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L’era del politicamente corretto, dello scontro generazionale e la necessità di un reciproco ascolto

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Era inevitabile che, come già avvenuto per il #metoo, le polemiche sulla “cancel culture” e sul “politicamente corretto”, di cui in un certo ambiente si è molto discusso nel corso dell’ultimo anno, arrivassero sugli scaffali delle librerie. Del resto, su fronti opposti, anche scrittrici e scrittori di generazioni diverse hanno detto la loro in questi mesi, in discussioni che, quasi sempre, partono dai social e da specifici episodi (ma le singoli dispute di rado fanno parlare per più di qualche giorno).

In Italia, a prendersi il rischio di confrontarsi con una serie di dibattute questioni è la giornalista e scrittrice Guia Soncini. Chi la segue da tempo non sarà stupito né dal tema del nuovo libro né dal sarcasmo che caratterizza L’era della suscettibilità (Marsilio), in cui l’autrice si domanda “da quando offenderci sembra essere diventato uno dei nostri passatempi prediletti”. O, ancora, per dirla come nella scheda di presentazione, perché spesso si faccia “fatica ad accettare che affermare delle differenze non è la fine del mondo, ma solo l’inizio del dibattito”.

Soncini parte dal dibattito sulla cancel culture in corso negli Usa (non è un caso che gran parte degli esempi che cita provengano dagli Stati Uniti), per arrivare a quello che, con non poche differenze, e alcune contraddizioni, sta avvenendo in Italia. 

Guia Soncini L'era della suscettibilità

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI “CANCEL CULTURE”?

È il momento di chiarire di cosa parliamo quando parliamo di cancel culture: come ha sintetizzato Il Post, si tratta di “un’espressione ormai diffusa negli Stati Uniti che indica la tendenza – accentuatasi molto negli ultimi anni sui social network, soprattutto nelle persone di sinistra, nei giovani e tra gli attivisti anti-razzisti – ad attaccare collettivamente persone famose di cui emergono comportamenti, idee o dichiarazioni ritenute sbagliate e offensive…”. 

In queste polemiche non sono coinvolti solo scrittori, giornalisti, intellettuali, docenti, registi, attori, personaggi dello spettacolo, politici o influencer, ma anche le stesse aziende (multinazionali comprese), vittime di boicottaggi se al centro della “bufera social” del giorno, e altre volte protagoniste di tentativi più o meno ipocriti di mostrarsi solidali con certe “battaglie”.

Quando si parla di cancel culture torna alla mente la lettera aperta pubblicata la scorsa estate da Harper’s Magazine. Tra i firmatari, autrici e autori molto noti, tra cui Martin Amis, Margaret Atwood, Noam Chomsky, Salman Rushdie e la stessa J.K. Rowling. Le preoccupazioni manifestate dai firmatari toccano argomenti centrali, a partire dal “libero scambio di informazioni e di idee, la linfa vitale di una società liberale”, che a loro dire “incontra sempre più limitazioni”. Viene inoltre sottolineata un’intolleranza verso le opinioni contrarie e la moda della gogna pubblica“. 

I firmatari “sostengono che la nuova sensibilità collettiva su quali parole, comportamenti e idee siano offensive e più o meno esplicitamente razziste, sessiste, e in generale discriminatorie, abbia avuto molti effetti positivi, ma anche altri che non fanno bene alla salute del dibattito pubblico. Essenzialmente, un conformismo delle idee che porta le persone che di lavoro scrivono, dirigono film o fanno arte ad adeguarsi a questo presunto pensiero collettivo: il rischio di essere ‘cancellati’, cioè licenziati, oppure boicottati in massa, se dicono qualcosa di non allineato è diventato troppo alto, sostengono i firmatari. E riguarda pure i casi di cose dette o fatte in passato, anche quando all’epoca era considerato culturalmente e socialmente più accettabile”.

Torniamo così all’urticante pamphlet di Guia Soncini, che oltre alla lettera aperta cita un altro (assai discusso) libro recente, che in parte affronta le stesse tematiche: parliamo di Bianco (Einaudi), del provocatorio scrittore americano Bret Easton Ellis, che si schiera alla sua maniera contro quelle che considera ipocrisie della contemporaneità.

Come l’autore di Meno di zero, Le regole dell’attrazione e American Psycho, anche L’era della suscettibilità, con la brillante prima persona che caratterizza lo stile dell’autrice, se la prende con quella che viene definita “dittatura del pensiero perbene“. Soncini ironizza sulla “pigrizia dell’indignazione“, sulla “premessite” e sull’”indignazione deperibile“, e in riferimento agli ultimi tempi manifesta tutto il suo caustico scoramento davanti agli effetti, a tratti grotteschi, dovuti alla “morte del contesto”, tra i mali del presente che individua.

Nel suo libro, in cui tra gli altri si citano Simone de Beauvoir, Philip Roth, Barack Obama, Chimamanda Ngozi Adichie, David Bowie, Francesco Piccolo e Franca Valeri, si toccano svariati altri aspetti: dal dibattito sull’inclusività della lingua alla difficoltà che vive oggi chi si occupa di satira o comicità (dovendo rispettare le nuove “linee guida della suscettibilità”), al blackface, per arrivare all’uso in ascesa del trigger warning con cui, per esempio, Disney ha deciso di avvertire gli spettatori della presenza di stereotipi razzisti in cartoni animati entrati nell’immaginario (da Dumbo a Peter Pan).

SCONTRO CULTURALE & SCONTRO GENERAZIONALE

Lo abbiamo detto prima: negli ultimi tempi non sono mancate significative prese di posizioni di autori e intellettuali che hanno manifestato la propria preoccupazione e generato un ampio dibattito sul politicamente corretto e sulla cancel culture e, in diversi casi, repliche altrettanto argomentate. Difficile negare che esista una tensione, una spaccatura, e l’impressione è che lo scontro in atto sia, oltre che culturale, a volte anche generazionale.

Non scordiamoci però che, in tempi di “bolle”, il rischio di ingigantire i fenomeni è dietro l’angolo e, come ci ricorda ancora il Post, nel caso specifico occorre tenere presente che “l’intero dibattito riguarda una minoranza delle persone, quelle che leggono i giornali o che seguono le discussioni di attualità culturale sui social network. Per una larghissima fetta della popolazione, la presunta ‘ossessione per il politicamente corretto’ non esiste”: in sostanza, “le opinioni e le azioni razziste e sessiste sono più che tollerate e fanno parte della quotidianità per milioni e milioni di persone. Per un gran pezzo di mondo, compreso per un gran pezzo di Stati Uniti, queste opinioni e questi atteggiamenti offensivi e discriminatori non sono affatto minacciati da una presunta ipersensibilità progressista collettiva“. Dunque, non dimentichiamo che, sia all’interno sia al di fuori di Twitter, Facebook, Instagram, TikTok, Clubhouse, Twitch e via dicendo, discriminazioni, forme di razzismo e prevaricazioni persistono. Chiusa la parentesi.

Quello di Guia Soncini è un libro irriverente e ineluttabilmente di parte. Scrivendone su Repubblica, lo stesso Michele Serra (che su “eccessi e pericoli della cosiddetta cancel culture” ha detto la sua nei giorni scorsi nella rubrica che tiene sul Venerdì) nota che l’autrice non teme “la parzialità della tesi“.

In alcuni passaggi, però, ne L’era della suscettibilità si tende a semplificare o a generalizzare (vero, si tratta di un pamphlet, non di un saggio). Da un lato si resta colpiti, e quasi frastornati, davanti alla carrellata di esempi che l’autrice rammenta a sostegno della sua tesi, dall’altra si avverte l’assenza di un tentativo di apertura e comprensione delle rivendicazioni dell’altro campo

Eppure non sono mancate argomentate riflessioni che hanno posto l’accento sulle differenze tra i due contesti (a proposito di “morte del contesto”…), italiano e americano. E non sono in pochi a sostenere che, più che di difesa della libertà di espressione, a volte chi interviene per criticare certe conseguenze legate alla cancel culture punti a difendere potere, privilegi e spazi acquisiti, o sottovaluti l’urgenza di dare spazio a nuove voci, diverse

Su Internazionale Claudia Durastanti, che conosce bene il contesto statunitense, si è interrogata proprio sull’importanza di “passare il microfono agli altri”. Nella sua lunga riflessione la scrittrice e traduttrice ha osservato: “(…) La festa è piena di nuovi invitati. Le sedie iniziano a scarseggiare, qualcuno è costretto a restare in piedi, e se i nuovi arrivati sono più divertenti, entusiasti e destinati ad attirare l’attenzione, forse più che di censura si deve parlare di questo: dell’aggressività gioiosa del nuovo arrivato rispetto all’imbarazzo di chi a quella festa c’è sempre andato. Temere le tendenze radicali ed estremiste di un fenomeno come la cancel culture significa non prenderla sul serio, alterandone continuamente le proporzioni: la cancel culture esiste in questa forma da almeno quattro anni e non è diventata più estrema, è sempre stata straordinariamente simile a se stessa e prevedibile nei suoi meccanismi, ed è anche percentualmente contenuta rispetto ad altre forme di protesta e rivendicazione sociale. Mentre queste vanno avanti per strada e nel mondo, la cancel culture vive su Twitter. Che è, e resta, un aspetto marginale di come si gestisce il cambiamento politico. E così, mentre molti progressisti si fanno ostaggio delle paure intimamente legate alla cancel culture, la società civile cambia. Non in fretta quanto dovrebbe, ma cambia…”.

E SE I FRONTI OPPOSTI PROVASSERO AD ASCOLTARSI?

Purtroppo, ancor più in tempi di pandemia, ci si confronta, attacca o punzecchia direttamente (e indirettamente) quasi solo online. Visto che sia da una parte sia dall’altra, oltre ai pregiudizi, non mancano torti e ragioni, sarebbe l’ora che le diverse fazioni (o generazioni?) provassero a parlare guardandosi negli occhi, sforzandosi di mettersi in ascolto.

Emergenza sanitaria permettendo, dal 14 al 18 ottobre prossimo dovrebbe tenersi (finalmente in presenza) il Salone del libro di Torino. Il direttore della manifestazione, lo scrittore Nicola Lagioia, è tra i pochi ad aver preso un certo tipo di posizioni su queste scivolose problematiche (come in questa intervista a Linkiesta). Chissà che proprio il Lingotto possa ospitare in merito una discussione costruttiva, aperta, inclusiva e, allo stesso tempo, lontana dalla logica dei boicottaggi.

cancel culture

LE TRASFORMAZIONI IN ATTO NELL’EDITORIA

A proposito di cancel culturale in editoria, le trasformazioni e le divisioni che stiamo sinteticamente raccontando toccano inevitabilmente le stesse case editrici, anche qui soprattutto oltreoceano (e oltremanica), dove sono state in più occasioni chiamate in causa a proposito della scarsa rappresentazione delle minoranze negli staff (a tutti i livelli, non solo dirigenziali): per fare solo degli esempi emblematici dei movimenti (e dei cambiamenti) in atto in questo ambito, HarperCollins UK ha appena nominato Maheen Choonara “manager della diversità, dell’inclusione e dell’appartenenza”, con l’intento di dar vita a “un’organizzazione che crei proattivamente una cultura più inclusiva”.

Sempre a proposito di implicazioni editoriali, come del resto si legge (in toni critici) in uno dei capitoli finale del libro di Soncini, c’è poi la diffusione della “sensitivity reading, cioè “la pratica per la quale, prima di decidere se pubblicare un libro, nelle case editrici inglesi e americane il testo viene sottoposto ad appositi lettori incaricati di vagliare l’impatto che può avere su alcune suscettibilità“. La risposta di Guia Soncini è ancora una volta netta: “Non sarò certo io a dire che questo criterio impedisce la pubblicazione dei testi più interessanti (non mi viene in mente neanche un libro che valga la pena leggere e che non dispiaccia a nessuno: presto saremo pieni di libri innocui, immagino sia auspicabile in cambio d’una vita senza scossoni; senza gli scossoni che vengono dalla letteratura, non potendoci i sensitivity reader difendere dai traumi della vita, quella screanzata…)”.

Come accade quasi sempre, la questione è un po’ più complessa: da un lato, effettivamente, in un contesto molto più attento e sensibile a certe questioni rispetto al passato, si potrebbe correre il rischio che autori ed editori vengano tentati, per l’appunto, a “rischiare” meno, trattenendosi più o meno consciamente e preferendo evitare argomenti o punti di vista divisivi.

D’altra parte, però, il mondo (e il pubblico dell’editoria), in particolare negli Usa, sta cambiando abbastanza in fretta (e qui torniamo al discorso generazionale): proprio negli Stati Uniti da poco è stato pubblicato, dal Panorama Project, un ampio rapporto, curato da Rachel Noorda e Kathi Inman Berenes della Portland State University. L’obiettivo della ricerca (che abbiamo sentitetizzato qui), è quello di esplorare gli atteggiamenti dei consumatori americani nei confronti dei media e dei libri, con particolare attenzione alle generazioni di Baby Boomer (nati fra il 1946 e il 1964), Gen X (nati fra il 1965 e il 1979) e Millennials (nati fra il 1980 e il 1994). Tra le altre cose è emerso che, nel 2020, a informarsi sui libri più di tutti sono stati i Millennials, e che in tutte le fasce di età coinvolte dalla ricerca le persone che non si sono identificate come bianche sono quelle che si sono dedicate maggiormente alla lettura. Tra queste, gli afrodiscendenti che hanno preso parte al sondaggio si sono dichiarati i lettori più “forti” (sia che si parli di testi cartacei, sia di ebook, sia che si considerino gli audiolibri).

Il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus ma, tra le altre cose, quello dell’avanzata del movimento Black lives matter, delle lotte anti-razziste e della fine della presidenza Trump. E se fino a pochi anni fa si discuteva (e spesso si torna ancora a parlare) di “appropriazione culturale o di spazi più che limitati sugli scaffali delle librerie, nelle redazioni dei giornali e delle case editrici, per autrici e autori (e giornalisti, dipendenti e via dicendo, posti di comando inclusi) non bianchi, sembra che le cose stiano rapidamente cambiando (a detta di alcuni ipocritamente, solo per stare al passo con i trend), e non soltanto nel mondo dell’editoria: basti pensare al cinema, alle serie tv, all’arte e alla musica. O alla moda: come riassume Gianluca Cantaro su D di Repubblica del 27 febbraio 2021 nell’introduzione a un’intervista alla sociologa Giselinde Kuipers, “il sistema moda si trova in una impasse: ha l’urgenza di aggiornare il rapporto con diversità, sostenibilità, inclusività e originalità senza riempire le rispettive caselle con operazioni strategiche per evitare incontrollabili uragani digitali che lo accusano (giustamente o no) di opportunismo a scopo di lucro o immagine. I brand sono stati scaraventati giù dalle loro torri d’avorio e obbligati a dialogare con un’enorme e sconosciuta audience (sì, i clienti) al fine di abbracciare nuove ideologie, continuando a fare profitto. Nel breve, una mission impossible…”. Secondo Kuipers, che insegna in Belgio e che sta studiando la sociologia della bellezza e dell’apparenza in relazione alle diseguaglianze sociali, non si tratta di “una rivoluzione che finirà presto” e, anzi, “il conflitto sarà sempre più aspro”. Allo stesso tempo, per la docente “è giusto che avvenga e che si radicalizzi sempre di più per poter esorcizzare tutti gli ingiusti tabù del passato e trovare un equilibrio”. Altro che parlarsi e dialogare…

Per restare all’ambito librario e non aprire ulteriori parentesi, non si può non notare come negli ultimi tempi le case editrici pubblichino molti più saggi e romanzi firmati da afroamericani, asioamericani, ispanici e nativi americani. Allo stesso tempo, nei mesi scorsi, grazie all’hashtag #PublishingPaidMe, si è parlato dello squilibrio tra gli anticipi destinati agli scrittori bianchi e quelli agli autori neri (o appartenenti ad altre minoranze etniche).

E se sempre più voci provenienti da minoranze trovano, ed era ora, spazi impensabili solo fino a pochi anni fa, anche grazie alla spinta dei social e al sostegno di un nuovo, giovane pubblico, portando così nel panorama editoriale nuovi sguardi e nuovi punti di vista (e, ci si augura, nuovi grandi libri), le aziende editoriali, grandi e piccole, non possono non tenerne conto. Perché, per l’appunto, sono aziende.

Mentre ci si domanda se oggi Lolita di Nabokov sarebbe stato pubblicato, o se l’autore avrebbe raccontato la storia nello stesso modo (la stessa Soncini si chiede “quanti romanzi, quante canzoni, quanti film vengono lasciati tra le idee incompiute perché l’autore poi non vuole passare le giornate a chiarire equivoci”), citiamo ancora Durastanti, secondo cui “(…) la letteratura americana degli ultimi anni è invasa di libri che pensano bene e scrivono male, ed è un gioco che si sta esaurendo. Dunque io spero che accada questo: che si allarghino i palinsesti, che si trasformino e rovescino le gerarchie, che i portatori di nuove voci e visioni abbiano la curiosità, lo studio e il desiderio che producono scritture capaci di restare; e che impareremo ad avere meno bisogno dei libri pensati bene e scritti male, e ci ritroveremo con dei libri pensati anche male, ma scritti bene, ma che tutti hanno il permesso di scrivere, e che in tanti hanno l’interesse a pubblicare. La cattiveria, il pensiero scomodo, il fascino del male e della decadenza non sono più la prerogativa di alcuni soggetti scriventi tradizionali, e questo fa paura”. 

E QUELLE NEL GIORNALISMO E NELLA COMUNICAZIONE…

Da quello che sta avvenendo nelle case editrici passiamo a quello che, pur in tempi di home working, sta cambiando nelle redazioni giornalistiche. Com’è facile ipotizzare, le tensioni che si avvertono e le questioni in ballo sono simili. La stessa Soncini nel suo libro cita alcuni “picchi” che hanno visto protagoniste testate statunitensi e britanniche tra le più prestigiose, con tanto di licenziamenti, dimissioni e cambi ai vertici, in cui sì, è evidente il clima bollente che si respira (stavolta non si corre il rischio di “ingigantire” le proporzioni del fenomeno), come pure lo scontro tra parte dei giornalisti più “anziani” e alcuni dei più giovani, che puntano a riscrivere certe regole del mestiere e a farsi portatori di nuove istanze, nuovi approcci, nuovi linguaggi e modelli culturali.

Più che schierarsi con l’una o con l’altra parte (ancora una volta, vanno valutate e contestualizzate le singole situazioni), è utile notare che, anche se le spaccature e i subbugli sono molto meno evidenti (ma sarà solo questione di tempo?), le stesse redazioni giornalistiche italiane stanno cominciando a interrogarsi sulla cancel culture e, pur con inevitabili resistenze, a mettere in discussioni prassi e certezze capaci un giorno sì e l’altro pure di provocare attacchi via social che, per quanti momentanei, forse non faranno perdere masse di lettori, ma non fanno mai piacere.

Ancora una volta, anche se potrebbe sembrare l’esatto contrario, ogni “bufera social” è diversa dall’altra e, prima di decidere da che parte stare, perdonate la ripetizione del concetto, è meglio attendere e approfondire (oppure occupare il tempo in altro modo e non dire per forza sempre la propria, penseranno alcuni). Vero pure che, purtroppo, nell’era della grande distrazione che respiriamo, e che i lockdown e Zoom hanno amplificato, certi giorni mancano il tempo, la voglia, la forza e la predisposizione a farlo.

Al netto di queste premesse, sia che si parli di giornali e riviste cartacee, sia che ci si riferisca alla comunicazione online o social, sia che si guardi alla radio o alla tv, rispetto a qualche anno fa è cresciuta l’attenzione per minoranze e sensibilità che in passato faticavano a far sentire la propria voce

Non scordiamoci da dove veniamo (e raccontiamolo a chi ai tempi andava all’asilo, alle elementari, alle medie, o doveva ancora venire al mondo…). Si prendano i quotidiani online: dieci anni fa, (quasi) tutti i principali, nella famigerata “colonnina di destra” della home, proponevano decine di foto-notizie di gossip, contenuti acchiappaclic, madonne piangenti, memorabili gol, memorabili gol sbagliati e video virali (citiamo un saggio di Alessandro Gazoia che nel 2013 si soffermava sui cosiddetti “boxini-morbosi”). Non che nel 2021 questi contenuti siano scomparsi, però di certo una parte di essi (quella sul sesso, in particolare) non trova più spazio o, in alternativa, viene presentata con un linguaggio, non solo testuale, decisamente diverso (certo, non vale per tutti i siti, c’è chi non ha affatto ritenuto di dover rivedere alcuni linguaggi, alcuni eccessi).

Altra conferma dei movimenti in atto legati alla cancel culture, la scelta del settimanale L’Espresso, che da poco ha affidato a Michela Murgia L’Antitaliana, storica rubrica di Giorgio Bocca, declinandola al femminile. Per restare al medesimo gruppo editoriale, la stessa scrittrice, che da anni evidenzia l’approccio maschilista dei media, è stata chiamata da Repubblica a collaborare al nuovo “osservatorio femminicidi” del quotidiano e, in precedenza, al decalogo su “come raccontare un femminicidio” che, come ha scritto PrimaOnline, lo scorso ottobre ha generato perplessità tra una parte dei giornalisti (e, immaginiamo, una di quelle discussioni aperte che auspichiamo avvengano con sempre maggiore frequenza). 

Anche in Italia, chiunque nel 2021 si occupi di giornalismo e comunicazione, in qualsiasi settore, in grandi o piccole realtà, on o offline (sebbene oggi prescindere da web e social sia praticamente impossibile), è chiamato a una maggiore attenzione e responsabilità.

Riuscirci non è semplice, per vari motivi, e ci sono volte in cui ci si sente vincolati e giudicati. Ma la rivoluzione nelle sensibilità in corso, se analizzata e affrontata, può diventare un’occasione di messa in discussione da un lato e di crescita (per la propria formazione e per il sistema mediatico) dall’altro. Vale sia per i produttori di contenuti sia per i fruitori. Un salto di qualità è possibile e auspicabile, sempre che entrambi i fronti mettano da parte non pochi pregiudizi. Senza escludere chi, preso dalla foga, attacca le scelte di chi lavora nei media non conoscendone meccanismi, tempistiche e difficoltà (è purtroppo vero che i social spingono anche i più timidi tra noi a esprimere un giudizio pure su materie su cui non abbiamo alcuna competenza… e chissà cosa avrebbe detto di certe degenerazioni del nostro tempo Giorgio Manganelli, che già nel 1983, in un arguto commento sul Corriere della Sera dal titolo “E se dicessimo ‘no’ alle interviste telefoniche?”, chiariva, anche ai suoi colleghi intellettuali, perché non si può sempre avere un’opinione su tutto).

In questo quadro, lavorare con colleghi più giovani (e in molti casi talentuosi, agguerriti e appassionati) dev’essere vista come un’occasione da cogliere, da affrontare con umiltà e curiosità. Ma affinché la cosa funzioni, come detto, lo spirito costruttivo e di apertura non può che essere reciproco. Certo, non si può non ricordare che, a causa della profonda crisi che il settore vive da molto tempo (del resto in certi casi si fatica a intravedere un orizzonte sostenibile), eccezioni a parte, le nuove leve riescono a entrare a far parte delle redazioni in casi sempre più rari, e dopo anni di faticoso e spesso scoraggiante precariato. In particolare in Italia.

Problemi (profondi) del mondo dell’informazione a parte, chiudiamo tornando alla proposta di qualche paragrafo fa: è davvero così ingenuo proporre un dialogo? Forse no, se si parte dalla premessa che non andava certo tutto bene nel “vecchio mondo”, e che limiti e problematicità sono presenti anche nel nuovo corso.

Consigli di lettura:

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Fonte: www.illibraio.it