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Leggiamo Preciado, diventiamo tutt’altro, non smettiamo mai di diventare

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Conoscevo poco Paul B. Preciado quando varcai la soglia del PAC, Padiglione di Arte Contemporanea, qua a Milano, nel marzo 2019, per assistere alla sua conferenza dal titolo La rivolta nell’epoca tecnopatriarcale, insieme al mio ragazzo. Lo conoscevo poco, avevo letto qualche suo articolo e qualche estratto dai suoi libri, e la cosa che mi colpì istantaneamente, per via retinica, di lui fu la quantità di persone accorsa per sentirlo ma anche la natura del pubblico. Giovani e giovanissimi, ipnotici, bellissimi seguaci del suo pensiero. Molte ragazz*, pieni di grazia e di stile, che si portavano dietro un’aura per nulla italiana: sembrava di essere in qualche accademia tedesca o inglese, sembrava di non essere più nel nostro Paese.

Paul B. Preciado Un appartamento su Urano

E l’effetto non avrebbe dovuto stupirmi: Preciado crea con le sue opere e la sua presenza (le due cose formano di fatto un tutt’uno) un continuo altrove, un’apertura che sposta e ci sposta, un varco che fa collassare distanze e definizioni. La figura essenziale di Preciado è il transito, la transizione di genere, di identità, ma anche geografica, di nazionalità, di lingua.

Paul prima era Beatriz, direbbe qualcuno, ma non è esatto: Paul Beatriz Preciado (ha voluto unire il vecchio nome femminile al nuovo maschile) è un oltraggio continuo al sistema binario di controllo e oppressione dell’animale umano. In quel tardo pomeriggio al PAC eravamo a Milano, ma eravamo ovunque, stavamo ascoltando i pensieri di un autore radicalmente contemporaneo, che non smette di interrogare alla base le categorie che adottiamo e lasciamo agire su di noi, fino a silenziarci, ad amputare le parti non funzionali all’ancestrale progetto di dominazione del vivente.

Fandango Libri da alcuni anni si sta occupando, con cura e passione, di tradurre e pubblicare in Italia le opere di questo filosofo conosciuto e amato nel nostro Paese meno di quel che dovrebbe, anche a causa di un pensiero (e un linguaggio) spesso non immediato, stratificato com’è di neologismi e termini mutuati dal pensiero queer e transfemminista più indie. A questo possibile limite rimedia ora Un appartamento su Urano – Cronache del transito, raccolta da pochi giorni pubblicata dalla casa editrice romana (nella traduzione di Liana Borghi e Manuela Maddamma), che riunisce un gran numero di brevi articoli pubblicati da Preciado tra il 2013 e l’inizio del 2018 principalmente su Libération, durante gli anni che, tra le altre cose, coincidono con la sua transizione.

Beatriz diventa Paul, anzi: Beatriz diventa Paul B. Preciado, e Un appartamento su Urano è uno stupefacente memoir speculativo a tappe, che tiene insieme con slancio teoretico e talento lirico una moltitudine strabiliante di temi, riuscendo a intrecciare tra loro questioni di genere e critica al capitalismo, migranti e diritti animali, mitologia, urbanistica, crisi delle democrazie, videogiochi, excursus cinematografici e di costume, arti visive, genealogia dei saperi, risultando al contempo sapiente e cristallino, visionario ma del tutto incarnato, concreto.

Preciado usa tutto, attinge dall’intero di sé stesso: usa la fine della sua storia d’amore con la scrittrice e regista femminista Virginie Despentes (la quale tra l’altro firma la prefazione al testo), i suoi genitali, le sue iniezione di testosterone, il dolore di essere il figlio trans di una famiglia cattolica di destra, tutto diventa materiale per pensare di più, per pensare oltre.

Un appartamento su Urano è un congegno letterario e filosofico ardito ma allo stesso tempo nitido, chiarissimo, che si presta a suscitare riflessioni e dibattiti, e che per questo sarebbe un’ottima lettura anche per le nostre scuole e le università. Perché ciò che fa Preciado è raro e prezioso: percorre il nostro tempo centuplicando gli occhi, parlando del presente mentre tiene conto di ciò che non è più e ciò che potrà essere, sempre nel tentativo di liberare tutti i viventi dalle oppressioni del regime patriarcale e dall’eterosessualità necropolitica, smascherando le concrezioni illusorie e violente che ancora oggi generano sofferenza, sfruttamento e morte. Scrive Preciado nell’introduzione: “La violenza prodotta dall’epistemologia binaria dell’Occidente. L’universo intero tagliato in due e solo in due. In questo sistema di conoscenza tutto ha un diritto e un rovescio. Siamo l’umano o l’animale. L’uomo o la donna. Il vivo o il morto. Siamo il colonizzatore o il colonizzato. L’organismo o la macchina. Siamo stati divisi per norma. Tagliati in due. E poi costretti a scegliere una delle nostre parti. Quello che denominiamo soggettività non è altro che la cicatrice lasciata dal taglio della molteplicità che saremmo potuti essere. Su questa cicatrice si assesta la proprietà, si fonda la famiglia e si lega l’eredità. Su questa cicatrice si scrive il nome e si afferma l’identità sessuale”.

Nella prefazione Virginie Despentes si rivolge direttamente all’ex compagno chiamandolo per nome e dice: “È cosa tua, raccontare alle persone storie che non immaginerebbero mai – e convincerle che invece potrebbero tranquillamente accadere”. E infatti Preciado cambia genere e cambia nome ma non vuole adottare la mascolinità come nuovo genere: lui vuole un genere utopico. Non intende la transizione, e anzi le transizioni, come movimento da un punto a un altro, ma come un’erranza irrisolvibile, l’essere tra due o più punti senza bisogno di lacerarsi nell’adesione a uno di essi. Scrive Preciado: “Non sono un uomo. Non sono una donna. Non sono eterosessuale. Non sono omosessuale. Non sono nemmeno bisessuale. Sono un dissidente del sistema sesso-genere. Sono la molteplicità del cosmo racchiusa in un regime epistemologico e politico binario che grida di fronte a voi. (…) Noi uranisti siamo i sopravvissuti di un tentativo sistematico e politico di infanticidio: siamo sopravvissuti al tentativo di uccidere in noi, quando non eravamo ancora adulti e non potevamo difenderci, la radicale molteplicità della vita e il desiderio di cambiare i nomi di tutte le cose”.

Il pensiero di Preciado è pensiero della clandestinità e della dissidenza, un’utopia infiaccabile e a tratti feroce, che ha il compito di ampliare sempre di più le pareti del mondo. Un’utopia che entusiasma e non di rado sfida, minaccia, promette l’inaudito, rende l’aberrazione un intento programmatico pieno di affetto e umanità. In una società come la nostra, ancora così a disagio con l’altro e i suoi desideri – come purtroppo le cronache dei giornali non smettono di ricordarci –, leggere questo extraterrestre senza origine precisata e senza meta unica significa alimentare il fuoco del migliore attivismo intellettuale, attingere a un repertorio infinito di parallelismi, echi, rimandi per resistere e continuare a immaginare la vita oltre gli abusi del potere binario, fallocentrato e specista. Significa risvegliare la nostra intelligenza, ricordandoci che, non solo il personale è politico, ma che questa distinzione oggi è svuotata di senso, e che, in quel vuoto pieno di possibilità che ci si staglia di fronte, noi possiamo prendere dimora, con tutti i nostri corpi e le nostre cariche libidiche proibite, rivendicando lo spazio dell’esclusione come spazio di vita e di futuro.

Leggiamo Preciado dunque, diventiamo tutt’altro, non smettiamo mai di diventare.

L’AUTORE – Jonathan Bazzi (Milano, 1985) è cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud milanese. Laureato in filosofia alla Statale di Milano, prima di esordire come autore ha collaborato con magazine e testate online (Gay.it, Vice, The Vision). Nel 2019 è uscito il suo primo romanzo, Febbre (Fandango), vincitore del Libro dell’Anno di Fahrenheit-Radio3, del Premio Bagutta Opera Prima e in finale al Premio Strega 2020.

Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.

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Fonte: www.illibraio.it