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Le scrittrici che raccontano i Balcani, tra esilio e lotta al patriarcato

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Petrunya, la protagonista del film Dio è donna e si chiama Petrunya della regista macedone Teona Strugar Mitevska, è un personaggio che non si dimentica: 32 anni, sovrappeso, laureata in storia ma disoccupata, single, vive ancora con i genitori anziani in un piccolo comune della Macedonia del Nord. Rincasando da un colloquio per un lavoro da segretaria, dove il capo dell’azienda tessile la umilia di fronte alle operaie, la donna si imbatte nel famoso rituale del lancio della croce dell’Epifania ortodossa, che consiste in una competizione per recuperare l’oggetto sacro gettato in un corso d’acqua e nel celebrare l’eroe in grado di farlo.

Quasi assecondando un istinto irrazionale, Petrunya riesce a recuperare la croce, offendendo tutti i partecipanti, i rappresentanti della Chiesa e tutta la comunità del villaggio: la competizione, infatti, non è mai stata aperta alle donne. Come nel film di Mitevska, le scrittrici che stanno emergendo in questi ultimi anni nella zona dei Balcani e in particolare dall’ex Jugoslavia, così come i loro personaggi, mettono in discussione la società patriarcale che opprime le donne

Rumena Bužarovska

È macedone anche Rumena Bužarovska (1981), autrice della raccolta di racconti Mio marito (edito da Bottega Errante Edizioni, traduzione di Ljiljana Uzunović). Le voci narranti sono quasi esclusivamente femminili, alle prese con le relazioni nella vita quotidiana, mai oggetti di ritratto ma soggetti reagenti, spesso corrosive. Ci sono donne tradite, lasciate ai margini, ferite e arrabbiate. Il più delle volte sono mogli, ma sono anche madri arrendevoli, figlie deluse e quasi sempre in competizione con un generico altro, e ricordano le peggiori protagoniste dei racconti di Joyce Carol Oates o Alice Munro.

Si intuisce facilmente che Bužarovska è una traduttrice di autori contemporanei americani e professoressa di letteratura americana presso l’Università di Skopje, e non solo: con un approccio da attivista, è organizzatrice di un festival letterario femminile dal titolo PeachPreach, oltre ad aver lanciato in Macedonia un analogo del movimento #MeToo. Questi due esempi di storie al femminile dimostrano ancora una volta l’importanza politica della narrazione, per proporre nuove prospettive alla società così ancora profondamente patriarcale.

La componente militante è comune a molte intellettuali contemporanee dell’ex Jugoslavia, “attiviste e pacifiste ancor prima che letterate -, esiliate all’estero o esiliate nel contesto della propria società divenuta monoculturale”, come le definiva Melita Richter (1947-2018), sociologa croata, riflettendo sul ruolo delle scrittrici di questa vituperata area geografica.

Si può dire che la dissoluzione della Jugoslavia durante gli anni ‘90 si porti dietro tuttora notevoli strascichi: lotte identitarie, nostalgia del passato e movimenti nazionalisti. Questi macro-temi si declinano nel privato delle vite narrate, inevitabilmente influenzate da un passato ingombrante. Esistono soprattutto nuovi confini, che vengono costantemente attraversati fino a diluirsi e perdersi.

Hotel Tito di Ivana Bodrožić

Hotel Tito di Ivana Bodrožić (Sellerio, tradotto dal croato da Estera Miočić) segue lo sguardo di una ragazzina di 11 anni che da Vukovar, nella regione della Slavonia al confine con la Serbia, viene sfollata insieme alla madre e al fratello in un alloggio all’interno dell’ex scuola del Partito Comunista posta a Kumrovec, la città natale di Tito, l’Hotel del titolo appunto. A partire dal 1991 e per i successivi 5 anni, quell’appartamento sarà la loro, opprimente, dimora, nonostante i continui appelli ai funzionari statali che avevano promesso sistemazioni migliori ai parenti dei combattenti caduti: il padre della protagonista, infatti, viene dato per disperso sin dai primi attimi della storia. Vicenda che ricalca quella privata della sua autrice e che viene premiata proprio per questo motivo: niente avvicina di più il lettore di una voce tenera e inconsueta che narra la formazione di una giovane adolescente profuga, lontana dai luoghi degli scontri, di pertinenza maschile, costantemente usati per raccontare i conflitti nei Balcani. 

Trieste

L’appartenenza nazionale non va però mai data per scontata: Daša Drndić (1946-2018) è stata una scrittrice croata sui documenti, ma profondamente jugoslava nell’attitudine. Oltre alla scrittura, è stata un’intellettuale a tutto tondo: dopo aver conseguito gli studi tra Belgrado e Illinois, Usa, si è dottorata all’Università di Rijeka con un lavoro sulle connessioni tra il protofemminismo e la sinistra. I suoi romanzi più famosi, Trieste (titolo originale Sonnenschein) e Leica Format, sono stati tradotti entrambi in italiano da Ljiljana Avirović, per Bompiani e La Nave di Teseo. Il primo, tradotto in dieci lingue, è ricordato come un romanzo documentale, che mette insieme testimonianze della storia europea del Novecente: in particolare, affronta il tema della persecuzione razziale, ricordando ciò che accadde nel lager della Risiera di San Sabba a Trieste. Molto simile è l’impostazione di Leica Format, un libro composto da stralci di mondi passati, dalla Storia più lontana fino a quella più recente (Istria, Austria…), come di scorci su vicende narrative diverse ma cucite insieme da uno stile evocativo.

È particolarmente interessante la riflessione sulla lingua frammentata dei Balcani che emerge in un capitolo del libro. L’utilizzo di termini nuovi nelle singole lingue nazionali affermano una diversificazione, a tratti forzata, dal serbo-croato che era lingua ufficiale jugoslava: “Dal magazzino delle parole segrete, da un decennio dimenticato nella mia testa, sbucano turchismi – per i miei vicini sto diventando dislessica”.

Mileva Einstein. Teoria sul dolore

Come Drndić, anche altre autrici si sono dedicate ad affrescare la memoria della regione balcanica nella sua transizione fino alla situazione attuale: Slavenka Drakulic (1949), ricordata soprattutto per il suo saggio Balkan Express (1993) e di recente in libreria con Mileva Einstein. Teoria sul dolore (Bottega Errante Edizioni), e Gordana Kuić (1942), famosa per la trilogia delle sorelle Salom dedicata ai Balcani pubblicata da Bollati Boringhieri. Nei libri di queste autrici le voci si moltiplicano, s’intrecciano i destini di personaggi reali e fittizi, originari di culture e di aree linguistiche diverse, esuli nella loro stessa nazione di appartenenza.

Gordana Kuić

A causa di questi bagagli del passato, dei “rimorchi” provenienti da vite precedenti, Richter identifica queste scrittrici come delle esuli persino nel loro stesso territorio, espropriato del suo nome e dalla sua identità storica: ne risultano testi pieni di ferite non rimarginate, di inconsueta profondità. Un “esilio interno” per quelle che “non hanno riconosciuto le nuove gabbie etniche, quelle che sono fuggite oltre i confini dei nuovi stati nazione”.

Da Sarajevo con amore

Parlando di scrittrici di un territorio che non esiste più come di esuli, non è dunque un errore inserire nella categoria anche le scrittrici dell’effettiva diaspora jugoslava in Italia, che hanno adottato la nostra lingua per la loro arte: Diana Bosnjak Monai, Elvira Mujcic e Tijana M. Djerkovic. Sono tutte narratrici di testimonianze umane di guerra e sradicamento, rispettivamente un resoconto dell’assedio di Sarajevo (Da Sarajevo con amore, Besa Editrice), la fuga dall’inferno di Srebrenica (Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica, Infinito Edizioni) o il bombardamento di Belgrado (Il cielo sopra Belgrado, Besa Edizioni): tre delle peggiori pagine della storia recente che hanno contraddistinto i Balcani.

Il cielo sopra Belgrado, Besa Edizioni

Tutte hanno poi proseguito la loro attività di scrittrici puntando sulla narrativa o sulla poesia, virando dal racconto della guerra a quello della ricostruzione, della vita quotidiana e, spesso, dell’amore che salva le vite

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Fonte: www.illibraio.it