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Le Mille e una notte non esistono

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Le Mille e una notte non esistono. E non dico quel mondo da favola che raccontano, che è un Oriente molto spesso mai esistito, in parte prefabbricato dalle illustrazioni e dalle traduzioni occidentali, e in parte scomparso; no, dico proprio quel titolo in corsivo che non poteva mancare nella biblioteca di un aristocratico del XVIII secolo e ancora continuava a nutrire la fantasia dei Diderot, dei Vittorini, dei Manuel Puig, dei Manganelli, dei Grossman, dei Masaki Kobayashi.

La favolosa storia delle Mille e una notte

Certo, noi tutti le conosciamo, ma raramente le abbiamo lette davvero (e d’altronde, nelle edizioni più complete, si tratta di un libro più lungo della Recherche), alcune di quelle storie ci hanno accompagnato  nell’infanzia, magari nella forma di un libro per bambini sulla storia di Ali Baba con delle brutte illustrazioni, o nei film Disney di Aladdin, i cartoni animati del ciclo di Sinbad: oggi in Occidente, ha scritto Robert Irwin in un libro molto bello intitolato La favolosa storia delle Mille e una notte (Donzelli), “le Notti hanno principalmente la funzione di una sorta di magazzino di immagini e di frammenti narrativi sempre pronti a essere riciclati nei film per ragazzi”.

Eppure, raramente le leggiamo davvero: forse crediamo ancora a quella superstizione diffusa in Medio Oriente nel XIX secolo per cui tutti coloro che fossero riusciti a leggere per intero Le Mille e una notte sarebbero morti di lì a breve.

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Illustrazione del ciclo di Sinbad (1880) di Gustave Doré

Tappeti volanti, lampade, il fiume, l’onnipotente talismano che è anche uno schiavo, il genio confinato dentro il vaso, la scimmia che gioca a scacchi, il re lebbroso, la caverna che si chiama sesamo, la trama di un tappeto, i sette fratelli e i sette viaggi, i tre desideri – sono questi alcuni degli elementi che Jorge Luis Borges accumula in una poesia dal titolo Metafore delle Mille e una notte (e che sono ormai familiari al nostro immaginario): “dicono gli arabi”, così conclude il testo, “che nessuno può / leggere fino alla fine il Libro delle Notti”.

Nessuno può, per Borges, perché Le Mille e una notte sono un libro di metafore sul Tempo “che non dorme”. Ma nessuno può, anche, perché in un certo senso Le Mille e una notte non esistono: non esiste, o quasi, un’edizione completa dell’opera e non può esistere perché si tratta di un libro che si è andato formando nel tempo, con aggiunte, riprese, variazioni, falsificazioni, censure: un libro scritto e riscritto nei secoli, letto, recitato, raccontato e che non è mai stato finito di scrivere.

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da Four Tales from Arabian Nights (1948) di Marc Chagall

E alla creazione di questo libro, per continuare di paradosso in paradosso, potremmo dire che ha collaborato, in fondo, il genere umano: il nucleo originario, relativamente ridotto rispetto alla mole che l’opera ha assunto nel tempo, molto probabilmente, è di origine indiana o persiana e risale all’VIII secolo, tradotto poi in arabo con il titolo Alf layla (Le mille notti, per l’appunto). Si incorporarono, quindi, altre storie, principalmente arabe e soprattutto in Iraq, nel IX e X secolo, a cui si aggiunsero, a partire dal XIII secolo, i cicli siriani ed egiziani e contemporaneamente, man mano che nei decenni e nei secoli venivano aggiunte storie per raggiungere il numero promesso dal titolo, si rielaboravano e modernizzavano storie più antiche.

È una storia, quella della nascita delle Mille e una notte, complessa e impossibile da ricostruire, continua a espandersi, a rimandare la sua fine, proprio come fa Sherazade con i suoi racconti al sultano, con l’unica differenze che, questa volta, le storie si modificano e si aggiungono attraverso un lavoro collettivo, al quale partecipa un gruppo affatto diversificato di individui: ad Aleppo, nel XVIII secolo, era attivo un mercante dal nome di Ahmad al-Rabbat che usava affittare copie di raccolte di racconti e di poesia: quando queste copie iniziavano a mostrare i segni del tempo e dell’usura, al-Rabbat inseriva nuove pagine e talvolta nuove storie.

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Stories from the Arabian Nighst (1903) di Edmund Dulac

A testimonianza della genesi così diversificata e stratificata dell’opera c’è anche la sua particolare forma: Le Mille e una notte comprende lunghe epopee, favole morali, storie fantastiche e cosmologiche, racconti erotici, comicità scatologica, racconti mistici e religiosi, cronache di ladri e malfattori, discussioni e tantissime poesie; e anche la lunghezza varia dalle poche righe alle centinaia di pagine. E diciamolo pure: in un’opera siffatta, e stupirebbe il contrario, non tutto è riuscito: molte storie sono brutte, noiose, mediocri, rozze – ma per fortuna Le Mille e una notte non esistono e possiamo continuare a leggere soltanto quelle che ci permettono, rubo e traviso le parole di Giorgio Manganelli, di uscire continuamente “da uno scrittore a un altro, da un libro in un altro, attraverso aditi, porticine, passaggi che si cancellano appena percorsi, in una situazione estremamente fantasiosa ed irregolare”.

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The Arabian Nights (1909) di Maxfield Parrish

E questa lunga e interminabile genesi non è una vicenda soltanto orientale: fino all’epoca moderna, Le Mille e una notte in Oriente rappresentavano un’opera, ma forse è meglio dire una produzione, del tutto marginale: il suo successo è stato decretato piuttosto in Europa grazie al fiorire di numerose traduzioni (ma per più d’una si dovrebbe parlare quasi di riscritture) e una circolazione davvero fortunata: anzi, fu proprio grazie alla passione europea per queste storie che venne stampato il primo testo arabo fra il 1814 e il 1818 in India – e qualcuno è addirittura arrivato a sostenere che Le Mille e una notte, a ben vedere, sono un’opera occidentale.

Si tratta di una storia che ha inizio con i viaggi in oriente di un intellettuale francese, Antoine Galland, che a partire dal 1704 inizia a pubblicare la sua traduzione delle Notti, traduzione fortunatissima e che fa da tramite alla circolazione europea del testo (molte successive traduzioni vennero fatte a partire da Galland e non dall’arabo e ancora noi oggi leggiamo quasi come un libro autonomo la versione di Galland).

Les mille et une nuits”, scrive Robert Irwin, “hanno fatto conoscere le storie di Aladino, di Ali Baba, del Principe Ahmed le sue due sorelle al pubblico europeo. Il bello è che di nessuna queste storie c’è traccia nei manoscritti arabi superstiti che procedono la pubblicazione di Galland”. Alcune delle storie tradotte, infatti, vennero raccontate al traduttore oralmente e da questi trascritte con non poche libertà e non è mancato chi ha proposto di considerare Aladino, Ali Baba, il Principe Ahmed delle libere invenzioni di Galland, solo successivamente tradotte in arabo: “La storia della trasmissione testuale delle Notti”, continua Irwin, “è stata inquinata da falsari e compilatori di manoscritti-pastiches delle storie”.

E così si è andato formando questo libro che non esiste, con continue aggiunte, modifiche, traduzioni, correzioni, censure, riscritture, formando l’immaginario di intere generazioni attraverso una proliferazione di illustrazioni, adattamenti teatrali, videogiochi, film, riscritture, deformazioni orali e favole della buonanotte. In questo senso Le Mille e una notte sono davvero il libro della biblioteca di Babele: un labirinto di storie che si fa luogo, sì, costruito da una moltiplicazione di lingue che raccontano, ognuna, una storia diversa.

il fiore delle mille e una notte

Il Fiore delle Mille e una notte (1974) di Pier Paolo Pasolini

Qualcuno ha suggerito che il fascino delle Mille e una notte sta nel raccontare, nei fatti, di come la letteratura salvi la vita: Sherazade riesce a sopravvivere alla propria morte continuando a raccontare storie che non finiscono nell’arco di una notte (inventando, cioè, il cliffhanger, prima che Dickens gli desse un nome e le serie tv ce lo rendessero così popolare), sfruttando, cioè, il potere affabulatorio della parola con il quale riesce, alla fine, a far innamorare il sultano.

Onestamente non so se la letteratura salvi la vita, e personalmente faccio fatica a crederlo. Ma in questo luogo comune c’è forse qualcosa di vero: la possibilità, cioè, di considerare la letteratura come una pratica di resistenza, di opposizione.

Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi

In una pagina di Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi la narratrice racconta che ad affascinarla più di ogni altra cosa “nella cornice delle Mille e una notte erano i tre diversi tipi di donna che vi si trovavano descritti – tutte vittime del potere assoluto e irragionevole di un re. Prima che entri in scena Shahrazad, si dividono in due categorie: quelle che tradiscono e poi vengono uccise (la regione), e quelle che vengono uccise prima che sia loro concessa la possibilità di tradire (le vergini). A differenza di Shahrazad, queste ultime non hanno voce in capitolo, e sono perlopiù ignorate dai critici. Il loro silenzio, comunque, è significativo. Rinunciano alla verginità e alla vita senza resistere né protestare. Non esistono veramente, perché le loro morti anonime non lasciano traccia. L’infedeltà della regina non priva il re del suo potere assoluto; lo sbilancia soltanto. Tutti e due i tipi di donne – la regina e le vergini – subiscono in silenzio l’autorità del sovrano, agiscono all’interno dei suoi confini di potere e ne accettano i soprusi. Shahrazad interrompe il ciclo di violenze, scegliendo di seguire regole diverso. Incentra il proprio mondo non sulla forza fisica, come il re, ma sulla fantasia e la riflessione. Questo le dà il coraggio di rischiare la vita, e la distingue dagli altri personaggi della storia”.

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Non importa che, alla fine, a Sherazad sia salva la vita. Quel che importa è la possibilità di opporsi a un potere. Perché questo mi sembra, in fondo, Le Mille una notte: un libro sulla possibilità, un libro sulle illusioni, un libro di rispecchiamenti, di scatole cinesi, da attraversare, riscrivere e rileggere e modificare all’infinito – proprio perché non esiste. E come tutte le cose che non esistono è una possibilità.

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Fonte: www.illibraio.it