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Le parole di Francesco su omosessuali e unioni civili. Il biblista Maggi: “La Chiesa arriva sempre in ritardo”

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In queste ore fanno discutere le parole di Papa Francesco secondo cui le persone omosessuali dovrebbero essere protette dalle leggi sulle unioni civili: “Le persone omosessuali – scrive Bergoglio – hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo”.

A questo proposito, per gentile concessione dell’autore e della casa editrice, proponiamo un ampio estratto dall’ultimo libro di Alberto Maggi (biblista e assiduo collaboratore de ilLibraio.it), una delle voci della Chiesa più ascoltate da credenti e non credenti: le sue posizioni, spesso spiazzanti, fanno discutere e suonano come un pungolo a mettersi sempre in discussione.

In La verità ci rende liberi (Garzanti), una conversazione con il vaticanista di Repubblica Paolo Rodari, Maggi si racconta con sincerità. E parla anche di omosessualità nella Bibbia e nella Chiesa di ieri e di oggi.

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Nell’estate del 2013 Francesco tornando dal Brasile disse: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Queste parole sono state interpretate in vario modo. C’è chi lo ha applaudito, ma poi ha sottolineato come a questa apertura non siano seguite azioni concrete nella Chiesa in favore dell’omosessualità. Cosa voleva dire secondo te con queste parole?
Le parole di papa Francesco richiamano, per la loro somiglianza, quelle di Pietro, chiamato a giudizio a Gerusalemme per essere “entrato in casa di uomini non circoncisi”, e per avere persino mangiato con essi (At 11,3). Pietro, accusato di una sconvolgente apertura, afferma che lo Spirito Santo era disceso sui pagani proprio come in principio era disceso sui discepoli (At 11,15), e per questo dichiara “Chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11,17). È evidente che, oggi come allora, l’azione dello Spirito non segue le normative ecclesiastiche vigenti e non attende documenti per agire. Sta alla Chiesa favorire la sua azione anziché ostacolarla. Una Chiesa che ha lo Spirito è una comunità che ha a cuore non il rispetto della dottrina, ma il bene concreto delle persone, una Chiesa che non ripete stancamente quel che è stato detto, ma si apre a quel che il Cristo dice ai suoi. Una Chiesa che, nella forza e garanzia dello Spirito che “insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26), sarà sempre capace di avere nuove risposte ai nuovi bisogni degli uomini.

Il catechismo della Chiesa cattolica dice che le persone omosessuali «devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza». Nello stesso tempo dice che sono chiamate alla castità. Non è una contraddizione dire che si vuole accogliere gli omosessuali e nello stesso tempo dire loro che non possono esercitare la loro sessualità?
Su questo tema meglio lasciare da parte il Catechismo. La Chiesa, che grazie al Vangelo dovrebbe sempre anticipare e precedere la società nelle sue scelte umanitarie, è ancora in peccaminoso ritardo, barcamenandosi tra ottuso attaccamento a una dottrina ormai obsoleta, e i dati scientifici inequivocabili. Infatti nel Catechismo della Chiesa cattolica si ammette che “Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali” (art. 2358), e che  l’omosessualità “Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile” (art. 2357). Ma qui l’estensore del Catechismo, come smarrito, preferisce mettersi al sicuro, radicandosi nella Tradizione che ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale” (art. 2357). La soluzione, disumana e spietata alla quale arriva il Catechismo, è che gli omosessuali sono invitati “a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione” (art. 2358). Ma la croce nei vangeli non è mai imposta, ma sempre volontariamente accolta da quanti decidono di seguire Gesù, a prezzo del disonore e l’infamia, come il loro Maestro. Sicché la conclusione, incredibile e inaccettabile, è che “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità” (art 2359)! Ma la castità non può essere imposta! Il voto di castità è accettato dai religiosi, insieme a quello della povertà e dell’ubbidienza, ma è volontariamente e liberamente accettato, non una imposizione, e pur essendo frutto di una libera scelta la castità è impegnativa, difficile. Pertanto il Catechismo che molto benevolmente ammette che gli omosessuali non sono peccatori per la loro condizione, ma a patto che non la vivano… è come dire a una pianta che può crescere ma non puoi fiorire! Come si può imporre su persone che non hanno alcuna intenzione di vivere da celibi (perché di questo si tratta), una scelta così radicale? Pertanto sono parole vuote, al vento. E nella Chiesa bisognerebbe sempre tenere presente il severo monito di Pietro all’assemblea di Gerusalemme: “Perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un gioco che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare?” (At 15,10), parole che si rifanno al rimprovero di Gesù ai capi religiosi che “legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,4). La comunità cristiana non è quella dove alcuni impongono pesi agli altri ma, come scrive Paolo ai Galati “Portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2).

Come si fa ad accogliere una persona omosessuale se si continua a definirla nel catechismo come «intrinsecamente disordinata», a prescindere dalla sua complessa storia umana e spirituale?
È così importante conoscere l’orientamento sessuale della persona? Gesù non sembra interessato a questa tematica. I credenti hanno la grande certezza che ogni persona è una manifestazione di Dio (“E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò. Maschio e femmina li creò”, Gen 1,27), e il Signore aiuta ogni persona a realizzare in se pienamente questa immagine divina. Il suo conseguimento non dipende da chi si ama, ma da come si ama, con un amore grato e liberante, in quanto è l’amore la dinamica vitale che fa crescere e maturare la persone. La Chiesa con la rigidità della sua dottrina ha un grave peso sulla sua coscienza, e  dovrà rendere conto della sofferenza causata agli omosessuali per la sua ottusità, e per i tanti che ,non reggendo l’oppressione del senso di colpa, si sono tolti la vita. Il magistero ecclesiastico dovrà chiedere scusa per essersi arrampicato sugli specchi, senza alcuna autorizzazione da parte del Cristo, per escludere, emarginare, perseguitare persone colpevoli di amare persone dello stesso sesso.

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Perché nella Chiesa parlare di amore omosessuale fa ancora tanto problema?
Non è solo l’amore omosessuale a fare problema, ma l’amore stesso, la sessualità vissuta come gioioso piacere. Aver tradotto e interpretato il divieto contenuto nel decalogo “Non commetterai adulterio” (Es 20,14; Dt 5,18) con “Non commettere atti impuri”, è stato drammatico e ha avuto conseguenze funeste. La sessualità, già al suo nascere, alle sue prime manifestazioni adolescenziali, veniva considerata qualcosa di sporco. Tutto quel che aveva a che fare con l’area dei genitali era zona peccaminosa, pericolosa, proibita. La domanda che i confessori facevano agli adolescenti era “Ti sei toccato?”. La morale sessuale della Chiesa cattolica ha rovinato moltissimi matrimoni, l’unione sessuale tra i coniugi veniva vista come qualcosa di peccaminoso al punto che non poteva accostarsi all’eucaristia chi aveva avuto un rapporto con il proprio coniuge, se prima non si era confessato. Amare il proprio coniuge era una colpa della quale doversi accusare e scusare.

Una Chiesa che ha impiegato ben duemila anni per ammettere che nel matrimonio il principio fondamentale non è solo la procreazione, ma anche l’amore vicendevole tra i coniugi (Gaudium et spes 50), potrebbe tacere per qualche tempo su tematiche che non le competono, per le quali non ha ricevuto nessun mandato dal Cristo e sulle quali, quando è intervenuta ha prodotto solo disastri e causato tanta sofferenza.

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Gesù non dice nulla sull’omosessualità. Mentre san Paolo la condanna. Perché?
Il silenzio di Gesù su questa tematica è di profondo imbarazzo. Perché Gesù, o gli evangelisti, non ne trattano mai? Eppure la Bibbia tratta questo argomento, anche se nei tanto citati versetti del Libro del Levitico, non tratta di omosessualità. In essi viene considerato abominevole l’uomo che si corica con un uomo come si fa con una donna, ma nulla viene detto della donna che si comporta allo stesso modo (“Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole”, Lv 18,22; “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro”, Lv 20,19). La proibizione non riguarda la sfera sessuale della persona, ma quella, importantissima in quella cultura, della procreazione. Nella lingua ebraica non esisteva il vocabolo “genitori”, ma solo un padre che genera e una madre che si limita a partorire (Is 45,10). Pertanto è solo il maschio colui che ha il potere di generare. In un mondo dove vigeva l’imperativo “crescete e moltiplicatevi” (Gen 1,28), non prendere moglie veniva considerato alla stregua di un reato.

Nello stesso capitolo del Levitico dove si condanna l’unione tra maschi, si legge anche che “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l’adultero e l’adultera dovranno esser messi a morte” (Lv 20,10). Se tutto quel che è scritto nella Bibbia è espressione della volontà divina, e pertanto eterna e immutabile, non si comprende perché certi versetti siano decaduti mentre altri mantenuti; infatti mentre non sembra che questo precetto abbia frenato l’adulterio, è certo che nessuna nazione civile punisce con la morte gli adulteri. Ci si può chiedere perché questo precetto non sia più valido, e quello dell’omosessualità invece si?

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Per quel che riguarda i testi di Paolo, anche lui risente della cultura del tempo, dove non avendo la nozione di omosessualità, ovvero la normale attrazione che si può avere per una persona dello stesso sesso, si vedeva questo come un delitto. Pertanto i brani nei quali Paolo, nelle sue lettere, condanna certe depravazioni sessuali, vanno presi per quel che sono: condanna di perversioni. Sconosciuto a quel tempo il termine etero come lo era omosessuale, un uomo che si unisse con un altro uomo era semplicemente uno che deviava dalla sua natura per provare nuove emozionanti passioni. Paolo tuona infatti contro quanti hanno lasciato “il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi” (Rm 1,27), perché nella sua cultura questo era quanto le conoscenze permettevano. Ci vorranno secoli prima che fosse coniato il termine e il significato di omosessualità nel 1869, dal letterato ungherese Kertbeny (prima di allora il termine usato era sodomia, con riferimento al noto episodio narrato nel Libro della Genesi, cap. 19).

Le opinioni di Paolo in materia hanno lo stesso valore di quando afferma che, nella preghiera, “l’uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo” (1 Cor 11,7), smentendo di fatto il Libro della Genesi dove si afferma che “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). Paolo, per le sue confuse traballanti argomentazioni si rifà al concetto di “natura”, affermando, con tutta sicurezza, che è “la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere (1 Cor 11,14-15), attribuendo alla natura gli usi e costumi culturali di un determinato popolo. Sempre per sostenere le sue infondate convinzioni, Paolo, non potendo fondarle sull’insegnamento di Gesù, deve ricorrere alla Legge, al Libro della Genesi, dove viene formulata la condanna della donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ed egli ti dominerà” (Gen 3.16) e, forte del suo convincimento, prescrive che “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare, stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge. Se vogliono imparare qualche cosa interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea” (1 Cor 14,34-35), arrivando a sentenziare “Non permetto alla donna di insegnare” (1 Tm 2,11), ammettendo poi, benevolo, che anche le donne si possono salvare, ma  “partorendo figli” (1 Tm 2,15).

Ritieni che sia ammissibile il sacramento del matrimonio per gli omosessuali?
Ogni forma d’amore è già benedetta da quel Dio che è Amore. Nei secoli il matrimonio ha avuto una sua profonda trasformazione, passando da contratto tra le famiglie a sacramento per la Chiesa cattolica. Non è escluso che evolverà ancora, accettando altre forme di unione, impensabili in passato, ma divenute una realtà nel presente. Il problema è che la Chiesa arriva sempre in ritardo. Anziché essere la locomotrice dell’umanità, sembra essere l’ultimo carro, per questo fa molta fatica a comprendere i nuovi bisogni e le nuove situazioni dell’umanità, e, impaurita, rifiuta, condanna, proibisce; poi, come un lento pachiderma, alla fine arriva ad ammettere quel che prima proibiva, ma è sempre troppo tardi, e intanto l’umanità è andata avanti.

(continua in libreria…)

 

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Fonte: www.illibraio.it