezze, chi un’inattesa resilienza e chi, a sorpresa, risorse che non credeva di avere. La maggior parte di loro non supererà il trauma, ciò in cui si sono evoluti dentro a quelle gabbie è un punto di partenza da cui non potranno prescindere, ma per pochi la speranza di usare quell’esperienza per farne qualcosa di buono c’è”.

In Vengo a prenderti la parola, i gesti e le emozioni sono lasciati molto spesso più ai prigionieri che ai carcerieri. Come mai questa scelta?
“Perché nella mia ottica sono tutti prigionieri, anche i carcerieri, non c’è distinzione tra gli uni e gli altri, sono solo diverse forme di prigionia, talune esteriori, altre interiori. La sola differenza è che per i prigionieri ci sono due tempi da narrare, un prima e un dopo, per i carcerieri il tempo è un unico, continuo durante”.

“Nelle settimane seguenti, non si parlò d’altro. Poi iniziarono a circolare le prime informazioni sul prossimo royalwedding e ora di maggio tutti avevano dimenticato”, leggiamo a p. 90. Non è difficile desumere il cinismo della cronaca, sempre a caccia di notizie dell’ultima ora. Lei si è ispirata talvolta alla cronaca per costruire le sue storie o creare i suoi personaggi?
“Tutto per me è fonte di ispirazione, una fila in posta, le foto sui social, la cronaca. Tutto mi attraversa e lascia tracce che con il tempo sedimentano e si trasformano nei miei romanzi. Cito di tanto in tanto fatti di cronaca reale, senza fare nomi ma rendendoli riconoscibili, perché spesso si tende a credere che i romanzi superino la fantasia, e non è purtroppo così”.

A proposito di cronaca, abbiamo vissuto anche noi una sorta di “reclusione” in questi mesi, anche se per la nostra salute. Pensa che questo periodo influenzerà la scrittura? Leggerebbe volentieri thriller ambientati in questa particolare situazione?
“Rispondendo all’ultima domanda, in termini generali, no. Credo che abbia senso sfruttare come ambientazione per una storia qualcosa che debba essere spiegato e ricordato, ma una malattia non rappresenta mai colpe, e troppe persone sono morte per pensare che sia ‘sfruttabile’. Dentro chi scrive, invece, l’influenza c’è e ci sarà, resterà come qualunque evento traumatico che si sia vissuto”.

Quali sono state le tre parole-chiave che collegherebbe a come ha vissuto questo periodo di lockdown? Ce le vuole spiegare?
Raccoglimento è la prima, perché mi sono fermata dopo mesi di corse (per motivi professionali e personali) e ho avuto il tempo di mettere insieme le idee e darmi una direzione. In questo senso è stato un privilegio. Consapevolezza è la seconda parola, perché sulla carta siamo tutti bravi a immaginare cosa faremmo in circostanze simili, mentre la paura e il senso di impotenza ci hanno presi alle spalle. So molto di più, ora, sulle mie fragilità. Densità è la terza parola, perché come in Tutto in un punto di Calvino la mia vita si è improvvisamente ristretta e concentrata tutta nello stesso posto. C’era la mia casa, il mio lavoro, la scuola delle mie tre figlie, la gestione dei miei cani, la cura di mia madre, la mia vita sociale, tutto tra le mura di casa”.

 

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Fonte: www.illibraio.it