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“L’estate della mia rivoluzione”: il romanzo di Angelica Grivel Serra

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Il racconto di un’estate indimenticabile che condurrà una diciassettenne in lotta con il proprio corpo che cambia all’accettazione del suo diventare donna. A scriverne, nel suo primo romanzo (L’estate della mia rivoluzione, Mondadori), è Angelica Grivel, studentessa sarda di filosofia con un passato da modella.

ANGELICA GRIVEL SERRA

Luce ha diciassette anni e vive con l’adorata madre Valeria in una grande casa sul mare di Cagliari, coccolata dall’amore incondizionato di una famiglia quasi tutta al femminile. Baciata dalla bellezza e da un’intelligenza fuori dal comune, a scuola riesce senza troppi sforzi ma non ha grandi rapporti con i coetanei. A dire il vero, non assomiglia per niente agli adolescenti che la circondano. Perché Luce, nella sua età e soprattutto nel corpo di una ragazza della sua età, non si sente per niente a proprio agio. È come se appartenesse a una declinazione diversa della stessa specie, come fosse fuori sincrono. A differenza dei suoi compagni, infatti, non riesce ad accettare le asperità della metamorfosi, a gustarne la forza e a coglierne tutto il potere. Al contrario, l’immagine che le viene quotidianamente restituita dallo specchio, quel corpo che muta e che la sorprende ogni giorno con particolari nuovi e non richiesti, non la rappresenta. Non più. Le è estranea, sconosciuta, nemica. Un’immagine lontana da come si sente realmente, nel profondo.

Ma l’estate che sta per vivere, con gli incontri che costelleranno questa stagione pigra e suadente, potrebbe sorprenderla, offrendole la possibilità di affrontare l’atroce senso di sospensione e incertezza che la avvince, e di compiere quei primi indispensabili, goffi eppure rivoluzionari passi che, pacificandola con il passato, potrebbero permetterle di abbracciare un futuro carico di promesse.

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto dal secondo capitolo

Scrollo tutto e rispondo a un richiamo dell’acqua ialina. Ha una temperatura fresca, a onta di questo sole dardeggiante raggi incandescenti. Niente meduse, parrebbe. Il corpo per un attimo diventa una massa di pelle d’oca. Mi tuffo.

Vorrei che questi pochi secondi in cui trattengo il respiro sott’acqua non conoscessero fine: è un attimo di esaltazione la cui durata è tanto breve da risultare quasi ineffabile; mi piacerebbe immortalarne ogni frammento con una moviola, una decelerazione, sino a quando non sento il cuore pulsare ad altezza di ombelico. Batto le piante dei piedi sul fondale, imprimo una spinta esagerata dalla sabbia sommersa e torno su, a malincuore. I polmoni sembrano voler ingabbiare tutta l’aria del mondo quando respiro appena la superficie, per poi immergermi di nuovo. I capelli, ora pesanti, mi seguono come uno strascico lungo e invadente, ma non me ne curo.

Quando vivo bene il mare e sento di trovare una sintonia con esso, rimuovo qualcosa.

Rifiuti che dimorano in me, forse.

Lo stridere sguaiato dei gabbiani graffia il cielo enorme e denso di azzurro, ma la realtà sott’acqua si fa attutita e vibrante: mi ci abbandono, torno bambina e divento Ariel. Qui, sì, lo realizzo con sorpresa, smetto di indagare il mio corpo, avvolto in un ovattato rumore bianco, lo sciabordio di onde gentili; tutte le mie curve sembrano stemperarsi nell’acqua.

Il mare è l’ingresso privilegiato alle sensazioni della me dissolta. Mi sembra così facile vivere il mio corpo nell’acqua. Come se lì ristabilissi gli equilibri perduti nella vita, quella che invece procede senza aspettarmi, quella in cui respiro l’aria e mi sembra di assimilarla tutta, spietatamente, a ogni inspirazione, e la vedo tramutarsi in nuova carne, nuovo peso, nuova disarmonia. In acqua li smarrisco, quegli spessori che rendono difficili i miei movimenti, le braccia scindono i flutti in ampiezze che sento agili e leggere, irripetibili fuori dall’acqua. Mi contagia una voglia di giocare che sa di fiabesco e per un po’ non mi dedico ad altro che alla leggerezza.

A un certo punto, però, una vena agonistica si fa più impellente e mi costringe all’obbedienza. Mentre anfano tra le mie bracciate lunghe e il perpetuo mulinare delle onde, i piedi che percuotono l’acqua ritmicamente senza neppure cercarla, affiora la lontana sensazione di spaventata euforia che mi agiva squillanti gridolini nervosi quando mio padre mi tendeva verso il mare, tenendomi stretta al suo torace sicuro tra i fiotti d’acqua salata.

***

Convergere i miei pensieri su mio padre mi rende impotente e smarrita, così mi risolvo a pensare a qualcosa di rabbioso, la faccia dell’anziana dottoressa. Gli occhi del mio disprezzo mi rammentano d’istinto il suo sguardo tagliente, la cute cosparsa di chiazze brunastre, i radi riccioli grigi e il mento sfuggente. Accelero inconsapevolmente l’andatura.

È trascorsa poco più di mezz’ora; torno a camminare sul terreno, con il mio costume che gocciola, ormai davvero logoro e confortevole, troppo amico del mio corpo perché io me ne sbarazzi. Lascio scorrere il silenzio mentre lo scrosciare sempre uguale dell’acqua della doccia alimenta il flusso delle sinapsi, un’energia veloce mi scorre ancora dentro, la sensazione opposta rispetto a quella di narcotico sopore che provavo al ritorno dalla lezione in piscina. Ho nuotato per almeno sette anni sino alla fine delle scuole medie, dedicandomici in modo che il nuoto fosse sempre una camera di decompressione per le mie tensioni.

Tensioni che porto con me tutt’ora, un tumulto incessante che mi sento in dovere di sorvegliare. Credo di averlo ereditato da mia madre: lei scelse di vivere con mio padre, in questo isolamento incantato, lambito dal mare eppure ad appena quattro chilometri dal centro città, perché ha sempre detestato il trambusto e i miasmi cittadini. Dove vive lei, deve regnare autodisciplina, pulizia, luce e quiete. È un’ossessiva e lo sa.

E io, come sono? Mi succede spesso, di chiedermi come sarebbe vivere senza la fisima che mi orienta e sorregge da che ho memoria. Probabilmente già da quando domavo i miei piccoli rovelli di bimba, creando delle storie, articolate secondo un ordine definito, senza sbavature e solo mio, che mi appagava profondamente.

E quindi anche per me, seguire le regole, in fondo, è come bonificare le malinconie.

(continua in libreria…)

 

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Fonte: www.illibraio.it