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La serie “Lovecraft Country” e il rapporto problematico dello scrittore con la questione razziale

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A chi voglia informarsi sulla vita di H.P. Lovecraft non occorrerà più di qualche minuto, perché – dalla nascita nel 1890 alla morte nel 1937 – questi condusse un’esistenza eccezionale soltanto nella misura in cui le mancò qualsivoglia tipo di eccezionalità, se non la tenacia ossessiva con la quale egli si aggrappò a Providence, Rhode Island, la città in cui era nato e in cui sarebbe morto, e dalla quale non si allontanò quasi mai, tanto che sulla sua lapide nel cimitero di Swan Point si legge: «I am Providence», io sono Providence.

Quasi, però, abbiamo detto. È a questo quasi che possiamo guardare per avvicinarci a Lovecraft Country, la nuova serie Hbo ispirata al romanzo di Matt Ruff che debutta in questi giorni in Italia, su Sky Atlantic, e che mette a tema l’eredità di Lovecraft e il suo rapporto problematico con la questione razziale.

Facciamo un passo indietro, torniamo a quella vita priva di notizie.

Luglio 1921. Lovecraft, che da un paio di mesi appena ha perso l’amatissima, odiatissima, madre, partecipa a una convention di giornalisti amatoriali a Boston e conosce Sonia Haft Greene, di sette anni più grande. Il 3 marzo 1924 i due si sposano e Lovecraft si trasferisce a New York, in casa della moglie, all’angolo fra Clinton Street e State Street, Brooklyn.

Abituato alle abitazioni gentilizie di Providence – città originaria della sua famiglia, che vantava un dubbio passato aristocratico – e alle verdi campagne del Rhode Island che gli riportavano alla mente la fintamente avita Inghilterra, Lovecraft sviluppò presto un odio feroce nei confronti della città e dei suoi abitanti. Afroamericani, ebrei, cinesi: Lovecraft era ecumenico nella sua avversione, e viveva in un orrore profondo per quel miscuglio di razze, voci, vite.

Ossessionato dalla miscegenazione e da quella che percepiva come la lenta dissoluzione dell’integrità culturale occidentale, Lovecraft scrisse nella sua vita opere apertamente razziste, come il poema On the Creation of Niggers, ma il sospetto nei confronti di qualunque alterità – non solo razziale, ma anche sessuale, se è vero che è impossibile trovare nella sua opera un solo personaggio femminile che non abbia i connotati fiabeschi della strega divoratrice – è evidente in quasi tutte le sue opere. Valga per tutte questo esempio, la visione apocalittica di una New York ormai irriconoscibile tratta dal racconto Lui (1926), scritto al termine degli anni di Brooklyn:

Vidi […] una nera città infernale di gigantesche terrazze di pietra ed empie piramidi innalzate selvaggiamente contro la luna […] Nelle gallerie aeree sciamavano in modo ripugnante i gialli abitanti della città, con gli occhi obliqui e orridi vestiti arancioni e rossi, i quali ballavano follemente al ritmo di timpani febbrili… (Traduzione mia)

Torniamo a oggi; o quasi.

Nel 2015, il World Fantasy Award, che fino a quel momento aveva premiato i vincitori con un busto di Lovecraft, decise di sostituire le fattezze del «solitario di Providence» con la sagoma politicamente corretta di un albero stagliato contro una luna piena. Benché anche prima di questa occasione il tema del razzismo di Lovecraft avesse animato il dibattito degli appassionati di weird fiction, è da quell’anno che i toni si sono fatti aspri, violenti.

I «sostenitori» di Lovecraft si sono affrettati o a negare il suo razzismo, sostenendo che nell’ultima parte della vita l’autore si era allontanato dalle posizioni più estreme della gioventù (ciò che è vero solo in parte), o a collocarlo nel più ampio contesto della cultura ottocentesca del New England, che ne avrebbe dovuto fornire la scusante. Entrambi gli approcci, però, ignorano che, senza l’odio che provava nei confronti del mondo contemporaneo e dei suoi progressi (tema di cui ha scritto molto bene Michel Houellebecq in Contro il mondo, contro la vita), Lovecraft non sarebbe Lovecraft e non avrebbe scritto ciò che ha scritto; e rivelano un’ossessione giustificatoria che si spiega soltanto con la confusione fra uomo e artista, e con l’errore, figlio dell’idealismo romantico, su quale debba essere il valore, anche morale, dell’arte.

Su questo snodo cruciale, ancorché ispirandosi a un diverso, e più recente, fatto di cronaca, ha scritto molto bene Ivan Carozzi sul Post, ed è proprio su questo snodo che fa perno Lovecraft Country.

Là dove l’orrore lovecraftiano – che proietta la paura al di là di castelli infestati e cripte stregate, per riscoprirla nelle inflessibili leggi universali che schiacciano l’essere umano – funziona non per contraddizioni dell’ordine naturale, ma per sue estensioni, così l’orrore di Lovecraft Country non sta per esempio negli shoggoth, incubi alieni affamati di carne umana, ma nell’auto di uno sceriffo che, a passo d’uomo, segue la macchina del protagonista Atticus, un soldato afroamericano in congedo, pronto a linciarlo se non supererà il confine della contea prima del calare del sole. Come a dire: l’orrore non sta nella contraddizione della legge, ma nella sua estensione distorta.

Eppure Lovecraft Country è colmo di affetto e anche di rispetto per l’opera di Lovecraft, autentico spartiacque nella storia letteratura fantastica, la stessa di cui Atticus è così appassionato e che, all’inizio del primo episodio, difende animatamente, sostenendo che anche un ragazzo di colore – uno dei tanti possibili protagonisti che Lovecraft non avrebbe mai concepito – può trovarci il suo spazio, e sognare di mondi lontani, mostri, misteri.

La più grande autrice contemporanea di speculative fiction, N.K. Jemisin, ha spesso detto che non è possibile cancellare Lovecraft, eclissare le immortali immagini fantasmatiche che ha creato. Così, in ogni suo romanzo – ma mai come nell’ultimo, The City We Became, ancora inedito in Italia –, N.K. Jemisin se le è riprese, quelle immagini, e come Lovecraft Country le ha fatte proprie. È questo che si fa coi fantasmi, notoriamente resistenti agli esorcismi: li si afferra, ci si lotta, li si cattura. Non si può fare altrimenti.

Andrea Morstabilini aldilà

L’AUTORE E IL LIBRO – C’è una pianura immobile e silenziosa, attraversata da un fiume pigro, in cui sorge una casa inquietante e solitaria: la villa che uno scrittore ha scelto come suo ritiro, come luogo per isolarsi dal mondo e scrivere un racconto dell’orrore. Ben presto si accorge che tra i vecchi mobili, nelle stanze abitate dalla polvere, si nasconde qualcosa che si riesce distintamente a percepire, ma che rifiuta di farsi spiegare: una presenza, un’ombra, forse un fantasma. Lo scrittore viene attratto, come da una forza invisibile, verso la misteriosa soffitta, che è resa inaccessibile da un’inferriata e che inizia a ossessionarlo. Cosa nasconde il custode della villa nelle fosse che scava ogni giorno in giardino? E con chi parla la domestica mentre è assorta nel suo lavoro? Di cosa si occupa l’enigmatico istituto che ha sede nelle stanze al pianterreno?

Ambientato in una Pianura Padana gotica e oscura, dietro un velo che con uno squarcio potrebbe spalancare l’abisso nero della morte, Aldilà (Il Saggiatore) è un romanzo infestato; ma gli spiriti che ne hanno preso possesso non sono solo quelli dei defunti, evocati in raggelanti sedute medianiche, bensì anche gli spettri della grande letteratura dell’orrore: H.P. Lovecraft ed Edgar Allan Poe su tutti. Tra antiche formule annotate ai margini di pesanti volumi, riti funebri risalenti alle popolazioni galliche, simboli arcani e feticci mortiferi, Aldilà (Il Saggiatore) tenta l’esorcismo estremo: tenere a bada, rimpicciolire, forse addirittura annullare, attraverso la parola, il vuoto di senso da cui tutti siamo attanagliati. Il demone a cui per tutta la vita cerchiamo di sfuggire.

L’autore, Andrea Morstabilini (classe 1983) è editor e traduttore. Per il Saggiatore ha curato la nuova edizione di Le montagne della follia di H.P. Lovecraft (2018) e pubblicato il romanzo Il demone meridiano (2016).

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Fonte: www.illibraio.it