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Le relazioni durante e dopo la pandemia secondo Stella Pulpo

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Sono quel genere di persona che coglie tutte le occasioni possibili per stare male. Se non ci sono, me le invento. Le costruisco nel mio cervello e le proietto sul maxi-schermo del pessimismo cosmico. Mi ci crogiolo dentro senza autocompiacimento, spinta da una forza ineluttabile al pathos, impegnata a consumare energie emotive invano (se l’ansia bruciasse calorie, sarei tipo Kate Moss). Al tempo stesso, godo di straordinarie ipocondrie che alimento con uno stile di vita insano, tale da convincermi che morirò dolorosamente e prematuramente. In terzo e ultimo luogo, sono una di quelle persone che si potrebbero definire control freak: compilo liste di qualsiasi cosa, programmo gli eventi con settimane e mesi di anticipo, mi fascio sempre la testa prima di romperla (che mi dicono essere un’attività insensata), e tendo umilmente a pretendere che tutto vada secondo i miei piani. Come se governare la vita fosse un’impresa possibile. Come se non esistesse un’irriducibile anarchia negli eventi, una casualità imponderabile che li sottrae alle istanze del divenire, del volere e del potere.

Fatte queste premesse, è facile immaginare che tipo di impatto emotivo possa aver avuto su di me la pandemia: c-a-t-a-s-t-r-o-f-i-c-o.

A complicare la situazione, c’era il fatto di condividere il lockdown con il mio compagno che è, come me, un figlio unico, e poche cose possono irritare noi figli unici come essere obbligati a condividere ambienti, oggetti, affetti, attenzioni… Le prime settimane (trascorse rigorosamente in tuta, a beneficio della libido) sono state un inferno, e lo so che nel mondo esistono inferni ben peggiori, ma ognuno ha il suo, e nessuno può giudicare la legittimità degli inferni altrui.

Fatto sta che ci siamo ritrovati in una convivenza forzata h24 (non avevo mai capito quanto, per il benessere della nostra relazione, fosse prezioso non vedersi per almeno dieci ore al giorno), in una casa senza doppio servizio (non siamo ancora abbastanza borghesi), esposti come tutti alle tensioni e all’incertezza del momento, privati degli alibi tipici della quotidianità. Dall’oggi al domani abbiamo perso gli impegni che scandivano le giornate, le boccate d’aria con gli amici, i progetti di vita e le vie di fuga; eravamo incastrati in una nuova routine da costruire, rimodulando spazi, tempi, scelte esistenziali, abitudini individuali e plurali.

All’apice di quei momenti di crisi sono arrivata a dire cose come “Ti odio”, “È finita”, “Tu non hai capito un cazzo di me”. E tutte, nel momento in cui le dicevo, erano vere. Lui, d’altra parte, che è bravissimo a over-reagire (è quel genere di persona che se gli fai un graffio torna indietro armato di kalashnikov), me ne ha dette di ogni (che per pudore non riporto), la più divertente delle quali, comunque, è stata quando mi ha definita “analfabeta” che, per carità, ignorante sono ignorante, ma inventane una migliore, amore mio.

Naturalmente, non ricordo neppure uno dei pretesti per i quali ci siamo accapigliati tanto, ma in quella situazione di cattività, tra lo spavento e l’impotenza, l’insofferenza e la sospensione di ogni significato, entrambi ci siamo accorti davvero dei limiti che non avevamo mai visto così da vicino, non in maniera tanto palese: in noi, nell’altro, nel “sistema coppia” (come dicono quelli bravi). In quelle settimane, mentre due amici che vivono a distanza (e che nella distanza sono rimasti intrappolati per circa 80 giorni), decidevano di ricongiungersi al termine del lockdown, noi eravamo più prossimi che mai alla rottura. Mentre la mia amica faceva posto nei suoi cassetti per il partner con cui non aveva vissuto la pandemia, io pianificavo di scappare dalla persona con cui la pandemia mi aveva costretta. Il tutto, ripetendomi che d’altra parte in Cina c’era stato il boom di divorzi… come non capirli!

Poi, a un certo punto, qualcosa è cambiato. A un certo punto ho capito che la prima relazione che la pandemia stava mettendo a dura prova era quella originale, quella con se stessi. E che quella sòla stava toccando a tutti. A me, al mio compagno, agli amici che erano nel panico e a quelli che stavano trovando nuove confortevoli consapevolezze nell’isolamento, nel silenzio, nella solitudine punteggiata di insospettabili piaceri domestici. A un certo punto ho capito che tutti eravamo posti di fronte a uno svuotamento, diverso ma uguale, e che c’era qualcosa di eccezionale nell’occasione che avevamo di rallentare, di fermarci, di restare immobili ad ascoltarci, come quasi mai facciamo: con sincerità, senza avere niente da perdere, nudi.

Cosa mi fa stare bene e cosa mi fa stare male? Cosa mi manca e di cosa mi accorgo che posso fare a meno? Cosa merita davvero le mie energie? Quanto è prezioso il mio tempo? Chi non vedo l’ora di riabbracciare? Come sono arrivata a questo punto della mia vita? Facendo quali scelte, accettando quali compromessi, rifiutando quali opzioni? Quali sono i miei rimpianti? Quali i rimorsi? Quali le speranze, i desideri, i propositi?

Ecco, io non lo so come saranno le relazioni dopo la pandemia, e non lo so se da questa esperienza ne usciremo (o ne siamo usciti) migliorati. Non credo quasi mai a questo genere di retorica, ma una parte di me è convinta che tutti (o perlomeno le persone che sono in qualche pur rudimentale modo capaci di interloquire con se stesse) abbiano imparato qualcosa in più su di sé, sulle proprie priorità, sulle valutazioni corrette e inesatte, sulle fragilità e i punti di forza, sui valori che è giusto orientino la nostra vita in termini personali, sociali e di consumo. Sul senso che diamo al tempo che spendiamo su questo Pianeta, sulla famiglia e sui suoi innumerevoli significati, sui mille modi che abbiamo di relazionarci all’altro in maniera positiva, arricchente, necessaria. Con più cura e meno patemi. Tornando a godere delle relazioni umane, quali che siano (sentimentali, sensuali, romantiche, erotiche, platoniche, poliamorose, amicali, familiari), senza giudicarle troppo e senza soffocarle con mille sovrastrutture. Prendendole per quelle che sono e per quello che sanno darci.

A questo proposito, sono anche moderatamente convinta del fatto che dopo un decennio di socialità digitale, nel quale abbiamo costruito le nostre web-reputation e bolle d’opinione, questi due mesi di isolamento coatto abbiano risvegliato in noi la voglia di stare insieme dal vivo: di vederci, toccarci, stringerci, parlarci senza uno schermo di mezzo, rivalutarci in quanto persone e non profili. Che, per carità, gli aperitivi su Zoom sono stati carini, ma a una certa anche che palle.

Naturalmente, non penso che questo risolva i problemi del mondo, né che elimini tutte le idiosincrasie pregresse, ma una lezione è emersa chiara da questa disavventura sanitaria: la società è un organismo complesso, le cui parti sono necessariamente in relazione tra loro, e quella relazione dobbiamo curarla. In quella relazione siamo tutti coinvolti. 

Esserti fedele sempre (o forse no)

L’AUTRICE E IL NUOVO LIBRO – Immaginate di infiltrarvi a un matrimonio dove non conoscete nessuno, né gli sposi né gli invitati. Immaginate di non dovervi preoccupare del vestito, dell’acconciatura o del regalo, ma di essere lì come semplici spettatori per scoprire le vicende private dei personaggi: uomini e donne, dai 15 ai 75 anni d’età, giunti da più parti per partecipare a questa giornata consacrata all’amore. Dopo la cerimonia, gli ospiti siederanno ai tavoli del ricevimento seguendo l’ordine imposto da un particolarissimo tableau de mariage, che li disporrà sulla base del loro status sentimentale. Scoprirete così che ciascuno di essi ha una storia che vuole essere raccontata: c’è chi si è sposato e chi non ha nessuna intenzione di farlo; ci sono le coppie aperte, i seguaci del poliamore, i traditori seriali; c’è chi ha figli e chi non ha potuto (o non ha voluto) averli; ci sono mariti e mogli che hanno rinunciato al sesso e amanti per i quali la distanza non è un problema. Ci sono gli amori nati online e quelli germogliati tra i banchi di scuola, le relazioni post- romantiche, le non-monogamie etiche, gli uomini e le donne di una volta, i millennial e la Generazione Z. C’è la testimonianza corale della mutazione che le relazioni hanno subìto nell’ultimo decennio e, ovviamente, c’è anche l’immancabile tavolo dei single, per scelta o per necessità… Pagina dopo pagina, accompagnati dalla scrittura di Stella Pulpo, aka Memorie di una Vagina, autrice di Fai uno squillo quando arrivi (Rizzoli) e coautrice, con Giulia De Lellis, di Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza! (Mondadori Electa), percorrerete una galleria di storie e personaggi in grado di illuminare da prospettive diverse la vasta geografia dei legami di coppia, e non solo.

Esserti fedele sempre (o forse no) è un reportage narrativo – frutto di interviste, incontri e approfondimenti sul tema condotti dall’autrice, che da anni si occupa di temi legati alle relazioni affettive, alla parità di genere e alla rappresentazione del femminile– grazie al quale potrete intraprendere un viaggio alla scoperta dei mille volti che possono avere le relazioni ai giorni nostri, attraverso un universo sentimentale più poliedrico e plurale che mai.

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Fonte: www.illibraio.it