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L’antirazzismo? Non a parole sui social, ma nei fatti: le sfida di Antonio Dikele Distefano

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Sin dal suo esordio nel 2015 per Mondadori con Fuori piove, dentro pure, passo a prenderti?, Antonio Dikele Distefano si è fatto notare: la sua voce unica ha fatto breccia tra tanti, giovani e meno giovani, frutto di quel bagaglio di esperienze che lo distingue da altri autori. Nato a Busto Arsizio (Varese) nel 1992 da una coppia angolana, ha raccontato tramite i suoi personaggi, e in particolare Zero, il protagonista di Non ho mai avuto la mia età (Mondadori, 2018), le difficoltà di crescere come un giovane nero nella provincia italiana.

Dopo quattro romanzi, Distefano esordisce in tv alla conduzione di Quello che è. Nuove storie italiane, format di interviste in onda da lunedì 28 settembre su laEffe (canale 135 di Sky). Raggiunto al telefono da ilLibraio.it, ha raccontato i suoi nuovi progetti televisivi (in arrivo nel 2021 la serie Zero) ed è andato a fondo dei suoi pensieri sul razzismo in Italia. 

Antonio Dikele Distefano, ma per molti lei è conosciuto solo come Dikele. E come dichiara nell’intro del programma, la parola dikele in angolano – la lingua dei suoi genitori – significa “quello che è stato”. Che rapporto ha con le sue radici – la lingua e la cultura dei suoi genitori?
“Sono in buoni rapporti. Sono sempre stato molto curioso, ho sempre cercato di capire e analizzare qualsiasi cosa. Sarebbe stato un grandissimo peccato crescere in una famiglia divisa tra due mondi e ignorarne uno. Da piccolo facevo più fatica. I ragazzini mi prendevano in giro o non capivano. Oggi per me è la possibilità di possedere una lingua in più. Conoscere il mondo di mio padre mi fa piacere, e spesso mi è d’aiuto”.

Poi, sempre nella intro del programma, spiega il motivo del titolo: “Preferisco parlare di quello che è”. Chi sono i protagonisti scelti per le puntate? Alcuni li chiamano “nuovi italiani”, ma non è una definizione che a lei piace…
“Sono molto titubante su quello che viene definito nuovo: penso sia una scusa per giustificare l’indifferenza che c’è attorno a questo tema. Se dici che qualcosa è nuovo, indirettamente stai dicendo che ancora non hai gli strumenti per poterlo gestire, non hai le conoscenze per trattarlo e stai cercando un posto dove metterlo. Io ho 28 anni, e non sono nuovo: sono 28 anni che sono qui, i miei genitori addirittura sono arrivati prima di me. L’obiettivo del programma è riuscire a raccontare vari contesti, raccontando e basta”.

Cioè?
“Non avevo voglia di sottolineare le differenze, le diversità, non me ne fregava nulla. A me interessa semplicemente parlare con queste persone del loro vissuto e mostrare a tutti che comunque c’è più normalità di quello che si pensa – certe persone sono più normali di quello che pensiamo”.

Ci può anticipare qualche incontro?
“A partire da Elodie, la cantante, che ci tiene a sottolineare che è una persona pensante. Poi Misha Sukyas che ho conosciuto in occasione del programma: è una persona molto tosta e ci tiene a farsi rispettare. Mi è piaciuto molto parlarci. Io e Medhi Meskar siamo simili: entrambi ci siamo andati a cercare la fortuna, non abbiamo atteso che arrivasse. Ce la siamo costruita e quando è arrivata abbiamo combattuto per mantenerla. Lui dalla Calabria è partito per la Francia e poi è tornato in Italia, ha una bella storia”.

Anche Espérance Hakuzwimana Ripanti sarà sua ospite: l’autrice di E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana è molto attiva sui social anche sul tema del razzismo, insieme ad altre colleghe come Igiaba Sciego, Oiza Q. Obasuyi e Djarah Kan. Com’è il razzismo in Italia?
“Bisogna fare un disegno della situazione. Viviamo in un periodo in cui molte persone si sono viste privare delle loro certezze economiche da un momento all’altro. C’è molta rabbia e delusione, e dall’altra parte abbiamo a disposizione dei megafoni potenti come i social. Le persone hanno paura che qualcun’altro li prenda ciò che credono spetti loro di diritto, perciò sono più arrabbiate. Non è vero che le persone sono più razziste oggi, ma si sentono più legittimate a dire determinate cose. Quando ero piccolo non esistevano i social, ma c’era la vergogna e c’erano dei filtri”.

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Di che tipo?
“Non mi dicevano ‘negro di merda’, oppure ‘qua non ti vogliamo’. Dicevano ‘la casa è già stata presa’, oppure ‘i parcheggi sono tutti pieni’: prima dicevano quello che oggi dicono in maniera diretta. Hanno bisogno di individuare un colpevole, che però è sbagliato. Poi alcuni mi fanno degli esempi, e mi dicono: ‘Quando arrivarono gli albanesi nel ’94 al Sud in Italia aprirono le porte a tutti’. Il contesto era diverso e tutti o quasi avevano un lavoro, pagavano il mutuo. L’Italia nei confronti dell’immigrazione non si è mai posta in maniera attiva, ma l’ha sempre vissuta come un problema… così facendo poi diventa un problema davvero”.

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Lei non si occupa solo scrittura e televisione, ma anche di musica, in particolare quella rap sul portale Essemagazine, che ha fondato. Non solo: viene spesso accostato a Ghali per la capacità di arrivare ai giovani e rappresentare le nuove generazioni multiculturali: il rapper di recente ha polemizzato sul silenzio di molti suoi colleghi rispetto all’omicidio di Willy Monteiro Duarte. Che ne pensa?
“La domanda che pongo è: ‘E adesso?’ Hai un riflettore potente e sposti la luce sopra un punto che, così facendo, diventa visibile. Poi passano le settimane e non viene più dato risalto a quel punto, ma la luce resta lì. Il modo in cui abbiamo affrontato il discorso riguardo a Willy è sbagliato. Noi non affrontiamo un tema per risolvere il problema, lo facciamo perché se non se ne parla siamo dalla parte sbagliata. Quindi, se io non dico che sono con lui e che sono incazzato, posso far intendere che questa cosa non mi faccia incazzare. Ma quando affrontiamo un tema ci dimentichiamo che parliamo di persone. Se ne parlo, poi devo fare qualcosa, devo prendere a cuore la famiglia. Il fatto che io non ne parli è molto meno pericoloso del fatto che i ragazzi accusati dell’omicidio di Willy tra tre anni potrebbero essere liberi. La battaglia più grande da vincere non è quella legata al ‘parliamone tutti se no siamo razzisti’, ma quella di fare in modo che i colpevoli siano e restino in carcere. Perciò, se oltre ad affrontare un argomento, hai anche le possibilità economiche per poter supportare la famiglia nel vincere quella battaglia, ecco, allora fallo. Se dovesse perdere, sarebbe un segnale bruttissimo: vuol dire che è possibile picchiare un ragazzo a morte per strada e uscirne impunito. Si pensi ad Aboubakar Soumahoro e a Yvan Sagnet, che parlano di diritti civili e di migranti che vengono sfruttati nei campi: non è che ne parlano e basta, sono tutti i giorni lì, dove fanno la differenza. Io non ho parlato di Willy, ma mi sono svegliato una mattina e ho donato qualcosa alla famiglia”.

E invece, nella musica?
“Nella musica non c’erano persone nere nel game (cioè nell’industria discografica rap, in gergo, ndr) che andavano negli uffici a parlare di musica, pur parlando perfettamente italiano, oppure non c’erano rapper che utilizzassero la loro lingua di origine come uno slang identificativo, mentre in Francia lo facevano da anni. Quando abbiamo iniziato a lavorare alla serie Zero non c’era un cast fatto unicamente di ragazzi neri. Non c’era un creator nero o un parrucchiere nero che potesse tagliare i capelli ai ragazzi neri. Il problema va risolto da dentro”.

E come?
“Più che parlarne bisogna fare: quando ne parli stai parlando di te stesso e dicendo che tu hai a cuore questa cosa e che sei buono. Le cito un episodio: quando si è cominciato a parlare di Black Lives Matter in Italia, quando tutti pubblicavano il post nero su Instagram di supporto alla protesta, i ragazzi della redazione (di Essemagazine, ndr) hanno iniziato a pensare a una giornata dedicata a cosa vuol dire essere neri. Io li ho stoppati”.

E perché? Cosa ha detto loro?
“Ho detto: ‘Questo è marketing, e stiamo affrontando un tema solo perché ne parlano tutti’. In realtà non stiamo affrontando un problema con la voglia di risolverlo. Abbiamo fatto di più noi negli ultimi quattro anni con un canale YouTube con un ragazzo nero che intervista delle persone…”.

Non si parla direttamente di razzismo, ma è il suo grande tema, di gran parte dei suoi romanzi e che contraddistinguerà la sua attesa serie in uscita nel 2021, Zero. Cosa dobbiamo aspettarci?
“Quello che tutti si aspettano da Zero non sarà quello che vedranno. La prima cosa che ci siamo detti in writers room era proprio che non volevamo cadere in questo tranello”.

Ci faccia un esempio.
“C’è un avvocato nero di Milano, il primo (Abdoulaye Mbodj, ndr), che in un’intervista ha detto una cosa molto bella, ovvero che da avvocato non affronterà solo temi di immigrazione. ‘Io sono un avvocato e basta’. Questa cosa è molto importante, perché la non categorizzazione deve passare anche da noi. Quello che succederà con Zero è che le persone vedranno un prodotto e guardandolo si renderanno conto che non è quello che si aspettano ed è questa la mia grande battaglia”.

Come stanno procedendo i lavori?
“Per adesso sta andando bene, la serie uscirà il prossimo anno e l’obiettivo è di creare qualcosa che desti attenzione e che possa essere motivo di orgoglio per molte persone che non ne hanno in questo paese. Il mio obiettivo è alleggerire e non appesantire, cosa che ho imparato nel tempo. Per riuscire ad affrontare certi temi bisogna passare dalla normalità e non dalla diversità, e per riuscire a cambiare le cose bisogna alleggerire”.

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Fonte: www.illibraio.it