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“Lacci”, dal libro al film: la tenacia del non amarsi

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È il 2014 quando, per la prima volta, entriamo nella famiglia di Aldo e Vanda. Lacci, di Domenico Starnone, uscito per Einaudi, ha immediatamente un grande successo: la vivisezione di una storia di amore e disamore come un’altra, una coppia che si tradisce e si riprende, mette in luce molto di più di quello che può sembrare, e pur nella sua brevità -anzi, proprio grazie alla sua brevità- continua a risuonare nell’orecchio di chi l’ha letto come un grillo parlante. Dopo svariate traduzioni in altri Paesi, e dopo un adattamento teatrale con Silvio Orlando nel ruolo di Aldo, Lacci arriva in sala, diretto da Daniele Luchetti, a partire da una sceneggiatura a cui ha lavorato lo stesso Starnone insieme a Francesco Piccolo: è stato il primo film italiano ad aprire la Mostra del Cinema di Venezia dai tempi di Baarìa.

Lacci, locandina

Il romanzo, ambientato tra Napoli e Roma, è diviso in tre parti. La prima, epistolare, racconta il fatto: Aldo tradisce Vanda con Lidia, di cui è innamorato senza riuscire a riconoscerlo ad alta voce. Si è spostato a Roma da lei, e sta facendo carriera. Una lettera dopo l’altra, Vanda, rimasta a Napoli con i due figli piccoli, cerca di far ragionare Aldo: il suo dovere è stare dove si trova la sua famiglia, e proprio come lei ha rinunciato a ogni desiderio personale per il bene del loro piccolo nucleo anche lui deve rispettare gli accordi – non c’è un romanticismo esasperato, Vanda sottopone la propria sofferenza alla logica. Dopo l’amore, è tutto quello che rimane.

Diversi anni dopo, li ritroviamo di nuovo insieme, i figli adulti ormai responsabili di se stessi, il passato sepolto in una scatola magica la cui combinazione è conosciuta solo da Aldo; la vita di Aldo e Vanda è quella di due pensionati qualsiasi, le vacanze al mare, la compagnia del gatto, le letture in silenzio. Questa routine verrà letteralmente messa sottosopra da un evento imprevisto, che li obbligherà a riallacciare il filo con il passato.

Nella terza parte, quella che sembra quasi un intermezzo eppure non può trovarsi che alla fine, si trova la testimonianza forse più preziosa di quello che è davvero questa famiglia, nell’incontro tra i due figli cresciuti.

L’adattamento rimane aderente al testo, lasciando che sia la storia stessa a condurre le scelte di regia. Non potendo appoggiarsi al mezzo epistolare, l’inizio del film fa un passo indietro rispetto all’incipit spiazzante del romanzo (“Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie”, frase che verrà poi ripresa durante un dialogo), ed è proprio da dei passi di danza che comincia il tutto: Aldo e Vanda (Luigi Lo Cascio e Alba Rohrwacher) festeggiano il carnevale con i loro bambini, Anna e Sandro. Ballano, battono i tacchi per terra, tornano a casa attraversando le strade della Napoli degli anni ’80. Una volta arrivati a casa, arriva la confessione di Aldo, la relazione con Lidia (una studentessa di economia nel libro, qui una collega della radio), e tutto si sgretola.

Gli eventi che costellano la storia famigliare di Aldo e Vanda si ripetono lungo il film, mostrando ogni volta un’angolazione diversa, interrompendosi prima di un disvelamento per poi ricominciare appena un po’ prima, o continuare ampliando la narrazione. I colori caldi – dall’abbigliamento di Rohrwacher, all’arredamento della casa – se danno un tono alla rabbia di Vanda, contrastano con la storia raccontata. Aldo e Vanda non sono degli eroi romantici, ma due adulti che si sono fatti parecchio male e cercano ostinatamente di tenere insieme quello che è stato definito nel momento del matrimonio – un negozio giuridico, un accordo tra le parti.

Se ogni incontro di Aldo con Lidia (Linda Caridi) è reso con una messinscena luminosa e vivace, non rimangono dubbi su quanto quella felicità sia effimera, proprio perché senza quello stesso tipo di impalcatura a sostenerla. E l’impalcatura non è il matrimonio in sé, come concetto astratto, quanto il senso di colpa e il dolore che si sono instillati profondamente tra Aldo e Vanda, legandoli in modo bislacco ma definitivo. La relazione con Lidia è perfetta perché incorruttibile – per gli accordi tra di loro, per la natura mutevole del rapporto, sempre in divenire e mai identificato – e per lo stesso motivo è destinata a soccombere al richiamo molto più forte di ciò che nel tempo invece si è solidificato.

Nel romanzo è molto presente, tra le giustificazioni che si dà Aldo per il tradimento, una riflessione sul significato politico del matrimonio, sul suo essere un’istituzione obsoleta – sposato giovanissimo negli anni Sessanta, ha l’illusione di ricreare un legame libero e anarchico con Lidia, la stessa illusione che Vanda avrebbe voluto rivendicare anche per se stessa. Il film non insiste su questo tema, concentrandosi sull’ossatura di questi vincoli, sulla materia prima di cui sono fatti gli stessi lacci che tengono insieme una relazione, che sia amore o tormento.

Funziona il salto da un piano temporale all’altro, con il fluido passaggio dai fumantini Rohrwacher-Lo Cascio ai “pensionati” Laura Morante e Silvio Orlando (che torna quindi nel ruolo che già aveva interpretato a teatro). Nonostante la riconciliazione, i toni, anche nella fotografia, sono più freddi, le parole misuratissime per evitare che da una maglia troppo allargata scivoli qualcosa che non deve mostrarsi mai più. Ma il passato si rifiuta di rimanere costretto, e diversi flashback ricostruiscono le parti della storia che il primo tempo aveva apparentemente tralasciato. Cala così di tono l’atto finale, lasciato a Giovanna Mezzogiorno e Adriano Giannini nel ruolo di Anna e Sandro – curiosamente, nel romanzo il figlio maggiore è Sandro, mentre il film sceglie di rendere ancora più centrale il personaggio di Anna, addossandole fin da subito le responsabilità della primogenita e il compito di rimanere più ferita dall’abbandono del padre.

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Non è così strano, in realtà, che lo scioglimento lasci lo spettatore insoddisfatto: se c’è una rivelazione, ai fini della trama, quello che davvero cattura l’attenzione non è lo svolgersi dei fatti, la cronologia del dolore. Lacci, romanzo e film, è lucido e cinico nel mostrare il meccanismo puro del rapporto di una coppia sposata, oltre ogni sentimentalismo e ogni forma di eroismo. Non si resta insieme per i figli, non si resta insieme perché ci si innamora di nuovo: si resta insieme perché si fa così, e perché fare così tanto male a qualcuno è una responsabilità troppo grossa.

Quest’amarezza lascia però una piccola speranza: per ogni dolore a cui si assiste sullo schermo e sulla pagina, l’innata reazione è: per me non sarà così. E a saperle prima le cose, magari funziona davvero.

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Fonte: www.illibraio.it