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“Le inseparabili”: la gioia di leggere l’inedito di Simone De Beauvoir

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Come si fa a recensire un libro di Simone De Beauvoir? Come si fa, se tutti i riferimenti, i collegamenti, i parallelismi che vengono in mente, nascono proprio dalle sue stesse opere, articolandosi secondo gli snodi del suo pensiero? Forse l’unica possibilità è approcciarsi al testo con un po’ di timore reverenziale, e con la gratitudine sorpresa e inaspettata che si riserva a un’amica che si è trattenuta dopo cena più di quanto avesse promesso.

Ed è solo così che si può leggere Le inseparabili, l’atteso inedito di De Beauvoir, che esce in contemporanea in Francia e in Italia, dov’è pubblicato da Ponte alle Grazie (nella traduzione di Isabella Mattazzi). Un regalo che non ci aspettavamo e che, proprio come tutti i regali più belli, non era necessario per comprendere meglio la figura della scrittrice. Ma proprio per questo ne si può godere e basta, liberamente, senza giudicarlo o analizzarlo, ma solo chiedendosi perché mai l’autrice avesse deciso di accantonarlo e lasciarlo cadere nel dimenticatoio.

Simone De Beauvoir Le inseparabili

Sembra infatti che la decisione di non pubblicarlo fosse stata presa sotto consiglio di Jean-Paul Sartre, compagno e grande amore di De Beauvoir; ma in verità lei stessa aveva mostrato più volte una sorta reticenza (rifiuto? paura?) nell’esporsi su un tema tanto bruciante: la morte dell’amica Zaza.

Ne aveva scritto in altri libri non pubblicati, e in un passaggio – poi eliminato – del romanzo I Mandarini, che le valse il Goncourt nel 1954. La perdita di Elisabeth Lacoin, detta appunto Zaza, scomparsa a 22 anni probabilmente per un’encefalite, sconvolse talmente tanto la vita di De Beauvoir da diventare un tormento impossibile da mettere a fuoco con lucidità.

Ne conoscevamo l’essenza grazie alle numerose lettere, alle pagine di diario e, naturalmente, a Memorie d’una ragazza perbene (Einaudi, traduzione di Bruno Fonzi). E adesso, con questa novella di circa 150 pagine, ne possiamo avere una visione ancora più ravvicinata.

Il racconto ha un’impronta quasi totalmente autobiografica, filtrata naturalmente dalla letteratura. Come si legge in esergo “questa non è veramente la sua storia, ma una storia ispirata a noi“, la scrittrice si è solo preoccupata di sostituire i nomi per mascherare le vere identità dei protagonisti, ma tutti gli eventi che vengono descritti corrispondono al suo vissuto: il personaggio di Andrée rappresenta Zaza, Sylvie è la stessa Simone, mentre Pascal impersona Maurice Merlau-Ponty, l’uomo per cui Zaza si è consumata per amore.

Così, attraverso la lente della finzione, De Beauvoir riesce a ripercorre il rapporto viscerale, ambiguo e misterioso che condivideva con l’amica: fin dal primo incontro a scuola, all’età di 9 anni, quando una giovanissima Simone conosce una brunetta minuta e sprezzante, che cammina da sola, spedita e sicura come un adulto. È affascinata dai suoi modi vivaci, dal suo spirito coraggioso e singolare, pieno di personalità. Se ne innamora inevitabilmente, e in modo assoluto. Desidera starle sempre vicino, ascoltarla parlare, osservarla vivere. Ed è proprio tra i banchi dell’istituto cattolico Adeline Desire che nasce il soprannome che le unirà per sempre: “le inseparabili“.

È con questo appellativo che le altre compagne le identificano nel romanzo, ed è con lo stesso appellativo che, nella realtà, si rivolgono l’una all’altra nei loro scambi epistolari (“E tengo a lei più che mai in questo momento, caro passato, caro presente, mia cara inseparabile“), lettere che corredano il volume rendendolo ancora più prezioso, insieme a una piccola collezione di foto che ritraggono Lacoin e De Beauvoir insieme, da piccole e da ragazze (una di queste è stata scelta per la copertina).

Racconto e realtà s’intrecciano, fornendoci qualche tassello in più per comprendere la natura profonda di un legame che già aveva segnato l’immaginario letterario. Amicizia, amore, stima, sorellanza, comunione e solidarietà: Andrée/Zaza e Sylvie/Simone si amano di un sentimento che brucia fino a consumare la carne, un sentimento che non prevede possessione, gelosia o invidia, ma che anzi guarda esclusivamente al bene dell’altra in quanto donna: essere unico, indipendente e libero.

In questo e in tanti altri aspetti – come l’avversione per i ruoli imposti dalla società alto borghese e i soffocanti dogmi religiosi – è emozionante scorgere un embrione del pensiero che la scrittrice e filosofa francese, nata a Parigi nel 1908 e morta nel 1986, approfondirà e razionalizzerà nel suo saggio rivoluzionario, Il secondo sesso (Il Saggiatore, traduzione di Roberto Cantini e Mario Andreose), opera che l’ha consacrata come una delle voci più brillanti della corrente femminista, accanto a Doris LessingHanna HarendtBetty Friedan e Carla Lonzi.

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Fonte: www.illibraio.it